Data di pubbl.: 2026
Traduttore: Gianluca Testani
Pagine: 492
Prezzo: 22,00 euro
“A volte è difficile spiegare ai forestieri la cultura della Louisiana meridionale e il disagio di molti suoi abitanti. Il mondo in cui sono cresciuti è ormai un ricordo in decadenza, ma molti di loro non trovano posto nel presente. Conosco dei cajun che non sono mai stati lontani più di due parrocchie dal loro luogo di nascita. Qui ci sono persone che non sanno fare le addizioni e le sottrazioni, non sanno leggere il giornale, non sanno cosa significhi “11 settembre”. Oltre il 40 per cento dei bambini sono nati da ragazze madri. In termini di malattie cardiache e renali, mortalità infantile, incidenti stradali mortali e acqua potabile contaminata, siamo tra i peggiori della nazione. I nostri politici sono imbarazzanti e rovinano la reputazione all’avarizia e alla mendacità.”
Ho deciso di mettere all’inizio di questa recensione alcune righe del precedente libro dello stesso autore, che ho letto, “Robicheaux”,perché la copertina del romanzo di cui invece parlerò ora, è furbetta, un po’ traditrice. L’elicottero, sostenuto dal titolo, richiama palesemente il Vietnam, ed è quindi logico aspettarsi che lì sia ambientato. E invece no, siamo sempre in Louisiana, profonda, identica a se stessa, immutata.
Dave Robicheaux e Clete Purcel, uniti più che mai, sono i protagonisti di “Un mondo di bellezza e orrore”del grande James Lee Burke, autore noto e affermato, letterariamente molto prolifico.
Non c’è tempo o spazio, se non una manciata di righe, per ambientarsi. Ci saranno più avanti occasioni di riflessione, di presa di coscienza di spazi e tempi. La partenza è come una discesa dalle montagne russe, senza freni, da stomaco sottosopra: una giovane donna viene trovata morta nel giardino di Dave, chiusa in un sacco. Inizia così, con l’orrore, questa nuova avventura che mi ha catturato dall’inizio alla fine, ma non tanto nell’indagine in sé per scoprire il colpevole, ma quanto nella conoscenza graduale dei personaggi, dei luoghi, degli eventi della vita dei personaggi stessi, che hanno lasciato in loro segni indelebili, influenzando profondamente e per sempre le loro stesse vite e anche il modo in cui affronteranno questa orrifica vicenda.
Lungo le quasi 500 pagine si sviluppa una ricerca del colpevole molto particolare, e caratterizzata da molti elementi di contorno che talvolta paiono più importanti della ricerca stessa dell’assassino. Si affronta il tema del razzismo, e quindi si entra nel profondo della storia della Louisiana e delle comunità “cajun”. L’alcol e la violenza nei locali, sembrano portarci nei saloon di un film western, o negli scontri fra bande e gangster a Chicago. E c’è pure un personaggio misterioso, che in quanto tale viene immediatamente additato come il colpevole, per cercare di sbrigarsela più in fretta.
Tutto quanto considerato, tutto quanto letto attentamente spesso con un po’ d’ansia, mi porta a dire che questa, nel bene e nel male, è una straordinaria storia della vita di una comunità di persone che potrebbe essere la mia, la tua, la nostra. Una comunità che ha una storia non ancora condivisa, metabolizzata, compresa e accettata. E il futuro appare ancora più buio se è possibile. Le comunità nel senso più vero del termine, vanno scomparendo. Ognuno per sé.
“La brava gente non vuole credere a ciò di cui sono capaci i vicini.”
Dove sta la bellezza allora? C’è, e anch’essa appare presto nel libro, e cresce, piano piano, ma cresce.
Chi mai immaginerebbe che i grandi Stati Uniti d’America, il posto dove tutto arriva prima che in qualsiasi altro luogo, dove sono sempre un passo avanti a tutti e tutto, dove forse credono di essere sempre meglio di tutti, chi mai immaginerebbe luoghi e persone come vengono descritte nelle righe che ho riportato in esergo, scritte dallo stesso Burke, come già dicevo. Ebbene sì, l’indagine di Dave e Clete, e delle loro toste collaboratrici che impareremo a conoscere pagina dopo pagina, insieme a tutti i personaggi che verranno volenti o nolenti coinvolti, ci rivelano cose che probabilmente pochi si aspettavano. E’ diverso ovviamente dal Vietnam, questo grande Stato che si affaccia sul Golfo del Messico, ma il Vietnam c’è in questa storia, c’è molto, e pesa come un macigno, sulle spalle di tanti personaggi, forse quasi tutti. Tanto cinema, tanta altra letteratura ci hanno già raccontato il dramma di quella guerra diventata simbolo di tante cose. Ma sembra non essere mai abbastanza. Rimane irrisolvibile, incomprensibile, inaccettabile, il male prodotto da questo evento bellico e soprattutto il male che ha devastato l’animo di chi ne è rimasto coinvolto direttamente, generando a seguire altro male, di altro tipo ma ugualmente grave, a danno di altri innocenti, familiari e amici di chi ha avuto la fortuna di tornare vivo a casa.
E allora perché, mi chiedo, perché continuare ad ammazzarsi, perché? Perché?
“I nostri politici mandano i giovani in guerre che loro non vanno a combattere e poi abbandonano quegli stessi giovani in balia dei loro sensi di colpa quando tornano a casa.”
Questo romanzo, più di altri, mi ha detto chiaramente quanto il male genera male, la violenza genera violenza, e lascia dentro voragini enormi, ferite che difficilmente guariranno e anzi, genereranno infezioni dolorosissime.
Tutto questo l’autore rende comprensibile con una scrittura davvero magnetica, che coinvolge, e non si focalizza sulla caccia al colpevole, quanto sul capire il perché di tutto ciò che accade. Pur incontrando momenti di aspra contesa, di cieca violenza, la storia si sviluppa chiaramente nella volontà di comprendere, di salvare non solo fisicamente, e non solo una persona, ma la comunità di cui sopra.
“Quando ti trovi in una situazione complicata, di qualsiasi tipo, il silenzio è sempre più forte del rumore.”
Io ho visto questo, o per lo meno, riesco a tradurre così l’incontro con tanti personaggi, donne e uomini della Louisiana.
Buona lettura.
Claudio Della Pietà.
“La maggior parte degli scrittori cerca la razionalità, principalmente perché sa che la follia accompagna spesso il dono della creatività.”

