L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-Bizzo della Ficàttola e i biliardini predittivi dell’imperatore Majruhni

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C’era una volta e due e tre, ovvero ci fu, si potrebbe dire, non fosse instaurata l’abitudine di principiare ognuna di queste brechtianas con il tempo verbale che bighellona tra le alternative temporali e cronologiche del tempo: imperfetto. Dunque c’era tutte quelle volte là e lontano ma lontano lontano nella Terra-a-metà, c’era l’imperatore Majruhni. Terra-a-metà – in lingua imperiale è intrascrivibile e impronunciabile – ovverosia separata dalle terre di qua e di là da un oceano circolare e da una muraglia di misteri e incomprensioni a tutt’oggi impenetrabili. Majruhni, ovverosia allocco di alabastro in una traduzione tra le più probabili di quell’inesplorata lingua, dopo i suoi allocchi predecessori – dei quali è rimasto niente fluff, ende, finis, nada – colui era versatissimo invece nelle matematiche, delle cui magherìe tanto era convinto fedele e assertore da fondare il suo regno su di esse. Algebra, statistica, probabilistica, erano più che suoi passatempo, vocazioni confortate da studio accanito, volli volli fortissimamente volli. Accadde che Majruhni, sempre attento nel promuovere ogni indagine, promuovesse anche una spedizione in un caverna di ghiaccio da poco segnalata da due pastorelli sperduti tra le sconfinate giogaie dei monti Bashthai, oggi non riferibili a nessuna coppia latitudine longitudine precisa, dacché a quel tempo è verosimile non solo che facesse tanto più freddo sull’orbe terraqueo, d’aspetto assai diverso dall’attuale e tale cioè che gli oceani erano anch’essi ghiacciati più sì che no e le montagne, più assai, più estese e più alte di quelle conosciute oggi, erano dominio di popoli transumanti, primitivi sempre affamati ma poco bellicosi – servendo al bellicismo climi miti e confortevoli ovvero calorosi moderati –, non pavidi ma dediti alla placida pastorizia e alla coltivazione di certe rape rosse, di cui nelle pianure dei signori-a-cavallo pare tutti fossero ghiotti.

La spedizione impiegò vari mesi a raggiungere la caverna. Tutto lassù era gelo e luce di ghiaccio intorno.  Gli scienziati posero il loro campo, accesero i loro fornelli ad alcool e si cucinarono le loro minestre – immaginarsi quante erbe e fagioli e pastina per brodo dovettero portarsi e niente cavalli, ma schiene umane – e, saziati che furono, si accucciarono al calduccio dei loro sacchi a pelo. La caverna, poco distante dalla quale avevano posto le loro tende, aveva l’aspetto di una bocca di pescecane, osservò qualcuno al risveglio ma senza suscitare l’apprezzamento altrui. Oltre la soglia essa scendeva verso il basso assai pericolosamente e, benché gli spediziosi con qualche preveggenza fossero dotati di rudimentali ramponi e di picconi rompighiaccio e di bastoni puntuti e avessero intrapreso la discesa in fila – detta indiana per motivi tattici – attraccati agli anelli di una corda ben saldata all’esterno a picche di ferro piantate giù giù nel ghiaccio, ebbene non c’era da correre. La corda era fatta di vari spezzoni che i compagni dal campo con agili nodi marinari annodavano via via che la discesa degli esploratori procedeva. Là sotto, per loro agio e fortuna, non mancava la luce, anzi una mirabolante luminescenza rischiarava la volta di ghiaccio, come quei fondali di tulle bianco che in teatro si chiamano panorami. Lampi luminosi di inspiegabile origine e natura abbagliavano ora sì ora no l’uniformità di quella illuminazione. E il freddo aumentava e aumentava. Qualcuno in retrovia lanciò a gran voce la proposta di tornare indietro, di fare i bagagli e via a casa a dire all’imperatore che niente, che la caverna era solo un buco sfondato e arimortis. Ma ecco all’improvviso che la discesa prese l’ando di una placida camminata in piano e su una distesa di ghiaia e uno spicinìo d’ossi e conchiglie frantumate. Sì, gli esploratori levarono i ramponi e, dopo non pochi passi ancora, si ritrovarono tutti in un salone ghiacciato di volume diremmo oggi ciclopico. In mezzo, allineate in un ordine intelligente, di scimmia perlomeno, centinaia e centinaia di macchine, ciascuna corredata di una curiosa seggiolina con una gamba sola, collegate tra loro con metri e metri  di quelli che erano già conosciuti da quella lontana civiltà per cavi elettrici. Tra questi uno  aveva l’aria di essere il principale poiché li radunava tutti, era grosso come un dente di elefante e sprofondava in un corridoio di cui non si vedeva la fine. I più intraprendenti tra gli scienziati non persero la curiosità e intenzionati a dare un senso rivoluzionario a quella loro scoperta inseguirono il corso del cavo, con non poche difficoltà, e fino a scoprire, incastonata sotto una cupola di ghiaccio, una fantastica struttura, una macchina grande come una fortezza, luccicante di colori e bagliori e che sembrava vivere motu proprio ovvero indifferente a qualsiasi utilizzo corrente, benché andasse a corrente come tutti intuirono. Poiché lo scopo di ogni spedizione e di ogni attività umana pare proprio sia di dare nomi a tutto – dai  cuccioli ai wadi, o fiumare, dalle sabbie a cime e paesini sperduti sulla carta geografica –, gli scopritori risolvettero all’unanimità che quella fortezza elettrica avesse a chiamarsi fonte-primaria-di-energia. La definizione non soddisfece invero tutti gli scienziati dell’avventurato team. Fortezza segreta venne invero in mente a qualcuno ma questo sembrò più titolo di un racconto per piccoli  che definizione di  artefatto elettromeccanico.

Restava da vedere a che cosa servissero le macchine collegate a quella fonte. Qualcuno scoperse una grande leva rossa, più grande di qualsiasi leva conosciuta – oggi diremmo un interruttore a coltello – incastrata nel ghiaccio. Con una sola equazione fu picconato in modo da liberare la leva e quando un altro osò prendersi la responsabilità di abbassarla, oh mirabilia, tutte le macchine si accesero in batteria – tranne una che sfrigolò qualche poco e si spense con uno schianto –; gli schermi che ne costituivano la fronte luminosa, lanciavano bagliori azzurri e le loro scatole – come chiamarle oggi, piccoli lettori, non si saprebbe dire –, presero a brillare ed emettere trilli di cinque note variabili, dal la al mi, dal fa al do dal re al la successivo. Sui due lati delle macchine gli scienziati notarono dopo lungo indagare tre grossi bottoni. Spingendone due si comandavano, appostati lungo un pannello labirintico protetto da una lastra di vetro, dei braccini a leva che  andavano e venivano e s’illuminavano secondo la pressione esercitata sui bottoni, dest-sinist; tirando invece, ecco che il terzo  sparava una palla di cristallo lungo uno strettone: al termine, la palla, lanciata contro una lamina elastica, rimbalzava e rotolava lungo le pareti del labirinto e in braccio ai braccini. Al giudizio e all’abilità dell’operatore – lo si intese subito – stava di spingere questo o quel braccino – il quale casuale – a colpire la palla ed impedirle così di precipitare in certi fori  posti in agguato lungo il percorso del labirinto. Dopo opportuna meditazione quelle macchine furono nominate dai matematici della spedizione, biliardini predittivi. Biliardini dal nome di un gioco di bilie da farsi su terra o sabbia e noto ai bambini di tutto l’impero, predittivi perché agli spediziosi risultò da subito, sfumato ma chiaro, che quelle macchine, secondo la forza del lancio, di una o più d’una palla di cristallo, e secondo la via che le leve colpendole e rilanciandole lasciavano o impedivano loro di percorrere, che quelle macchine in sintesi erano formidabili meccàni di predizione matematica. Quanto utile per il governo dell’impero – ancora oggi che gli imperi sono del tutto o quasi scomparsi – si rivelò presto chiaro: quale tra più alternative potersi stabilire la corretta circa un numero enne più infinito di questioni trasmesse alle macchine per sola via di pensiero. A ciascuna macchina infatti era collegata una coppia di fili che agli scienziati non fu difficile intuire fossero il tramite, se attaccati al cranio di chi spingeva le levette del biliardino, la connessione tra quelle e i pensieri, ossia le domande segrete del giocatore. Un po’ come è noto sieno a Delfi o Cuma, Pizie e Sibille il ponte tra postulanti dubbiosi e un dio equivoco, interrogato a caso, Apollo per esempio.

Saltiamo qui il tempo e il percorso che portò i biliardini predittivi racchiusi nella caverna di ghiaccio tra i monti Bashthai a diventare i più affidabili partner di governo nell’impero di Majruhni. Una schiera di mandarini – così chiamati per l’albero dai frutti preziosi che allietava i giardini  e la mensa dell’imperatore – fu disposta e comandata a porre ai biliardini le domande che imperatore e ministri ponessero loro giorno e notte. I mandarini erano via via divenuti abilissimi nel dedurre dal numero e dal tipo di evoluzioni delle palle di cristallo il responso del caso ai casi che gli si sottoponevano con intatta fede in esse, nelle palle si intende dire. Così non vi fu legge, editto, decreto o atto di governo la cui opportunità non fosse sottoposta al vaglio e al responso dei biliardini predittivi. O all’estro o ghiribizzo dei mandarini che si divertivano talvolta a porre ai biliardini la stessa domanda mutandone la sintassi; giusto per vedere. La carica e la responsabilità dei mandarini era ambita e perseguita con metodo attraverso una scuola in cui i novizi imparavano dai mandarini ormai esperti i modi e le astuzie per porre alle macchine le domande. Ovvero per tradurre in matematiche impeccabili i girigògoli che le bilie compivano sul banco di gioco. Un successo. Le leggi dell’impero erano spesso insensate ma, ottenute con metodo, parvero da subito a tutti le migliori che mai l’impero avesse avuto per reggersi entro i confini della civiltà.

Ora accadde che un bel giorno, si dice così ma in realtà fu brutto assai, un bel giorno piccoli lettori, la grande fortezza elettrica si fermò e a nulla valsero i tentativi fatti dai mandarini e da mille esperti chiamati a consulto per riavviarla. Il regno piombò nel buio della certissima incertezza, ogni decisione per quanto piccola sembrò all’imperatore, ai ministri, alla corte tutta, un macigno inamovibile. E infatti il regno cadde nell’inerzia, i commerci languettero, le coltivazioni appassirono, in breve furono carestia e miseria a farla da padrone. Ladroni e ogni genere di profittatori si elessero da sé duchi e conti di particole più o meno grandi dell’impero e, lì dov’erano, spadroneggiavano sfruttando miseramente gli abitanti perché faticassero, povera moltitudine schiava, al fine solo e ultimo di mantenerli, loro e le loro mantenute, in numero variabile, nonché i figli e i nipoti del caso. A parte c’era da provvedere ad addestrare e mantenere una milizia ché diventasse sempre più carogna e violenta nel tenere in riga il popolo sottomesso. Cose oggi difficili persino da immaginare. Passarono anni orrorosi di cui le cronache rendono una testimonianza pallida. Accadde però che un viaggiatore sperimentale quanto ardito e inaspettato, tale Bizzo della Ficàttola da Firenze, terra del tutto sconosciuta all’impero, in un notte di tempesta si perdesse tra i monti Bashthai. Rifugiatosi nella caverna dei biliardini predittivi, e spenti, lì per lì non vi fece caso benché fosse persona, dar retta alle cronache posteriori di tale Agnolo da Buccione, De magna spirienzia et sapienzia nel uso d’ogne machina et ingiegno supremo nel arte sperduta de i soccorrenti lettròstici. I relè con tutta probabilità, di cui il Buccione non poteva canoscere che il nome e averne una men che vaghissima idea.

Bizzo fu soccorso dal popolo delle capre e delle rape, lavato, scaldato e rivestito e spedito a corte come si fa per abitudine con gli sconosciuti dalli strani costumi, intesi per abiti. A corte Bizzo si impadronì del linguaggio imperiale, si distinse subito nel gioco delle carte in cui eccelleva e che apprese ai cortigiani ignari; e dei dadi, di cui sapeva predire la disposizione con ragguardevole e sorprendente abilità càlculomotoria. Infine tutti, imperatore incluso si stupirono per la sua sorprendente capacità di ingurgitare cibi d’ogni sorta e vini… insomma le dispense di Majruhni, benché capienti, presero giù per una china inquietante. Bizzo si vide precipitare anche lui in disgrazia ma poiché era, per intelletto et uso come el volpe et el gatto ratto, pronto si offerse all’imperatore per affrontare i guai e i lai dell’impero. Se li fece spiegare quindi sotto fornitissima scorta partì per i Bashthai di cui aveva tuttavia non felice memoria. Quando però fu nella caverna lo prese quasi un sintòmo. Tutto era penombra e silenzio. Come funzionassero quei biliardini proprio no no non riuscì lì per lì a immaginare, ma forte delle sue probabili cognizioni di lettròstica e affini, come a suo tempo gli scienziati inseguì la strada del cavo più grosso giù giù nelle profondità della caverna. Arrivò alla fortezza elettrica.

La macchinaria gli parve minacciosa, come al prigioniero del pozzo il pendolo immobile e pronto a squartarlo, bref, del tutto al di sopra della sue capacità anche senza pendolo; ma a Bizzo fu chiaro che lì o la andava o la spaccava: avesse Bizzo accomodato i biliardini, l’imperatore secondo l’uso antico gli aveva promesso vita salva e onori a non più finire e in sposa la sua più bella figlia e ancora la di intelligenza più fina. Su quella Bizzo avea posto il guardo benché  guardare e non toccare ella avesse scritto come d’uso in fronte, ma solo lì; in caso contrario, sempre seguendo la legge non scritta dell’uso, il taglio della testa e delle mani e dei piedi, ma nell’ordine inverso è ovvio o secondo il ghiribizzo di detta bella figlia. Bizzo  fece appello al suo istinto di fiorentino, e per prima cosa, rotta nella cupola di ghiaccio una larghezza bastante a intrufolarsi, si addentrò nella fortezza a cercarne magagne che nessuno avrebbe mai capito dove andassero cercate. Gira e rigira tra pannelli e filamenti, tra saldature e strane enormi lanterne che oggi diremmo valvole, vide che un piccolo elemento, sito nel profondo dei corridoi fittissimi e baluginanti della macchina, aveva sfiammato e, in tutta evidenza era bruciato. E punto. A Bizzo l’elemento era noto come fusibile: da fuso  che all’arcolaio movono le madonne fiorentine, ma capace di interrompere una corrente non appena essa fosse troppo irruente. Bizzo si pose all’opera, cavò di tasca un filo abbastanza grosso da reggere un sovraccarico e con grande attenzione lo intorcinò ai perni del fusibile bruciato – si prenda nota che detto fusibile pesava non meno di chilogrammi cinque – . Non sapeva se era la soluzione e per quanto e se per caso passando troppa corrente ne sarebbe passata troppa di nuovo e per troppo tempo. Ma ne andava della sua testa. Tornò nella caverna affannato e pieno di fede in sé e speranza nel destino. Abbassò la grande leva rossa e blitz, la caverna si illuminò di nuovo e i biliardini tornarono a funzionare. L’imperatore Majruhni riprese in mano le leve del potere e poco dopo i mandarini a interrogare; sgominò conti e baroni, fece rifiorire i campi e i commerci… e Bizzo. Oh, Bizzo nominato primo manutentore della fortezza ebbe tra le mani la figlia dell’imperatore, ma non vissero felici e contenti. Lui stava tra i ghiacci e lei si annoiava a corte a morte. Un giorno lui prese una folgorazione, dalla macchina, e tutti dissero si fosse elevato al cielo come un santo, non essendoci altra spiegazione logica alla sua scomparsa in un fil di fumo. Lei si risposò.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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