L’ElzeMìro – Carmilla Rossini, Carta a Duda VIII, atto secondo

Risacca risecca. Ti sono così tanto grata per la giornata al mare di ieri, così mi sono sottratta almeno per un giorno alla scrittura di questa lettera ; al fondo del suo penultimo capitolo sono arrivata come il vocabolario arriva alle lettere uaiwux, quelle che noi latini figurati le si saltano, per cui dalla fine dell’ultima riga scritta, zeta zuta zitta mi sono ritrovata con una gran voglia di  mettermi a tacere, buttare via tutto per eccesso di sospetto di, di,,, tu sai bene che tutto quello che scrivo è che mi tocca scriverlo,,, e quindi anche questa lettera già alla prima riga mi si è presentata in abiti da lavoro e scadenza e fatica da fare, as a home work to accomplish,, però,, una volta, ero proprio piccolina ma la ricordo benissimo in via garibaldi in una giornata di calura apocalittica, una turista, inglese di sicuro tanto era sciamannata, e non giovane ; dipingeva en plein air un prospetto dal basso del palazzo ducale a urbino, le sue torri tutte per traverso, stava a piedi nudi sul selciato, mi avvicinai a osservare lei più che il suo lavoro ; ogni pochino si scorciava di un due tre passi  dal cavalletto da pittore, guardava in su guardava in giù, puntava il pennello dritto per aria,, capìi che prendeva la distanza giusta, Perspektivismus,,, ist ein anderes Wort für seine Statik,,, pros-pet-tivismo, è un’altra parola per la sua statica. Oh insomma, ieri al mare, senza scrivere nulla, senza pensarci all’attivo, tuttavia sentivo che tutto il mio corpo perseverava nel pensiero di voler continuare a scrivere ; credo succeda al pellegrino di andare e andare pure di notte nel sonno : sim, como se esta carta fosse o meu caminho de Santiago em papel. Risacca, risacca : chissà quante volte hai osservato da qui l’oceano e il tejotago che un po’ lo inganna, dove si incontrano le loro duplici acque in duplice perfusione, e quando e dove, diventano uma agua,,, niente penetrazione, niente possesso ; alla fine, in un certo punto delle loro rispettive corse i due non sanno più né chi è l’uno né chi è mai l’altro. È quello che prova me con te. Contigua e confusa. Enquanto a menina, com aquele pai que escolhe ouvi-la falar, come, brincando com o seu flan de nata, nós andamos sem parar, e a menina-estrela sorri com o seu raio extremo.

Dunque risacca, push to flush, la mia dottora mi spedì da una ginecologa sensibile al mondo lgbt,,, al tempo dei fati e dei fatti la sigla era ancora un po’ massonica, almeno nella mia testa così poco incline alle sigle,, le sigle, ma chi le inventa, sono una flessoestensione perversa della lingua ed è tipica dei totalitarismi, è il potere che si diffonde ma è la sigla che lo difende, gestapo e lgbtq, la stessa pozzanghera idealista da pestarci ben bene dentro le scarpe ; del resto le idee sono proprio il contrario del pensiero ; by the way tutto accadde un po’ prima che una legge consacrasse le unioni tra simili nel 2016. Nausea, può essere tante cose, disse la dottora, da quanto non fai una visita ginecologica, chiese, da un secolo, risposi, da quando non conosco nessuna che valga la pena di una relazione. Nausee e da qualche tempo, dormivo poco bene, alla tre saltavo giù dal sonno preda di una paura senza oggetto, oh la conosco l’angoscia mai più dimenticata dal giorno del papà,,, poi mi imbambolavo per ore, sveglia e non sveglia,, e verso l’alba lo stesso sogno sgradevole : mi vedevo circondata da teste senza faccia e mi stringevano in cerchio, sentivo cantare ambarabà ambarabà, che in italiano è un ritornello bambinesco ma di quel brevissimo sogno ne faceva un incubo ; tra i primississimi rumori della città, via, sveglia più di un grillo. La ginecologia mi ha sempre infastidito, pratica da guardoni, quando va bene, il mio primo ginecologo a dodici anni sembrava lì a sbavare sull’impubere pube e per quanto fossi nella condizione di un agnello pasquale avrei voluto possedere grandi labbra con doppia fila di denti pescecani da strappargli le dita, ao maldoso. Anche una ginecologa mi spiaceva, a prescindere mi sentivo some pound of flesh appesa a dei ganci quando, casomai, avrei potuto abbandonarmi a un’offerta libera. Quel pomeriggio ero non so come, consenziente a una visita di routine, convenienti simpatie della dottora che ancora prima del lilium era avanti nel secolo e usava uno specolo tiepido. Quando con calma e senza domandare mi disse, non ti preoccupare va tutto bene ma faccio un’eco, a quel punto mi toccò capire, nel peggiore dei modi, tra cancro e cosa cosa, out out brief candle, non domandai attesi, sesta settimana tesoro. Faccio fatica a ricordare come il mio corpo reagì ; fu un assalto frontale della notizia, un alien mi era stato inoculato per evidente violenza ed evidente inganno,,, sulla schermo dell’ecografo la conformazione di un duplicato parziale di me, embrionale, un baccello monstrum con quel che di inatteso, perturbante, non desiderato che portava con sé la parola latina. Push to flush mi disse lo stomaco e non riuscì a trattenere il vomito, la medica fu rapida ad afferrare una bacinella di acciaio, vomitai poca roba, ero a stomaco vuoto e in un respiro mi colse il sinistro desiderio di vomitare quello lì. Vomitai invece bile, un vischio, guardai nella bacinella,, mi rendevo conto che quel malessere era solo la conferma della gravidanza, ma intollerabile fino al vomito era però il pensiero in sé della gravidanza, al concetto di maternità arrivai a sfioro, ma la parola tracimò tra neurone e neurone, corse a rivoli, provocò un corto circuito di repulsione e rabbia, rabbia assassina,, avessi avuto a portata una katana mi sarei squadernata la barriga per strapparmi via il piccolo grumo vertebrato. Non mi fraintendere sai, metto tra parentesi, fisicamente questa osservazione (entrambe lo sappiamo : accoglieremmo con gioia e impegno una creatura per renderle in effige una culla perduta, per recuperarlo dal rifiuto subito, lo stesso che io praticai e in che condizioni,,, io fui succube, di una,,, offesa,,, doppia o tripla, acrobatica, perseguita, continuata, maledetta, politica ; alla fine mi sperdo in parole ma nessuna parola vale la fotografia di un corpo scannato,, e tale per cui ogni mio pensiero stava, stava attrezzandosi a uccidere qualsiasi vertebrato, ovvero il vertebrato qualsiasi, artefice di quell’offesa. Sul senso di offesa si può discutere. Ma non in questo caso). Ero tra le mani di una ginecologa gentile che accolse senza batter ciglio il vomito, il mio tremore e le lacrime, lo schifo in bocca, ma la ginecologa lo interpretò al rovescio. Le raddrizzai l’interpretazione appena al pianto subentrò una calma, che oggi ammetto di definire vendicativa. Le dissi di me, Lesbia impossibile, che mai in nessun modo, nessun maschio, che perciò,,, le dissi ciò che adesso con maggiore serenità, allora con orrore sentivo, che per una donna, la parola stessa coito era l’orrore, il segno, comunque di una violazione di, di di che nemmeno dei maschi potevo concepire che si trattassero tra loro come si sa. La dottora mi chiese come mi sentivo. Col tono di un bancomat replicai bene grazie, e, per un po’, mentre intanto scendevo dal trespolo per donne, mi asciugavo la pancia dal gel e poi mi rivestivo, mi persi in una pena,,, mi sentivo, ma non so, adesso invento, una via di mezzo tra il mio orso di peluche tutto incerottato e un cadavere ripescato nell’acqua,,, la mente, ciò che in quel momento ne rimaneva, era rabbia. Poi risposi, il peggio si immagini tutto il peggio, potessi mi prenderei da me con un forcipe e  mi butterei via. Davanti agli occhi mi apparve il padre appeso su in solaio. Prima che dopo, per favore dottora, mi liberi dall’alien,,,,dissi alien. Punto punto punto. 

Mi  viene in mente in questo istante che nella mia strada a urbino c’era una, la bottega di un, del ciabattino. Mi piaceva andarci, mi piaceva avere cura delle scarpe, anche di mia madre, del babbo. L’odore acuto che impregnava la bottega a sorpresa non era di piedi, come nelle moschee, ma di cuoio e concia, in questo senso forse il sudore le è assimilabile ; di colla di sicuro, la colla era colore del moccio che sobbolliva in aere perennis su un fornelletto elettrico. Gli odori non erano per niente sgradevoli. A me piaceva il ciabattino e ti devo dire che non vedevo l’ora che mi si guastassero le scarpe per portargliele ad accomodare e adoravo andare a riprenderle, tutte lustrate con le spazzole elettriche. Per le di mia madre rosse con il tacco sette non credo esistesse un lucido specifico, ma lo stesso ogni tanto dopo la prammatica sostituzione del mezzotacco, tornavano rosse da non credersi, ma con l’inscindibile segno dell’usato, del vecchio, del presto sarete da buttare che caratterizzava le scarpe abusate, le mie erano sempre abusate. Ma non è questo il punto. Era il ciabattino a fomentare un mio fantasticare, ne sovrapponevo l’immagine all’illustrazione di un libro di fiabe : lui seduto al suo deschetto,,, imparai la parola a scuola, mi turbava la ricchezza dei pozzetti quadrati dove stava una moltitudine di attrezzi e tutti i tipi di chiodi da battere con lo speciale martello a testa tonda,,, ho faticato a ritrovarne in uso, a Milano poi, ciabattini figurati. Nostra culpa nostra maxima culpa, le scarpe si buttano, e a pensarci nemmeno sappiamo se ad Almada c’è un ciabattino. Quello della mia strada a urbino mi toccava corde che non conoscevo di me, amavo le sue mani, mi sembrava che si fossero adattate alla forma delle scarpe, forse c’era che era sopraggiunta l’artrosi ma lo stesso si vedeva, le sue mani erano mani da fabbricatore,, come solo quelle degli artigiani, le sue mani erano intelligenti, lo sono i piedi dei ballerini e le vostre mani di suonatori ; l’uomo mi sembrava anziano, rattrappito sul lavoro e chissà se gli faceva bene respirare tutto il giorno i fumi della colla,,,, aveva un segno distintivo, gli occhiali con il nasello accomodato con del cerotto rosa ; il mio orso di pezza aveva le zampe accomodate con lo stesso colore di cerotto. Dopo un po’ di anni prese a dirmi due parole, il ciabattino, parole perle che non ricordo tranne una volta, quando andai da lui a raccontargli che era morto il nostro gatto schiacciato sotto una rete da letto che mia madre aveva appoggiato a una parete della sua stanza per dare la cera sotto ; lui mi guardò e disse, è la vita ciabattina, mi chiamò così di getto ; quell’improvviso soprannome mi piacque, e la risposta non sono in grado di dire come mi sembrò,, inoppugnabile forse benché inoppugnabile fosse una parola che non conoscevo ; il ciabattino diceva poche cose con modi da artista, cioè da filosofo da strada, cioè da filosofo tout court, niente merce da università. Una volta, poco prima dei diciotto anni così senza pensarci, a tavola con i miei, dissi che il ciabattino mi sembrava un filosofo. Mia madre, che ogni mestiere o attitudine attribuiva solo a una scuola (si vantava di avere studiato da estetista), filosofo eh che non avrà finito la terza media,,,, mio padre invece, si alzò di colpo da tavola e si mise a sparecchiare ; filosofo, ripeteva tra sé in cucina rigovernando. Mi diplomai e poco tempo dopo, la bottega del ciabattino chiuse. Per un certo periodo alla clèr rimase appeso il cartello vendesi, con sottoscritto un numero di telefono.

Epilogo critico

Te la faccio breve. Sai che il teatro è luogo di ogni tipo di romanze con molte parole ed estrema rapidità,, così si venne a sapere del mio aborto. Molti, con cui avevo rapporti di vicinanza, ostentarono la giusta sorpresa, tutti pensavano e che e allora perché perché perché. Tra gli uomini del mio piano, colsi battute del tipo, ma non sai santa lesbia si è convertita,,, vedi che è stata a lourdes ; o perfino di gusto peggiore, eppure più vicina questa al vero, l’audace prenceazzuro sapeva che ha la figa con i denti e invece di svegliarla le ha dato altro valium ; uno, un degli assistenti di sovrintendenza che pullulavano, non hai idea, ai piani alti, mi incrociò che uscivo dai gabinetti delle donne e, biforcuta chierichetta mi sibilò, a mani giunte, amorino cattivo ti visita l’angelo e tu che fai mi butti via lo sputo, vita eterna persa senza appello. E così via. Ma credo che la migliore e fuori dal teatro,, la più icastica mi arrivò dalla voce dal sen fuggita della caposala nel reparto di ginecologia dove con altre quattro o cinque donne attendevo il mio turno,,, faceva il giro con delle tirocinanti e disse loro : ah qui abbiamo gli aborti. Massa. Folla. Abortivo, abortivamo, le donne, talmente tanto da “essere proprio” degli aborti. Chi lo sa dove lessi che Richelieu si vantava di saper trarre dalle poche righe casuali di chiunque, argomenti sufficienti da incriminarlo ; così sergio era abile nel raccogliere informazioni, una spia che respirava le cose e senza fare domande implicite o esplicite, opportune o inopportune, era un suo metodo anche nelle riunioni, abile nel pianificare le condizioni per cui qualcuno, specie chi lui voleva mettere in difficoltà, a un certo punto gli contava ciò che lui voleva. Me, mi affrontò quella volta a muso duro, cattivo, a voce prese come a stracciarmi camicia e calzoni, a stracciare me and to cut off pounds and pounds and pounds of that flesh he thought I owed  him. In una colata eruttiva e talebana per il delitto di lesa vita commesso, dapprima mi parve che questo soltanto ne fosse il motivo, in crescendo, su quella lava scoppiarono bolle di indizi poco circostanziali e molto probanti : non era stato lui, che lui ubbidiva al suo voto di castità, che Milton, che per il mio bene, ah la creatura vivente che io, che loro, che sì che no, che non credessi, che mi arrendessi, anche lui, ma sì che l’inganno fu felice oppure dio non avrebbe permesso,,, qui capìi, un lampo e gli scaraventai tutta la forza forsennata di nocche e anelli sulla bocca, una labbrata si dice in toscana e gli feci male. So benissimo che sarei stata a un passo dall’ucciderlo. Lì senza esitare. Lui. Tacque, con la lingua tastò il po’ del sangue che gli usciva dal labbro. Confesso confesso, disse, ma non avrai mai le prove, ti chiedo perdono sposami carmilla. Pavido mostro. Ebbi l’esatta percezione della parola mostro mahhh troppo comodo signor mostro, attenuante generica, non credo alla mostruosità inconsapevole, i mostri di De Sade infliggono il male sapendolo benissimo il male. Gli piace. Capisci che quei due, sergio e milton mi,, mi avevano seguito a casa, stordita prima con il cloroformio, erano mascherati, ecco i miei sogni, loro due insieme caricata in ascensore e via in casa mia con le chiavi che avevo in borsa, scaricata sul letto, sequestrata e drogata sai ; ci sono sostanze che ti cancellano dal quadro, poi ti pare di sognare o di avere dei dejà vu ma non ricomponi la tela che qualcuno ha strappato dal telaio. Lui, il cilicioso, aveva incaricato il suo angelo caduto milton, sapevano dove abitavo, che quasi tutte le sere uscivo, e così per sere e sere, magari non tutte ma decine. Sergio ebbe la grazia di mostrarmi un montaggio, è il caso di dirlo, un video in cui io apparivo del tutto inerte, una bambola spezzata, dormiente, in balia del suo fàmulo, lo si vedeva persino a impastticarsi, i maschi ci detestano forse perché hanno limiti di ricarica che mi dicono i maiali non hanno, alla fine si vedeva milton che mi lavava pure per benino, mi metteva in pigiama, lo trovavano in bagno e io al risveglio nel mio letto come niente fosse successo, hai capito il proposito, gravidanza e poiché frutto del caso,, capisci per quanto,,,,,, sergio voleva sposarmi, oh me lo dichiarò e dichiarò di nuovo,, e pure che il video era un’arma, avessi tentato qualsiasi cosa avrebbe dimostrato che ero consenziente, che lui era buono, che cercava, disse la parola di musil, la redenzione, redenzione e io avevo rovinato tutto con l’aborto, doppio triplo peccato,,, in altri tempi immagino avrebbe firmato per me la sentenza per ignem ad lucem, che lui voleva solo un figlio, un soldatino di Gesù tutto suo. Mi devo calmare. Se tutto questo che ti ho narrato ti pare così impossibile da suonarti invenzione, fai riferimento a riprova del fatto che gli alieni,,, non mostri non belve non matti,,, sono tra noi, pensa al caso recente della povera signora Pélicot, abbiamo letto no, dieci anni di abusi, quanti mostri comuni, scoperti per caso. È banale citare la banalità del male : per me un solo orco chiamato sergio alla guida di un milton qualsiasi. Non indagai, su che base, non potevo, non ricordavo nulla, non ero testimone di me stessa, chi mai denunciare. Avevo voglia di beccare milton e picchiarlo, sarei caduta dalla padella nella brace, si dice in italiano. Sergio piagnucolò per un po’ che lui, che noi, che mi amava e con uno scarto improvviso della voce, non puoi farmi niente carina, cacciati in testa niente e sorrise come un franti, franti lascia perdere è un personaggio di un breviario italiano del risorgimento, una cosa tutta cuore e socialismo compassionario. Mi faccio una tisana. Riprenderò.

Ecco ti ho detto da che mi salvòl’Enrico, il direttore di scena. Un amico, un vero amico come il titolo di Goldoni, per empatia e credo ammirazione, la mia per lui,, l’Enrico sapeva sempre scaldarsi a freddo. l’enrico, forse c’era in lui un fondo di compiacimento, tutta una sua grazia genovese nell’avvelenare o levare da sotto il naso il dolce al prepotente, e quello non si capacitava, bam,,, l’enrico lo odiava, il sergio, da gatto non ne tollerava la presenza e lo evitava, talvolta lo trattava a pesci in faccia. Sergio credo si annotasse tutto a futura vendetta. Mi mise in guardia l’Enrico, lui era nato politico come io sono diventata ma solo un poco, senza passione, lui invece in pausa lo trovavi a leggere il manifesto, un giornale comunista riflessivo e dissidente, eu não sei, pode ser uma combinação entre o Avante com o Público aqui. Secondo lui Sergio era pericoloso. Che dovevo proteggermi. Poi che avrebbe pensato su a una strategia ostruttiva, disse, e costruttiva ; l’enrico adorava un lessico avantiopoppolo. Il giorno dopo, devi andartene, mi disse ; io adesso voglio concludere essa carta, la cosa più importante ormai la sai e non voglio infliggerti particolari di criminologia che oggi sì certo, con la sensibilità conquistata a furia di sputi, carica le donne della furia necessaria a difendersi dal più timido accenno di graffio alla nostra dignità e integrità di uomini, sai che in tedesco si diceva auch di Frauen Sind Menschen, anche le donne sono uomini, Mensch, non al masckile sovraesteso ma neutro di persona, essere umano. L’enrico fu d’accordo che a denunciare, a smuovere le acque, a che cosa sarei andata incontro, da sola senza prove, contro un avversario protetto, anche con il migliore degli avvocati dalla mia parte, nada, nix, forse avrebbero condannato me chissà per calunnia magari tentata estorsione. E poi il mondo allora non aveva ancora scoperto le malefatte degli epsweinstein e i grimaldelli legali  per le coscienze sudice, metoo, solo sí es sí non erano in funzione. Quindi che fare. Andarsene, sparire,,,, per un po’ l’enrico e la manuela, e anche la figlia, devo dire per qualche mese mi adottarono, nascosta in casa loro, l’Enrico si preoccupava di accompagnarmi con discrezione prima e dopo il lavoro, proprio il ponte delle spie ; i nostri orari per solito erano differenti, io ufficio, lui palcoscenico, sicché per lui era un fatica partire alla mattina, magari dopo dodici ore di servizio il giorno avanti ; oppure sparire da una prova per riportarmi a casa ; alla fine mi annunciò la soluzione a cui aveva lavorato nell’ombra, che il meglio sarebbe stato se me ne fossi andata a lavorare altrove, ma altrove altrove da cupole mafiose come quella di sergio. Aveva in mano il  Portogallo. Organizzò tutto lui con una sua amica regista, the british virginia, carina, e col marito accompanhante in teatro,, un italiano anche lui, è in pensione non l’hai conosciuto, loro gli artefici del mio passaggio in Portogallo (na minha quinta portuguesa). Dopo la morte di mia mamma avevo venduto bene la casa di urbino, mio fratello morto per fortuna mia, il ricavato tutto a me, mi dimisi dalla Scala, liquidazione ne ebbi poca, però tutto fa e allora il movimento migratorio di italiani in Portogallo era minimo, i prezzi erano bassi, il contrario di adesso, gli amici mi trovarono anche da compare questa, la nostra, casa, per un terzo meno del denaro che avevo intascato. Poi fu divertente e sempre un po’ 007, da un giorno con l’altro, a dimissioni date, uscìi dal teatro, esco un attimo dissi, l’Enrico mi aspettava fuori in macchina e via a Linate aeroporto, volo per Lisbona. Per prudenza l’Enrico si fermò appena fuori dal centro, mi chiese il telefono e lo schiacciò sotto le ruote, tanto hai tutto nel tuo Mac, poi con calma si occupò di traslocare tutte le mie poche robe, saldò e rescisse lui l’affitto. Insomma io divenni una nana rossa. Sergio non si diede pace, mi disse l’enrico, poi però si sposò con una ricchissima contessa veneziana.

Quindi siamo andate al mare e non so ancora come ringraziarti della giornata ; e per la pazienza,, ne avrai dovuta mettere per leggermi fino a quest’ultima riga, ma la giornata al mare è stata simile a questa lettera : un’emersione necessaria. Non so come è successo ma ho intravisto noi due, di nuovo con l’occhio di un drone che scruti dall’alto, l’oceano su e giù per le nostre caviglie mentre camminavano nella lieve risacca ; l’oceano non ha vera e propria risacca, arriva alla costa come un miope che guidi senza occhiali e che perciò e in vista di un ostacolo inatteso, un intero continente, invece di rallentare, vada a diritto e finisca all’ultimo ultimo per tirare tutti i freni possibili to avoid a crash. Non conosci il mediterraneo né per carità i nostri laghi italiani che, in generale e persino quando sono agitati, si limitano a lambirle, le spiagge,,, l’adriatico poi, sulla mia costa, spesso sembra si annoi un poco o che gli stia bene sfiorare quelle rive senza troppo pretendere di cavare da sé stesso l’impressione che si ha del mare e lascia che altrove, il mediterraneo respiri in tutta la sua voluttà di mare aperto ; e non lo è. L’atlantico no, la sua tranquillità è moniti e promesse,, non ho mai visto una torre di guardia che guardasse la costa con più intenzione ici ses pieds dans l’eau della torre di Belém ; da lì capisci che non ci si aspettavano navi saracene. Questo credo distingua le sensibilità dei popoli atlantici da quelli del mediterraneo. Ne fui toccata dall’atlantico per la prima volta già molti anni fa da sola in Galizia, na Corunha. Alla torre d’ercole, una tempesta che a me abituata a porto Recanati, mi turbò. Ma che importa, eravamo belle ieri, tu poi Duda, belle in assoluto, due ondine che si mostrano ma solo a occhi divini e soltanto per un attimo e non di più : una traccia puntuale, ma dove, un tatuaggio fatto con l’acqua di mare ¿ Sopravviviamo?

Avranno altri autunni le maree
Finis terrae






Pasquale D'Ascola

P. E. G. D’Ascola Ha insegnato per 35 anni recitazione al Conservatorio di Milano. Ha scritto e adattato moltissimi lavori per la scena e per la radio e opere con musica allestite al Conservatorio di Milano: Le rovine di Violetta, Idillio d’amore tra pastori, riscrittura quet’ultima della Beggar’s opera di John Gay, Auto sacramental e Il Circo delle fanciulle. Suoi due volumi di racconti, Bambino Arturo e I 25 racconti della signorina Conti, e i romanzi Cecchelin e Cyrano e Assedio ed Esilio, editato anche in spagnolo da Orizzonte atlantico. Sue anche due recenti sillogi liriche Funerali atipici e Ostensioni. Da molti anni scrive nella sezione L’ElzeMìro-Spazi di questa rivista  sezione nella quale da ultimo è apparsa la raccolta Dopomezzanotte ed è in corso di comparizione oggi, Mille+Infinito

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