Il mare beve me stesso – Francesco Cagnetta

Titolo: Il mare beve me stesso
Autore: Francesco Cagnetta
Data di pubbl.: 2021
Casa Editrice: Arcipelago Itaca
Genere: Poesia
Traduttore: Introduzione di Vanni Schiavoni
Pagine: 95
Prezzo: 13,50

Giuseppe Ungaretti con Il dolore rivela, fra angoscia e speranza, tutta la sofferenza delle cose perdute, dei ricordi ancora vivi, dell’estrema fragilità dell’esistenza, e nella partecipazione del poeta all’inferno che lo circonda, il dolore del nostro tempo si figura qui nella sua essenzialità.

Leggendo Il mare beve me stesso, la nuova raccolta di Francesco Cagnetta, poeta pugliese tra i migliori della sua generazione, mi è venuto in mente quel grande libro di Ungaretti.

Anche il libro di Francesco è un libro sul dolore. Il poeta lo declina e ne coglie tutte le sfumature, scrive un atlante del dolore non dimenticando una verità: il dolore diventa carne, il dolore viene dalla carne.

Del dolore e della sua presenza nella nostra esistenza, il poeta dà conto chiamando il dolore con il suo nome, guardandolo in faccia senza mai abbassare la testa.

La parola è potente e deflagra con uno schianto sulla pagina, proprio come il dolore che entra nelle nostre vite senza chiedere permesso.

«Il dolore non dimentica la forma / del polso, / la circonferenza del cosmo / e a colpi rapidi / e decisi lascia all’istinto / l’ultimo verso», «Il mare beve me stesso / e tutte le mie colpe / per darmi in cambio / nervi scoperti / cicatrici retrovisori /un dolore che galleggia / e io che non mi so salvare», «Non è ingenuo il dolore /che sceglie / come lo squalo, piano / che ha deciso di attaccare».

Il poeta davanti all’immenso mare del dolore, che ci beve tutti fino a affogarci, mantiene una lucidità speculativa che è stato di vigilanza. Con gli occhi aperti sulle macerie annota sul taccuino la strategia del dolore, ne coglie la sua malizia, inchioda al verso, sempre estremo e chiaro, tutte le sue aderenze con le nostre vite.

Il dolore che incide le ossa, il dolore che strazia la carne, il dolore che abbassa le nostre difese, il dolore che non concede tregua ai giorni.

Francesco Cagnetta partecipa all’inferno del mondo e come Ungaretti coglie la tragica essenzialità del dolore del nostro tempo.

Il dolore deve essere legittimato, deve avere titolo, scrive il poeta mentre cerca nel gesto della parola una lingua che ci porti in salvo da un naufragio.

«Il limite di ogni dolore è un dolore più grande» scrive Emil Cioran.

Davanti al dolore che diventa carne non ci resta altro da fare che attraversare guardando in faccia lo schianto che porta con sé quando sconvolge la vita.

Il dolore è una macchia sul foglio, un punto nero, lo sa bene il poeta quanto intinge la penna nel veleno dei giorni.

«Per conoscere il dolore / dobbiamo sapere chi siamo / quale corpo abitiamo / e per questo non servono / libri e manuali, / per questo a poco serve / la poesia».

La poesia è la prova che il dolore esiste ed è un mare che ci beve.

 

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