Data di pubbl.: 2026
Pagine: 208
Prezzo: € 19,00
Arte Criminale. Vite spericolate fra genio, eros e follia, Baldini+Castoldi, 2026, è frutto dell’incontro fra Sergio Rossi, al tempo docente di Storia dell’Arte all’Università La Sapienza di Roma e della sua allora allieva Vania Colasanti, accomunati dalla passione per arte e delitti tanto da presentarci una carrellata di undici celeberrimi artisti vissuti fra il 1400 e il 1900, accomunati non solo dalla passione creativa, ma in generale dalle “passioni”: per le donne, il vino, le droghe e il delitto. Vite difficili, a volte segnate da lutti, malattie e violenza fin dall’infanzia; vite fatte di gelosie verso i colleghi, amori impossibili e disperati, colpi di testa, omicidi e imprigionamenti, aggressioni e duelli, fughe e suicidi.
Oggi, per saperne meglio e di più, incontriamo l’autrice Vania Colasanti che ringraziamo fin da ora per averci concesso un po’ del suo tempo.
- Buongiorno Vania. Prima che tu ci parli del tuo bel libro “Arte Criminale. Vite spericolate fra genio, eros e follia”, puoi raccontarci in breve qualcosa di te, del tuo percorso culturale e della collaborazione con Sergio Rossi?
La mia passione è sempre stata l’arte e in particolar modo le opere di Michelangelo Merisi che hanno un po’ attraversato la mia vita. Tanto che il mio precedente libro “Inseguendo Caravaggio, nei suoi luoghi e nei suoi quadri”, edito sempre da Baldini+Castoldi, ha raggiunto quattro ristampe in pochissimo tempo, proprio perché letteralmente ho inseguito l’artista, andando a ritrovare particolari dell’uomo e delle sue opere, come alcuni scorci di città di oggi che sono i set scenografici delle sue tele. Ma essendo giornalista – scrivo per il quotidiano La Repubblica – e autrice televisiva, mi sono spesso occupata anche di crime: ho lavorato per dieci anni a “Storie Maledette” di Franca Leosini e ho scritto e ideato per RaiPlay una serie di docu-crime sulla stagione dei sequestri, dando voce a chi è stato vittima di quei crimini: Anna Bulgari e suo figlio Giorgio Calissoni a cui tagliarono un orecchio, Barbara Piattelli che è stata la donna più a lungo sequestrata in un rapimento a scopo di estorsione, o i fratelli Casana. Ma tornando al libro, un bel giorno, nella mia palestra romana, mi sono ritrovata Sergio Rossi, che era il mio professore di storia dell’arte all’università e abbiamo unito le nostre passioni. Lui ha dato un apporto più scientifico e io più narrativo, sceneggiando documenti antichi, rendendo accessibile a tutti un testo che non è assolutamente un saggio, ma una serie di racconti sulla vita “spericolata” di artisti che vanno da Filippo Lippi a Pollock.
- Cosa ti ha spinto a concepire questo volume e come ti sei organizzata per scriverlo?
Per scrivere Arte Criminale ci ho messo circa un anno. Essendomi occupata in tv di programmi e documentari legati al crimine, ho unito le due passioni e con Sergio Rossi abbiamo individuato gli artisti da raccontare. E sulla falsariga del libro su Caravaggio, reperendo tutti i documenti dell’epoca, è bastato dargli voce. Come nel caso di Artemisia Gentileschi, nelle cui dichiarazioni durante il processo per stupro subìto da Agostino Tassi rivive tutta quella violenza, proprio attraverso le sue parole.
- Undici celeberrimi artisti vissuti fra il 1400 e il 1900 governati da genio e sregolatezza. Chi fra loro ti ha colpito di più per il divario fra la sua arte sublime e l’efferatezza della sua vita?
Senza dubbio Gian Lorenzo Bernini e non certo Caravaggio, che non è affatto “maledetto”, perché in un duello del Seicento era normale che ci scappasse il morto. Invece lo scultore massimo del Barocco, quando viene a sapere che la sua amante – Costanza Piccolomini Bonarelli, moglie del suo allievo preferito – lo tradiva con il proprio fratello, ovvero con Luigi Bernini, manda un servo a farla sfregiare. Crimine che viene cancellato con un colpo di spugna dal suo protettore: papa Urbano VIII.
- Leggendo il tuo libro sembra di capire che più possenti sono il genio e la creatività, più violenti e reiterati sono i crimini commessi dall’artista. Hai una spiegazione per questo o ti sei fatta un’opinione?
Il contrasto è proprio lì, in quelle dolci Madonne – ad esempio realizzate dal frate Filippo Lippi che poi rapisce una monaca e ci fa due figli – che si annida in alcuni artisti un’anima oscura. Ma più ci avviciniamo ai giorni nostri e più ritroviamo autori di fine Ottocento e inizi Novecento, che sono preda dei loro eccessi. Ovvero sono vittime di abusi, droghe che spesso nutrono innate follie. Follie che magari determinano atti sconsiderati anche a danno di loro stessi. Anzi, soprattutto di loro stessi, come nel caso di Van Gogh, Munch, Modigliani e lo stesso Pollock che muore in un incidente stradale, uccidendo una delle due donne che viaggiavano con lui.
- Fra gli uomini, tutti animati da violente passioni, si stacca la tragica figura dell’unica donna: Artemisia Gentileschi. Perché inserirla fra gli altri, lei vittima e non carnefice?
Perché lei è una pittrice che è vittima dell’artista Agostino Tassi: l’artista violento è lui. E perché nel Seicento Artemisia, nonostante denunci il suo stupratore, viene torturata perché ribadisca la sua verità: le spezzano addirittura le dita con le quali dipingeva. Tortura che non le impedirà per fortuna di continuare a creare dei capolavori. Arte che poi – come segno di riscatto – sarà permeata dalla vendetta. Nelle sembianze delle sue vittime a cui decapitare la testa (“Giuditta che taglia la testa a Oloferne”) o conficcare un chiodo nel cranio (“Giaele e Sisara”), c’è sempre Agostino Tassi.
- Ci sono altri artisti di cui ti sarebbe piaciuto narrare nel tuo libro, ma ai quali hai voluto o dovuto rinunciare? E se sì, su cosa si è basata la tua scelta?
In realtà abbiamo voluto trattare artisti celebri, ma il cui vissuto non necessariamente è noto al grande pubblico. L’arte è popolata da autori borderline, ma sicuramente la vita dei protagonisti trattati è di maggiore impatto sul lettore che magari ora guarderà sotto una nuova luce anche le loro opere.
- Sorge spontanea una domanda relativa alla recente diatriba su un commento infelice e sgradevole espresso da un finalista al Premio Strega 2026. Cosa pensi dell’affermazione che sostiene: mai confondere un artista con la sua opera?
La risposta è nell’opera di Gian Lorenzo Bernini che resta sublime nonostante si sia macchiato di uno dei crimini più efferati: essere il mandante dello sfregio della sua amante Costanza Piccolomini Bonarelli, che oltretutto lui stesso aveva ritratto con tanta sensualità. O lo stesso Caravaggio che uccide Ranuccio Tomassoni per non soccombere in un duello e realizza capolavori indiscussi. Anche lui ritraendosi decapitato in “Davide con la testa di Golia”, proprio per espiare il suo crimine e in segno di pentimento.
- Quali sono i tuoi progetti futuri? Stai già pensando a una prossima raccolta o magari a una monografia?
Mi piace portare avanti due progetti contemporaneamente, anche per non concentrarmi troppo su un solo testo, a cui dare comunque la priorità. Ma in linea con il mio percorso documentaristico – il docufilm “Controluce” di Tony Saccucci, vincitore del Nastro d’Argento ’25 e di cui ho scritto la sceneggiatura insieme al regista, è liberamente ispirato dal mio libro “Scatto Matto” su Porry Pastorel – sto lavorando affinché da “Arte Criminale” possa nascere una serie televisiva.


