L’ultima notte di quiete – Ivan Guerrerio

Titolo: L’ultima notte di quiete
Autore: Guerrerio Ivan
Data di pubbl.: 2011
Casa Editrice: Ponte Alle Grazie
Genere: Romanzo
Pagine: 144
Prezzo: 14

Una piccola casa editrice, Beatrice, con sede a Sesto san Giovanni, hinterland milanese ormai inglobato nella grande città reticolare lombarda, improvvisamente fallisce. Alla morte della produttività sopravvivono degli individui: un editor, Marzio, una disegnatrice di fumetti, Valeria, un’addetta alla ristorazione automatica, Giada, e uno stagista che si sta preparando ad affrontare il suo primo giorno di lavoro nella casa editrice, Mirko.

La desolazione e la paura per un futuro senza lavoro spinge queste persone,  accomunate dallo stesso fato quasi per caso, a riflettere sulla loro condizione di neo-disoccupati, e vagando per Sesto alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, vengono in contatto con persone con i loro stessi problemi: dei lavoratori di un call-center chiuso da poco, che si stanno mobilitando per protestare contro i licenziamenti coatti.  Così, quasi per gioco, nasce l’idea di non abbandonarsi inermi a un destino deciso da qualche altra parte e da qualcun altro, e di dimostrare almeno il dissenso, se non la rabbia, salendo sul tetto dell’edificio che ospita(va) la casa editrice. Quei due giorni passati lassù fungono da momento catartico per i tre personaggi principali, Marzio, Giada e Valeria, che rivivono i fatti del passato, ripensano alle convinzioni del presente, e stravolgono, in ultima analisi, le prospettive e le speranze per il futuro. L’ultima notte di quiete (cit. da La prima notte di quiete, film di Valerio Zurlini, che a sua volta ha citato una frase di Göethe) probabilmente è da interpretare come l’ultima notte di un sonno/morte del pensiero e dell’anima accettata e ritenuta accettabile dai personaggi. Dopo l’esperienza della protesta si ritrovano finalmente in una condizione mentale di vita, di critica e di coscienza,  prima precluse dall’accettazione passiva della logica imperante, quella del “lavora, consuma e crepa”. Un finale da brivido post-moderno sull’incomunicabilità e sull’incapacità di essere realmente Persona chiude questo libro problematico e dissonante, frammentato ed estremamente destabilizzante. Un altro grande personaggio del racconto è la città, Milano con il suo hinterland, questo mostro omni-pervasivo e tentacolare; non più la città del boom economico degli anni 50-60-70, in cui le industrie creavano nuovi non-luoghi di stampo urbano, già di per sé fortemente stranianti e inumani. Ma questa è la città degli anni zero, una struttura che occupa tutto il territorio, che non è più identificabile in agglomerati di territori, bensì è composta da traiettorie, da flussi, da transiti di persone e merci lungo sempre uguali percorsi, imposti e pre-ordinati.

“Stava venendo sera. I cambiamenti che il mondo affrontava, là in basso, sembravano esclusivamente effetto della luce che mutava la definizione delle cose, i pieni e i vuoti, le aree in evidenza e quelle celate. Per il resto tutto appariva immobile. Certo, si avvertivano gli spostamenti, le persone e le macchine che fluivano la sera nel senso contrario alla mattina, ma erano solo vettori contrapposti di forze la cui somma dava zero. Giorno dopo giorno un falso movimento che accresceva la sensazione che non vi fosse alcun centro, ma solo la sterminata periferia di qualcosa che restava costantemente fuori dal nostro campo percettivo.”

L’uomo non possiede più il territorio, ma solo i tragitti che percorre, ogni giorno sempre uguali. In questo contesto l’appropriazione di un luogo, quale il tetto dell’ex-posto di lavoro, o l’appropriazione del tempo dei radical-chic del Fuori Salone del Mobile di Via Savona, diventano atti rivoluzionari e fuori dal concesso, liberatori di quell’energia vitale per troppo tempo repressa. Il ritorno alla “normalità” di una vita produttiva (non per sé, ma per il predominio della merce, qualunque essa sia) sarà duro da accettare per tutti; c’è anche infatti chi non riuscirà a farlo.

 

 

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  • Silvia De Bernardi

    La recensione mi ha ricordato “Non buttiamo giù” di Horby.
    Forse il fatto di essere disperati, e di ritrovarsi sul tetto dell’edificio; stando insieme si trova il coraggio di continuare!

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