
L’Elzemìro si sta preparando al prêt-à-porter autunno/inverno 2026-2027, con il voto personale, ma alla luce dei fatti del tutto inattuale, che questa duplice stagione non sia una prossima chimera, in senso proprio da Treccani, chimèra s.f. [dal lat. chimaera, gr. χίμαιρα, propr. «capra»] nella mitologia greca, mostro con testa e corpo di leone, una seconda testa di capra sulla schiena, e una coda di serpente fornita anch’essa di testa, raffigurata spesso nell’arte antica in atto di vomitare fuoco; era considerata come un’incarnazione di forze fisiche distruttrici, vulcani o tempeste…y olas de calor. E va bene così, andiamo in ferie chi può : niente occupazioni e preoccupazioni. Fa caldo ma ha sempre fatto caldo ce la si racconta in giro ; un caldo che mostra il suo carattere antidemocratico ma che, proprio per questo suo carattere, pare piaccia democraticamente ai molti che la democrazia è un suv. Chi può sta in case ben refrigerate e fa come se un giugno/luglio anomalo sia cosa che riguarda il fuori non il dentro, di noi mandrilli mancati ma arroganti e ostili all’idea di limite e responsabilità ; chi non può si rinfresca al supermercato, riempie carrelli di merce scadente ma ben confezionata, spalanca le finestre nella convinzione così di prender aria e non idrocarburi, sta in mutande e suda, si gonfia di bevande gassate, frizzantino in offerta, carne alla brace del barbecue sul balconcino ; e ingrassa. Il rap giornaliero, le lagne d’amor perduto e la televisione, con i suoi cocktails mansueti di missili e sottosegretari, compiono il miracolo dell’anestesia.
Qui in Spazi, per Carmilla Rossini l’Elzemìro si è rivelato non sappiamo se un rifugio o un trampolino. By the way, le ho chiesto, e credo che la manderà una cosina di commiato per il 21 di Luglio. Occorrono però piccole osservazioni di fisiologia : in Gli amanti dei libri osserviamo infatti una sorta di regola da parte del pubblico ; benché lasci traccia numerica del proprio passaggio, l’uno-nessuno-centomila legge e poi scompare. In contesti differenti è il like generico ma puntuale a manifestare il passaggio di un visitatore e dunque il suo gradimento anzi, è proprio solo il like, ovvero il numero dei likes ad essere in quei casi il traguardo ambito di una pubblicazione, sia quale sia ; in Gli amanti dei libri, questo non avviene. Non soltanto : benché sia possibile commentare e, sempre in altri ambiti sia una pratica che conduce perlomeno a un bastevole numero di insulti, a rincorse di polemiche fuori contesto e ad almeno un qualche ditelo allora che voi della sinistra, ebbene in Gli amanti dei libri no. Ciascun lettore per così dire si fa gli affari suoi. Non laica, chissà se è laico, e no comment. Allora la questione che si pone è questa : non sa egli che cosa dire, non vuole dire, o pensa sia del tutto superfluo far sapere quello che pensa. Si astiene dunque, come si fa alle elezioni. Tutto lecito beninteso, però a noi fa una strana impressione che duecento o settecento persone leggano qualcosa da questo sito e duecento o settecento non vogliano dire la loro, non fosse appunto che con il generico like. Certo si può supporre che la lettura in sé di un brano comporti la sua accettazione ma crediamo che ognuno di noi al leggere quassi cosa, non fossero che le istruzioni della lavatrice, sua sponte alla fine della lettura qualcosa da dire e ridire la trovi sempre ; chiaro che farlo sapere alla Candy magari è poi davvero inutile.
Noi sappiamo tuttavia che qualsiasi esercizio di pubblica apparizione, di persona personalmente, tutto completo in carne e ossa, o merita o non merita l’applauso, suscita o non suscita il buh o il lancio di monetine e sssì, sappiamo pure che spesso l’applauso è un combinato disposto di consentimento senza sentimento né risentimento : tanto perché si usa. Ma il silenzio è inquietante ; annuncia ci viene da pensare, un sostanziale disinteresse, una basilare posizione di equanime apatia forse di origine televisiva : biretta finita, uiskino glù glù, puntata svanita, uhh che tardi andiamo a dormire Carla/o. Come se appunto alla fine di una recita di teatro, fisica, diretta, autentica, brutta o bella, la replica del pubblico fosse più che il silenzio, indizio che viene a dire agli attori non ci siete proprio piaciuti, più del silenzio ordinato subentri l’applauso doganale, di maniera, attento al, andiamo via veloci o non usciamo più dal parcheggio. Se a teatro ci sconcerterebbe il silenzio del pubblico, se, come succede, dopo un film importante, ci preoccupa il rapido levarsi dalle poltrone, l’indifferenza allo scorrere dei titoli di coda o alla musica di chiusura che, in qualche modo completa il film appena terminato, ci sconcerta lo sgattaiolare di questo e quello e l’innesco rapido di un botta e risposta sulla pizza, sul parcheggio, eddaje, sul domani dobbiamo, sul che tardi, aridajje, su ma quanto sono lunghi i film oggi ; ebbene tutti questi atteggiamenti sono segnale di che cosa, è la domanda : di una disaffezione, di che, di una noia persino per le proprie opinioni o sentimenti, oppure chissà, un segno di buona educazione o persino di civiltà… doppio, triplo punto di domanda.
Questi interrogativi senza risposta, qui nel piccolo ambito di Spazi dell’Elzemiro, ne implicano un ultimo di molto maggiore interesse : se o no possa aver fatto il suo tempo il raccontino quindicinale del narratore unico costretto ogni volta a dar prova di inventiva con un nuovo brano di lettura. Non che Carmilla Rossini abbia suscitato con la sua Carta a Duda o applausi o insulti, no, valgono le osservazioni appena concluse ; ma forse ci chiediamo se non sia meglio dare a Spazi/Elzemiro la configurazione di un salotto o meglio, di un piccolo minimarket di quartiere, nel quale compaiano differenti prodotti : differenti personaggi, ovvero sia, differenti scritture. La domanda anche in questo caso cade nel vuoto. E quindi, senza troppe altre esitazioni, bè intanto rendiamo noto che in ferie si va, per l’appunto non meno spensierati di altri ; e, dopo Carmilla, fino a quando, in autunno, non saranno pronte le scritture di un altro ospite, Svevo Calabretto, autore che rifiuta, lo diciamo netto, questa stessa definizione ma del quale la Rossini stessa ha raccomandato i testi. Quindi nuovo corso. Svevo scrive con garbo cose un po’ particolari, un po’ un po’, non sappiamo se ricordi o no o chi o cò, ciascuno trova nell’imitazione un modo per straniarsi dall’originale. Tutta l’arte è elaborare materiali in pratica atavici tanto sono gli stessi, ma è l’elaborazione che può essere nuova e interessante. Su questo il matematico Poincaré, alla fine del XIX secolo disse la sua : creatività è elaborare materiali noti in modo nuovo e interessante. Calabretto ci sta proponendo qualcosa di interessante e ci siamo convinti ; di lui peraltro crediamo sia inutile pubblicare adesso il who’s who. Il caldo che ci opprime, confonde la memoria e sbarella l’attenzione. Lo stesso, ecco alla rinfusa alcuni dei titoli che appariranno. Se saranno i capitoli di un’unica saga… ah le saghe, le leggende e i miti ohccome che ci mancano a sopportare il reale… o singoli racconti, ah non lo sappiamo proprio. Comunque eccoli
- Hôpital de nuit
- I cani del padrone ( o dei padroni)
- Motociclisti millenari o millennials bikers
- The making of ( a movie)
- Tout pour se morfondre
Una curiosità finale : Calabretto di sé dice che è un Pluripista. Ora, a chi non è pratico e non proviene dall’era analogica, occorre raccontare che cos’è il pluripista : era l’enorme bellissimo registratore da studio musicale, lo Studer ricordiamo, meravigliosa macchina tedesca che lavorava su nastri alti due pollici o forse più, predisposti per registrare allo stesso tempo da 12 a 24 tracce/piste audio separate, una per ogni strumento o gruppo di strumenti. Quindi, per metafora, a sé stesso, con il sé cui occorre l’accento secondo noi, Calabretto attribuisce la funzionalità e la capacità di uno Studer : del pluripista. Con ciò, chi vuole intendere può intendere, oppure : chi pol intendere, non fraintenda. Buone ferie.


