L’ElzErMejo – Una fortunata combinazione : conversazione con Carmilla Rossini 2

Con Carmilla durante e dopo la cena, lievita con splendidissimo termine siciliano il nostro curtigghiu, il cortiglio, cortiletto di comari dove consumiamo l’abilità birichina della chiacchiera. Per un uomo, opinatamente maschio, ritrovare il gusto del caffè in portineria è una grande soddisfazione, un grande balzo in avanti filosofico. ¿Filosaffico? La sera non è calda, freschetta anzi che no, inadatta a fermarsi all’esterno. DG, la osservo che osserva, discreta nel parlare, come in tutto, è tuttavia in tutta evidenza catturata dalla corrente lessicale di Carmilla che ha ormai issato lo spinnaker di un’intelligenza in gran pavese, never blasé,¿enfantine? maa sì anche, la si ascolta per inseguirla nel gioco, come bambinǝ ai giardinetti. Duda non le sta dietro anzi, sono una coppia di diavolezze e a un certo punto, a cena terminata cantano insieme, all’unisono e a cappella, pare un fado (lo è, un fado desgarrado, niente accompagnamento strumentale, ne ignoravo la possibilità ndr) ; non si può immaginare la voce sola che cosa riesce a strappare via da chi ascolta ; anima mundi ; le ragazze sono, sono come hmmm, la mente annaspa in un pentolone di paragoni confusi dal rapimento ; d’altro canto di musica popolare so giusto quello che appresi più di cinquanta anni fa da Leydi e Mantovani, allora non mi catturava, oggi qualcosa, metti la pizzica, ah mi travolge, perché è come il Portogallo, Sud. A serata avanzata, quando siamo sul punto di giocare le carte delle convenienti inconvenienze, che oh perbacco signore mie è quasi domani, che sarà bene togliere il disturbo, Carmilla tronca i salamalek : si leva, va, torna con un quadernone A4 dalla copertina di un arancione trombettiere, piglia a camminare circa circa, descrive uno spazio scenico discosta da tutti noi, rallenta : gittò fuori la voce e legge Carta a Duda. A chiunque dotato di orecchio attento è evidente la naturale dote prosodica di Carmilla ; la sua voce rulla, anche nei passaggi che romperebbero quella di un attore qualunque ; la sua voce scorre con alterna corrente, la stessa di un corso d’acqua profondo quanto basta a mantenerlo limpido, e verde di quelle belle alghe sempre in moto che paiono i capelli degli angeli di fiume : le ondine Chlorophitae, mi pare siano, e ne esistono varietà diversissime. Alla battuta di chiusura, Carmilla è capace di sospendere l’intonazione nel non detto, come un sapiente direttore che, dopo l’ultimo accordo dell’orchestra, tenga la bacchetta sospesa in levare, gli archetti fermi sulle corde, le dita sui tasti, i battenti sui timpani, il respiro d’attesa del pubblico e solo dopo alcuni secondi la cali a liberarne l’applauso ; io non so molto che dire, DG si lancia invece, ma è bel lis si ma, abbandonando però il lessico al limite di una terra di nessuno. Ne parleremo domani, dice Carmilla dando per scontato che ci rivedremo. E infatti.

Elzemiro  Ho passato la notte a riascoltare nella testa una carta a Duda. Non ho potuto farne a meno. Mi succede di norma con la musica. La musica mi si impasta col cervello e lo lavora. Stamane l’ho letta tutta, la fotocopia del manoscritto che mi hai dato. In questo momento ho in mente tutte le domande possibili e impossibili.

Carmilla Olà : troppa grazia monsignore, intanto ti faccio notare che non è UMA CARTA a Duda ma Carta e punto : lettera semplice indeterminata non raccomandata. Uma, una, avrebbe  sottinteso una sorta di immacolata concezione della lettera. Ma non è così. Carta a Duda è a farla breve tutto il non detto : tutta la riserva indispensabile di combustile e comburente del volo nello spazio profondo che è ogni relazione : occorre per questo volarsela bene concordi con me (è e non è una domanda, e assentisco convinto ndr) verso Giove e oltre all’infinito (ultima parte di A space Odissey ndr): ma non è dato ai mortali, e mortali come siamo ciò che di bello ci può capitare è di vivere insieme, accanto al corpo amato fino alla fine del volo. Pffff, fanne quel che vuoi di questa affermazione

E. Hai tenuto per te un sacco di tempo la cosa tremenda che ti è capitata e poi la riveli con leggerezza, non saprei dirti se con il distacco del patologo o del disegnatore esperto in prospettiva

C. Ahi ahi ahi, no nnò alto là : intanto non una bènsi due (dice bènsi con l’accento su bèn ndr), se non tre cose di tremenda maestà (con un tono ambiguo ndr). Carta a Duda è l’atto finale e l’abbandono definitivo della mia carriera di velista solitaria : miii avvisi ai naviganti stasera. Ho scritto, ho rivisto ciò che narravo poi finis e ohhh mi sono resa conto che tutto il vissuto era estinto, nessun bisogno di tornarci sopra : è lì da leggere se mai qualcuno lo leggerà (al momento di questo colloquio ancora di pubblicazione nessun accenno ndr)

E. Non vorrei invece toccare

C. Ma va là. Io non c’entro più là dentro. Non ci sono più. Sono vedova di me stessa o mi mi sono lasciata dietro una me stessa che non ho sposata o sposata soltanto in contumacia, oh ccïelo come sono complicata

E. Mi sorprendi ad ogni istante

C. Buon per te ( pare un discorso chiuso ma qualcosa mi dice che posso insistere ndr)

E. E come sei riuscita

C. A superarmi (il tono è di nuovo tra la domanda e l’affermazione ndr) Con una bella, beh, sarei tentata di chiamarla dialisi, che m’ha ripulito il sangue, tutto via, flush, ma insomma con una analisi ben condotta con una brava, ma davvero brava doc, mia madre surrogata qui di Lisbona, grande ammirazione per ela : fu un anno dopo la mia fuga da Milano

E. Sapevi allora benone il portoghese

C. Macché, lo balbettavo ma : paradosso, fu quel mio balbettare a permettermi lo scavo tra le parole, a impararle e poi quasi a inventarle : entrambe, la psic e chi ti parla dovevamo ricorrere allo spagnolo, al francese all’inglese, a un po’ di tedesco, tante lingue tante anime. O tanti anime. E fatto sta che la difficoltà eloquiale mi aiutò invece di condizionarmi a contarmela su : sai com’è no, se per caso hai fatto analisi, sai che noialtri i pazienti fabbrichiamo argomenti e il doc, se è listo e lesto di mestiere, deve sgamare dov’è l’inganno, a far scattare le trappole del disinganno : sgamare capisci quanto sono ormai antica

E. Mi pare molto fuori dall’ordinario

C. Sim, pare così, ma ci riuscimmo, la doc all’inizio mi esprimeva le sue perplessità per via della lingua, io no, a saperle maneggiare so che cosa si può combinare con le parole e, se le tagli fuori dalla volontà di mascherarle, fatto, lei se ne convinse con la pratica, dopo quattro sedute dribblava anche lei tra le molte lingue che usavamo, anzi bravissima elegante come non so chi, la Bonmatì, l’aitante Aitana del Barcelona

E. Purtroppo di calcio ho visto due partite in vita mia a Firenze da bambino e poi più, più che altro fui calciato via da ogni partita infantile perché scambiavo la loro con la nostra porta, fermavo la palla con le mani, un pericolo per la serietà del gioco

C. Siamo in due

Duda : Eu gosto muito de futebol, é verdade Carmilha?

C. Duda sim, Duda lei gioca a calcio, ala sinistra, ovvio, ma del resto c’è anche quel Spotti, il conductor che tiene alla Juventus, gioca e dirige, è giovane, sposato, figliato, posso dire (fatale) : conduttieri. Per concludere, quando ho scritto la lettera non avevo più nessun bisogno di libera-me-a-malo, niente esorcismi : tecnicamente è letteratura e punto.

E. Dimmi una cosa, perché hai scritto in italiano

C. Eddai (due di) io il portoghese capisco tutto, parlo tutto il giorno portoghese, sogno in portoghese, scrivo anche certe piccolecose sai, nel mar portoghese so nuotare ma son prudente e non mi allontano più di tanto, del mio portoghese scritto mi fido e non mi fido, mi vien fuori dalle dita ma sai, sempre un po’ professorinha la Carmilha, dominare domino uno scrivere accademico, un po’ uguale in tutte le lingue, quelle che pratico

E. Eppure si potrebbe dire che le lingue latine sono espressivamente intercambiabili, da usare a seconda del contesto soprattutto mentale : o no?

C. Sì e no, dipende, la tua, la mia, la lingua mamma, è l’italiano lingua vai e vieni, portuale e nello specifico : più di tutto avevo bisogno di scrivere nella lingua che ero : l’italiano lo scrivo anche per tratti sovrasegmentali (ridacchia) prendi il raddoppiamento fonosintattico, eccosì, eddài, vado a-rroma, fanno un sentimento

E. Oh signur i tratti sovrasegmentali. Andiamo sul leggero, perché parli, dico parli come te perché anch’io sento le parole più che leggerle… hmm treccianera, il tuo grande amore di ragazzina, mi pare così, ma non le dai mai un nome : un po’ di Elle con un pizzico di Vanity? 

C. Ehi c’è una parte barbiera che s’impiglia in me : dunque treccianera è pour cause, una volta c’incontrammo per fatal combinazion nella stessa scuola media, classi diverse : fatto sta che un giorno durante l’intervallo mi apparve questa creatura da sognare e infatti la sognai per più e più notti : i suoi capelli tiratissimi e incrocchiati dietro, sai  da ballerina ma con un lunghissima treccianera, la brucava da un pacchetto di crackers. Fu un big bang bang rapimento ed estasi, si sa a quell’età, non me ne intendevo certo, sì sai il velo del desiderio sugli occhi di babbà e mammò ma già  a quel tempo le intenzioni, gli sguardi tutto ciò che concerne i movimenti dell’anima verso o avverso l’altro riguardavano per me sempre e soltanto bambine, bambine solo belle, niente cotte ma chi va là del cérebro : i bambini li osservavo come si osserva una mosca che batte nel vetro della finestra, giocattoli Marvel, invece per treccianera ebbi l’avviso che garantiva : le mie viscere si erano messe in allerta, avevano scoperto di che lacrime sarei stata fatta e di che sangue (ridacchia) il mettersi in moto di un treno senza ruote e privo di destinazione.

E. Mi fai ridere : anche a me apparve la mia treccianera, in prima media per l’appunto

C. E come andò

E. Sparita in seconda, cambio di istituto forse 

C. Io partivo per scuola molto presto, stavo al gelo e alla calura fuori dal portone ancora chiuso in attesa che lei, che svoltasse la cantonata e che mi colpisse i’ tremotìo ddi ccore di’ pprimo giorno (traslitterazione approssimativa dal toscano ndr), senza sapere in nessun modo che fare come fare : il concetto, la prassi esecutiva e il fine del corteggiamento mi erano del tutto ignoti

E.  Oggi pare che a dodici anni già prendano a scopare, non me ne intendo ma ho letto che

C. Ooh ohps che tempi (ride) la treccianera lei tirava dritto, non guardava, non mi vedeva proprio,  non ero nemmeno l’ombra dal banco, poi scopersi che era miope e che gli occhiali  erano inciampi sul cammino delle vanità : prima delle lentine : a quel punto tac fu una reciproca tac, lei vide io vidi, capimmo, primo bacio uau, un tuffo di quelli che si giravolta mille volte dal trampolino più in alto : un po’ di ritegno, di impaccio c’era sai, terza media ci avevano dato cara grazia quelle note informative tipo istruzioni della lavatrice, le ovaie, i peni, gli adulti che perepè perepè, i (i ndr) uomosessuali, il lesbismo traghetto ida e volta  per un’isola poetica : per fortuna le cose sono quello che i corpi sanno da sé e a un bel momento si stufano inascoltati di suggerire a una coscienza tonta : sicché, senza trucco senza inganno al liceo eravamo ormai a,mo,rose, a,manti e andò a,vanti per anni, crescemmo insieme en amour folle (sbaglia di proposito fou con folle ndr) trascendenti una mezza maturità : ci amavamo molto, yes nel modo pattinato (lapsus voluto ndr) che si vede nei film con intermezzo per masculi guardoni. Delle gran belle furie. Belle. Lei era un corpo risplendente, superbello droga libera, divenni dipendente

E. Ma treccianera come mai è senza un nome

C. Mi presi al sound, maybe it might sound almost the same as freccianera, la di Stevenson, letto, bello, la freccia treccianera che mi trafisse, ma il nome il nome ancora eccolo : Giada, Giada Spavalda Solidèa Brindilli di Montefalco : sicché spavalda si sa solidèa nel senso di sola idea, il padre era un ricco, molto ricco àristo e quindi un Kropotkin ma mutualista alla Proudhon, insomma si sporcava le mani sia nei propri campi che sul tavolo del suo lavoro di patologista, la madre una maestra Montessori ; Giada mi sfrondava su per li rami l’albero, frutto di non so quante seminagioni e innesti e incroci, anche coi Pasolini di quello lì, Giada si divertiva a illustrarsi all’ultrapassato remoto, ti dico un suo joke : ogni giorno prima della doccia ho da spolverarmi dalla polvere dei secoli o mi si impasta con l’acqua : pappi defunti entrambi, se non è morta ha la mia età, come ci vedemmo ci sperdemmo di vista

 E. Un po’ di red carpet?

C. Ah pois dillo che ti paga davvero Vanity, queres a fofoca? Bem :  bisogna capire che Giada mi svitò la testa a periscopio per farmi orientare da sé tra meraviglie e orrori : mi sedusse e formò, tutta la sua famiglia mi educò e mi sottrasse ai miei, il padre e la madre di Giada sentirli parlare e ascoltare gentili, saper usare le posate, mi esercitavo a sbucciare la frutta con forchetta e coltello, dico che con quell’esercizio ho imparato a dar forma a una frase. Mia suocera, chiamavo già così la madre di giàdà, mi disse di non fare tutto a pezzetti il cibo nel piatto ma sempre taglia e mangia taglia e mangia ; mia madre, il giorno che a tavola sbucciai una pesca alla perfezione, mi guardò nemmanco avesse partorito un’alboina. Mio padre neutrale : dai montefalchi fui sottratta a permanenti e shatusc e dalla lettura delle carte di mia madre, dopo l’esame delle medie mi voleva con sé nella peluqueria, mia madre, nel mentre una scuola da estetista : Giada 14 anni, sul pelo dell’esame di terza media, a muso duro : signora Rossini, Carmilla a settembre viene con me perlomeno al liceo scientifico perlomeno; e cosissia, ci andai allo scientifico anche se avrei voluto stare con Giada al classico però il greco io proprio no

E. I genitori tornano sempre nella tua narrazione

C. Pois sim. Ma siderati dalle parti dell’empireo. Le distanze così presto prese che poi separarmi da loro per sempre fu un esame di prospettiva 30 e lode. Ma riconosco che capirono la necessità di essere messi da parte o più di preciso, in un altro cassetto della mia esistenza. Duda invece è il mio todo modo hic et nunc: non ci crede, ma lei è un po’ la guardiana di questo tempio (con un’indice ruotante accenna a tutto ciò che ci circonda ndr), si badi che sono una snob allenata sicché anche Duda ha un po’ di palle in capo : non ricordo adesso se sette otto nove : ma ha smesso di appartenersi a quella risma dai settanta cognomi, i suoi sono cari vecchi soprammobili, ci amano riamati davvero, mio suocero è un buffo eccentrico, mia suocera una saggia mère l’oye, andiamo a pranzo da loro, e ogni volta è tanatoprassi, un po’ la scena dei nobili a convegno in La fille du régiment, per fortuna so sbucciare benissimo la frutta

E. Oh bella, la fille mi riuscì benissimo, mi ricordo nemmeno quando, all’Arriaga di Bilbao

C. Bravo. Vedi che Duda è stata per me come la rivoluzione del settanta a Parigi, la de la Commune, mi ha 

E. Par proprio che la rivoluzione sia duratura . Vogliamo parlare infine di Carta a Duda

C. Eddai, fàmolo, ti dico, può sembrare strano ma ista carta nasce dal disagio, dalla nausea che provoca il mondo così com’è, un mondo di falso, rapina e assassinio : di rapers e rappers, di Iran e Afganistan, di tiranni in maschera e turisti i lor profeti, fermami

E. Carta a Duda. Carta a Duda in realtà è scrittura pura, affermo che per me va pubblicata, ha uno stile, come tutto ciò che ha stile : attinge a secoli di scrittura ma tu la manovri a modo tuo. La tua prosodia, figurati che mi influenza già il pensarne. Voglio dire che da sempre per chi scrive sul serio la questione, misurata un po’ con lo spannometro, la questione è la punteggiatura. Da Proust a Céline fino a Simenon e Saramago, ma senti già in Petronio, non parlo di Virgilio o Omero, da sempre in ballo c’è il  ritmo e dunque la musicalità, e quindi le pause : già l’abolizione dei due punti aperte virgolette di Saramago fu una rivoluzione, il testo ti discorre sotto il naso. Ma tu hai fatto di più : credo che per questo Calabretto ti dovrebbe convincere a render pubblica Carta : tu elimini quasi del tutto il punto, introduci la doppia o tripla o addirittura quadrupla virgola, ricorri spesso al punto e virgola, non usi le maiuscole, quasi mai o, devo dire spesso a casaccio : apro parentesi : solo per certi nomi che ti inducono al rispetto. Ecco, tutto questo mi ha ricordato proprio bam, a sberle, la scansione del recitativo secco nell’opera…

C. Bah sì, la punteggiatura. Io non amo per esempio il periodare : John vide una mela sul tavolo-pensò di prenderla-che la zia non avrebbe avuto niente in contrario-John esitava-poi al diavolo-prese la mela-John la osservò per un attimo-poi vi affondò i denti. Per dire, ma santo cielo è sillabario : uno non parla né pensa a inciampi, salvo si tratti di un superfatto che allora procede a shottini, ischemie transitorie, rutti e amnesie, ma in generale, la paratassi è un clockwork orange : vabbè cut : è che in carta a Duda, avevo da parlare a Duda, da capo a fine, tra slow down pull over and go go go, poi non è detto che ci sia riuscita anche perché Carta a Duda è di getto, di gatto che ti salta in collo e si accomoda dunque sì credo che il paragone funzioni :  è recitativo secco 

E. È una questione spinosa?

C. Ma nooo, complessa, io non sono né ho mai provato a fare la vera musicista, smisi presto di studiare e non suono da talmente tanto tempo, però nella mia condizione di precaria posso dire che ho inventato certi segni come il punto tra parentesi in sostituzione della pausa con corona, checché màcche vvor di’ : vvor di’ che sotto sotto vorrei la si leggesse come letteratura

E. Dolente nota e carta a parte, le tue liriche sono bellissime, quelle poche che mi ha mostrato Calabretto, perché non sei pubblicata?

C. Ah bè ah bè, guarda potrei risponderti facile : mma chemme frega ammé d’esse’ pubblicata. Poi però posso fare la gentile : prendi il cine, il teatro occhei, sono industria industriosa, tanta gente necessaria a farlo, tante capacità all’opera, tanti soldi. Un film non si fa da soli, un libro o un sonetto sì. Ordunque, scrivere per me è una faccenda di purezza della razza artigiana. L’editoria è mutata in industria per mantenere uffici e impiegati : farsi pubblicare significa venire a patti nemmeno con un editore iiiiih ma con un agente, che ti proponga a un editor, dopodiché tutti a metter mano, manomettere, pretendere : il cinema è un lavoro corale, teso in molti casi al bello, almeno al passabile, ma parte da qualcosa, un buono script, ruoli di indispensabile maestria : l’editoria è il frutto di manomissioni, intromissioni, dismissioni, uno si domanda come mai non siano gli editor e io dico AI a fabbricare libri : opere di anonimi o di nomi inventati, tutte Ferrante. Bisogna capire una cosa, scrivere sul serio è mettere in strada il pensare, scrivere, Camus diceva che con i romanzi si fa filosofia, la fiction c’entra niente, lo story telling, il plotting, pippe, occorre essere camusardi o il mio ciabattino della mia via, chiaro che enti e onti c’entrano un (ride) non nul la

E. In sunto

C. L’era dello scrittore, anzi della scrittura, tutto finito, sipario e tutti a casa : le case editrici sono barche da pesca d’altura, vanno a strascico, sventrano e surgelano all’istante. Perché mai dovrei prestarmi. La violenza l’ho subita una volta ora basta. Non sono vendibile e nemmeno in vendita, non ho niente da vendere : e soprattutto, sventrata non mi lascerei  mettere sott’olio. Pussa via.

E. E la poesia

C. Tesoro mio, oops, la poesia non esiste in questo quadro di iperrealismo surreale, la poesia figurati, quella sì è una condanna all’impiccagione immediata, a una gru che c’è ma non si vede, vùm su per il collo finché morte non ti separi : poesia : nell’angoletto c’è uno stronzetto : emozioni ovvero fondata di olio (canticchia) sen timen tal, jingles : la poesia : a volte, anzi spesso nasce nei film, c’è un bel film poeticissimo di Jarmush, Paterson, ogni inquadratura è un verso. I film di Almodòvar io li ascolto, oh bè quelli sono partiture spesso, contrappunti con la musica di Iglesias, Penelope Cruz nella sua grotta col bambino è poesia o una serenata di Boccherini

E. È la morte dell’arte?

C. Non direi proprio, è la scrematura. Se hai l’arte nella borsetta, la tieni a tracolla e guardi spesso che la borsetta sia chiusa per essere sicura che en este mundo traidor nadie ci cacci le mani dentro.

E. Dunque tu  rifiuti la pubblicazione 

C. Non, la, cerco : è diverso, ma sono sicura che se esistesse un editore, cioè un misto tra un minatore di Salgado e un D’Artagnan, esistesse uno che mi scoprisse, bè perché no. Ma il sistema che è una chiesa cattolica, não não, ovviamente chi vi appartiene lo battezzano, cresimano, comunicano e dopo un paio di anni fìckete fùckete l’estrema unzione : con Duda ci siamo appassionate a una tivuserie spagnola, Valeria, lei vuole scrivere, ma sai l’ispirazione ay ay, senza ispirazione niente espirazione poi scopre il solo talento suo e delle sue amiche, scopare, e allora scopre come  scrivere di scopate, successo a catinelle, non è lontano dalla realtà : ho scritto una cosa una volta, titolo appunto what a fuck

E. E dov’è

C. Non l’ho finito, fuffa uffa. Credo sia fondamentale per chi fa letteratura disinteressarsi di ciò che ha lasciato incompiuto per mancanza di fondi comuni di interesse : finito è un finito  finito un finito.

E. Mi piace. Non so come ringraziarti di queste ore passate insieme. 

C. Possiamo abbracciarci se vuoi, io non do che un accessit (Bohème, atto secondo il caffé Momus, ndr). 

Fine de l’entretien con Carmilla Rossini. Ringrazio il professor Svevo Calabretto per averla rivelata, se non al mondo a un suo modesto cortiletto : a un cortiglio. 

Sicché l’indomani mattina molto presto lasciamo la nostra casina di Bulhão Pato con il rammarico di chi ha trovato casa su queste rive ma torna là da dove non sa staccarsi, in un mondo che non ama, sul ramo del lago di Como dove viviamo per avventura con DG ; è una delle forme della sindrome di Stoccolma. L’aria è fredda, la mia bleu de travail mi protegge, niente taxi, le rotelle delle valigie rullano sulla pietra delle stradine di Almada, andiamo a prendere come ogni mattina la tramvia Uno per Cacilhas, penultima ricarica del biglietto elettronico, che conserveremo ; poi ultimo viaggio in battello attraverso il Tago, in una folla di lavoratori, è bello afferrarne ormai le voci e trattenerle nella memoria, poi sbarchiamo, poi poi no, DG vuole un po’ ancora di aria aperta, fuori dall’imbarcadero, prendiamo un taxi, costa 15 € la corsa, su su per tutti viadotti di Lisbona fino all’aeroporto. Passati i controlli in un attimo, intermezzo in un caffè appartato e stranamente vuoto di turisti, intorno si parla solo portoghese. Al tavolo caccio una mano nella tasca sinistra della tasca. Ne cavo un foglietto con dodici versi in una grafia improvvisata quanto, mi pare, i versi stessi

Rari i bambù a queste latitudini, 
Svettano eredi di similitudini,
Di quadri e idillii di Poussin.
La nebbia alita tra le loro canne,
La pioggia lucida la superficie
Dei tronchi ma non li intride

Non sono i bambù facili
Alle culture, sottili indocili
Si tratta di incontrare il campo
Che ne decifri le intenzioni
La terra che li punti ¿come frecce?
Senza aggettivi al cielo

Così, ore 12 approssimative il bell’airbus  che ci ha imbarcati stacca  per l’Italia. 

Pasquale D'Ascola

P. E. G. D’Ascola Ha insegnato per 35 anni recitazione al Conservatorio di Milano. Ha scritto e adattato moltissimi lavori per la scena e per la radio e opere con musica allestite al Conservatorio di Milano: Le rovine di Violetta, Idillio d’amore tra pastori, riscrittura quet’ultima della Beggar’s opera di John Gay, Auto sacramental e Il Circo delle fanciulle. Suoi due volumi di racconti, Bambino Arturo e I 25 racconti della signorina Conti, e i romanzi Cecchelin e Cyrano e Assedio ed Esilio, editato anche in spagnolo da Orizzonte atlantico. Sue anche due recenti sillogi liriche Funerali atipici e Ostensioni. Da molti anni scrive nella sezione L’ElzeMìro-Spazi di questa rivista  sezione nella quale da ultimo è apparsa la raccolta Dopomezzanotte ed è in corso di comparizione oggi, Mille+Infinito

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