A tu per tu con… Francesco Viviano

francesco vivianoLe regole spesso sono definite dalle eccezioni e quest’ultime sembrano essere il filo conduttore di Io, killer mancato, interessante autobiografia romanzata di un giornalista tra i più apprezzati del panorama italiano. La prima eccezione è che nonostante Francesco Viviano sia nato e cresciuto a Palermo, nel quartiere Albergheria, è riuscito, grazie alla presenza e all’amore della madre, a sottrarsi alla – per molti, troppi ragazzi – predestinata morsa di una vita di malaffare. L’altra eccezione è l’affetto con cui viene accolto dai suoi conterranei al festival di Ragusa “A tutto volume”, sfuggendo all’annosa regola che vuole nemo profeta in patria. Io, killer mancato non è il semplice racconto di una sliding door, bensì attraversa l’intera storia di uomo a dimostrare che, a proposito di regole, senza virtù perfino la fortuna e la giusta occasione passerebbero inosservate.

La sua è una storia straordinaria e come spesso accade dietro c’è una donna e un momento particolare, un bivio preciso che ne determina il processo. Per lei sono la mamma e il momento in cui ha scelto di non diventare un killer…

Mia madre è la protagonista di questo libro che a sua volta è un omaggio a lei. Suo marito, mio padre, fu ucciso a 22 anni e lei restò vedeva a 19. Analfabeta, ha fatto la cameriera per tutta la vita pur di sopravvivere e far vivere me. Si può dire che anche se inconsciamente, lei ha rappresentato il faro della mia vita. Il suo esempio e il suo sacrificio mi hanno permesso di evitare un certo tipo di vita, facendo sì che rinunciassi a fare una rapina o altro. Quando stavo per fare qualcosa d’illecito il mio pensiero andava sempre a lei. Pensavo, cosa le accadrebbe se mi arrestassero o, peggio, se mi uccidessero? Mia madre si è sempre spaccata la schiena per me. Temevo che se mi fosse successo qualcosa, potesse anche arrivare a suicidarsi. Questo pensiero fu la mia fortuna. Dovevo partecipare a una rapina, ma all’ultimo momento ho rinunciato. Il giorno dopo seppi che tutti i miei compagni erano stati arrestati. Poi ho fatto un altro percorso.

Quanto è stato importante per la sua professione il fatto di essere nato e cresciuto in un quartiere popolare di Palermo in un ambiente molto vicino a quello che poi lei avrebbe raccontato?

È stato fondamentale perché allora un ragazzino di quei quartieri a 10 anni era come se ne avesse avuti 20. Non come quelli di oggi, nati e cresciuti nella bambagia. Un ragazzino dei rioni popolari a 10 anni è già un adulto, si arrampica sugli specchi fin da quando apre gli occhi al mattino per sbarcare il lunario. Deve, sì, sopravvivere ma soprattutto non deve soccombere. In quei quartieri vige la legge del più forte.io killer mancato

Ciò che colpisce, leggendo tra le righe, della sua vita è l’idea labile di confine. Tutto sembra sfumare in una zona d’ombra… Il giornalista che ha le sue fonti in ambienti di malaffare, la polizia che s’infiltra, il pentito che collabora ecc. Quanto è difficile restare moralmente al di qua della linea?

Io credo che non sia difficile se fai bene il tuo mestiere. Nel mio caso ho sempre attaccato sia mafioso che il magistrato quando era il caso. A quel punto sei “blindato”. Ti rispettano tutti perché mostri di essere super partes.

Da cronista sul campo reputa che lo Stato abbia fatto e faccia progressi nella lotta alla mafia oppure la costante mutazione dell’organizzazione di questa sfugge alla fatale rigidità del sistema giudiziario e legislativo?

Lo Stato ha fatto enormi passi in avanti. Per quanto mi riguarda, la mafia è come se non esistesse più. C’è ma non ha più lo stesso peso specifico del passato. Oggi la vera mafia è la ’ndrangheta che controlla il mercato mondiale della cocaina. Lo Stato, purtroppo soltanto grazie alle morti di Falcone e Borsellino, si è risvegliato e ha iniziato a dare la caccia ai latitanti, arrestando Totò Riina, latitante da 30 anni, che però abitava in una villa al centro di Palermo e fino a quel momento nessuno lo aveva cercato.

Quali sono stati gli anni più bui? Quelli della strage di Capaci?

Direi di no, paradossalmente. Il periodo peggiore sono stati i mesi precedenti alla strage, i “mesi dei veleni” in cui si preparava l’attacco a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino. Per lavoro, sono andato in Afghanistan e in Iraq, ma in quel periodo ho avuto più paura a Palermo. Era come se facessi il corrispondente di guerra a casa mia. A farmi paura non erano tanto i mafiosi quanto piuttosto il magistrato corrotto, il poliziotto corrotto, il carabiniere corrotto, l’avvocato corrotto ovvero tutti coloro i quali pur appartenendo all’apparato istituzionale erano in qualche modo legati a “cosa nostra”.

Nel libro si parla dei suoi problemi di salute, ora come sta?

Be’, siamo ancora qui…

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