Data di pubbl.: 2026
Pagine: 206
Prezzo: € 22,00
Ingeborg Bachmann è una delle voci più complesse della letteratura del Novecento. Una voce ricca di intuizioni e consumata dall’inquietudine che in Italia ha avuto una notevole accoglienza. Sia nella sua poesia che nelle opere in prosa Bachmann fa della scrittura una ragione di vita al punto di affermare: «io esisto solo quando scrivo, quando non scrivo non sono niente, sono completamente estranea a me stessa, come divergente da me, quando non scrivo».
Parte da questa affermazione Rita Svandrilik, che ha insegnato letteratura tedesca all’Università di Firenze, per scrivere un saggio dedicato alla grande autrice: Scrivere per esistere. Vita e opere di Ingeborg Bachmann è una biografia intellettuale che fornisce un nuovo sguardo di insieme sul mondo letterario e esistenziale di Ingeborg Bachmann.
Una donna e una scrittrice perennemente in crisi che vive nella scrittura con tutte le sue ossessioni. La donna che ha avuto una relazione turbolenta con il poeta Paul Celan e che ha creduto nella letteratura come capacità di incidere e trasformare. Perché solo la letteratura può infatti condurre a una nuova consapevolezza del reale.
Nelle Lezioni di Francoforte Bachmann dedica ampia parte del suo ragionamento alla definizione della letteratura e quindi della questione del canone: «la letteratura è questo: la speranza, è il desiderio cui noi diamo forma». La letteratura, secondo il pensiero della scrittrice, contribuisce a un processo di trasformazione della società, a un nuovo sentire, a una nuova consapevolezza.
Svandrilik nel suo saggio ci consegna un ritratto della donna e della scrittrice a tutto tondo, i tempi politici e esistenziali della sua scrittura, ma soprattutto la vocazione di Bachmann a vivere e scrivere sempre da donna libera. Soprattutto nella poesia Ingeborg Bachmann è riuscita a interpretare le questioni politiche e sociali del proprio tempo
Ingeborg Bachmann, poetessa austriaca di lingua tedesca morta a Roma nel 1973, ha pubblicato libri importanti per la poesia contemporanea come il bellissimo Invocazione all’Orsa Maggiore.
Se si leggono le poesie scritte a Zurigo, Berlino, Roma, le ultime tappe della vita di Ingeborg Bachmann nel periodo tra il 1962 e il 1964, il senso, e soprattutto il non senso di una scrittura tutta in divenire permettono al lettore di entrare nel laboratorio di poesia dell’autrice.
La forza espressiva dei versi ultimi della poetessa austriaca sta tutta in questa magmatica non definitività all’interno della quale è possibile carpire i segreti di un dettato poetico e delle sue ragioni.
Seguendo l’eterno farsi e disfarsi di un’inquietudine creativa, alla cui base albergano tutte le ragioni della Bachmann di voler esprimere la forza drammatica dell’esistenza, nelle stanze delle parole di questo laboratorio finalmente, dal vivo, il lettore scopre il significato autentico della sua poesia.
I testi, tesi verso la ricerca di una forma definitiva, che forse non possono ottenere proprio a causa della loro intensa drammaticità, si ritrovano intorno a temi ripetuti in maniera ossessiva: la morte, il dolore dell’essere creato, il lutto per la poesia perduta, la critica alle ragioni della modernità. «Chi conosce mondo migliore, si faccia avanti. /Solo, non può col suo valore, e quella bava non asciugata, / quella bava, portarla in viso, / come se andasse all’incoronazione, e in contraccambio, va alla /comunione, / e tra i fratelli. Il debole coniglio, / il ratto, e chi lì cade, tutti, / non soli, più, uno sgomento ormai, /sogno del ritorno/nel sogno delle armi, / nel sogno/ di ritorno».
Nella sua poesia, Bachmann annota sulla pagina ogni sorta di inquietudine legata al male di vivere.
Le belle parole hanno ceduto il passo all’orrore, al dolore. alla prossimità della morte. Esprimono il lutto per i dolori del creato, pongono in essere una critica spietata al disumano agire del mondo moderno. Qui non c’è alcuna via di scampo al turbamento e alla dissoluzione.
Di fronte alla ferita dell’inesistenza, dovuta ad una totale mancanza d’amore, la Bachmann lancia grido di dolore senza cercare in alcun modo la strada per una possibile redenzione.
Il grande freddo degli attuali tempi volgari è la materia prima che la poetessa esamina nel proprio laboratorio di poesia, all’interno del quale noi lettori ci muoviamo dapprima spaesati poi sempre più consapevoli, riconoscendoci nel disorientamento della sua scrittura disperata.
Immersi in quell’immenso punto di non ritorno, le parole di Ingeborg ci suggeriscono l’eventuale soluzione per cercare di arginare lo stato di spaesamento cosmico: «Come finirà? Sono diventata /noiosa e così lenta, e così fredda, /che senza il mio dolore non sarei più in vita».
Scrivere per esistere riporta al centro del dibattito culturale la vita e le opere di Ingeborg Bachmann, intellettuale cosmopolita e militante che con mezzi radicalmente poetici (come ha scritto di lei Elfride Jelinek) ha descritto il perdurare nella società della guerra, della tortura, dell’annientamento delle relazioni tra uomini e donne.
Una scrittrice e una donna con un pensiero radicale solido che bisogna continuare a leggere.


