Pagine: 195
Prezzo: € 18,00
Può il viaggio di un funzionario regionale accompagnato dal figlio ventenne trasformarsi in una tragedia shakespeariana? Nella Puglia degli anni ‘90 del secolo scorso, nelle campagne deturpate e desolate che si estendono all’Ovest del Salento fra Brindisi e Taranto, tutto è possibile.
Alberto lavora per il Servizio Idrico della Regione Puglia. Trascinando con sé il figlio Nicola – la cui aspirazione sarebbe invece iscriversi al DAMS di Bologna – nella speranza di dargli un lavoro, a parer suo, concreto e stabile, si avventura a Torre Languorina. A breve, in quella zona è prevista la costruzione di un dissalatore che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – portare l’acqua corrente nelle case e cascine del luogo chiudendo i pozzi artesiani abusivi. Onde evitare che si scateni una guerra – nessuno dei locali è convinto che la chiusura dei pozzi e la nuova opera porteranno loro alcun beneficio – Alberto dovrà offrire, in cambio della cancellazione delle multe per abusivismo, l’accettazione da parte degli abitanti di far passare sulle loro terre le tubature per l’opera idrica.
Peccato che a Torre Languorina, e nel paese limitrofo di Languore, a governare la distribuzione dell’acqua a mezzo autobotti sia il mafioso Pà Nasi, temuto e odiato da tutti, ma senza il quale si morirebbe di sete. Uomo violento, amorale e incapace di comprendere quando fermarsi, Pà Nasi ha ammazzato la moglie convinto che se la facesse con la guardia del corpo del suo antagonista, il vecchio e malato capo zona Stacchiuccio che ha però il sostegno dei boss brindisini. Al fianco di Pà Nasi, il gigantesco albanese Mish e Toni Lu Puerc, di ondeggiante fedeltà. Contro di lui la giovane figlia Piera e Katarina, amante di Pà Nasi e profuga albanese che nella fuga ha portato con sé, salvandoli, un gruppo di bambini.
Ma Alberto e Nicola sono ignari – completamente? – dei loschi retroscena del loro viaggio che, per Alberto, non è neppure il primo. Ciò che li aspetta è una discesa nell’inferno che comprenderà un colpo di fucile nel parabrezza della loro Citoën da parte di un’anziana fuori di testa, la mano di Alberto spappolata da una pistolettata del fratellastro di Piera, Stino, che sta cercando di riacciuffarla dall’ennesima fuga, il sequestro di Alberto e un temporale devastante, simile alla mano di Dio che si abbatte su protagonisti e comprimari, dentro il quale tutto, in qualche modo, troverà una soluzione.
Non c’è bisogno d’invocare la sospensione dell’incredulità – quel tacito patto tra autore e lettore che s’instaura di fronte a una narrazione che appare surreale – perché ciò che Omar Di Monopoli racconta in un linguaggio alto e maestoso, con una scelta di parole di rara perfezione che mescola il dialetto all’italiano, rappresenta una triste e consolidata realtà del Sud Italia, allora come oggi. Per alcuni suoi libri si è parlato di western nostrani, ma credo sia più giusto, come si diceva all’inizio, invocare l’ampio respiro delle grandi tragedie shakespeariane, il dolore, la disperazione e l’oppressione senza remissione che la povera gente si è vista per secoli costretta a subire per mano di mafia e politica, conniventi, come in questa storia, con le frange locali delle forze dell’ordine e persino con la Chiesa.
Forse l’economista Edward C. Banfield aveva ragione quando nel 1958 parlava di familismo amorale riferendosi all’arretratezza del Sud Italia, al cinismo e all’assenza di spirito civico, al prevalere dell’interesse verso la propria famiglia opposto al più grande bene della società. Ma qui non si è mai parlato di vivere, quanto di sopravvivere. E non ci sono santi abbastanza potenti da pregare invocando salvezza. Ed è singolare che le parole più chiare sia la profuga albanese Katarina a pronunciarle nella sua mente, affascinata da San Nepomuceno, il patrono degli assetati:
“Era quella la sensazione che il santo le aveva rievocato. Una sete. Non la sua, ma la loro: la sete dei padri, dei padri dei padri, degli sconfitti, dei dimenticati. Aveva provato a rimuoverla … Ma ora qualcosa nel volto del santo, negli ardenti tizzoni dei suoi occhi, pareva averle ricordato un giuramento mai pronunciato. Salvali tu, diceva quel giuramento, perché nessun altro li salverà.” (p. 147)


