OLTRE LA PENNA di… Alice Ranucci

Acqua. Acqua come vita, un flusso in movimento. E poi acqua come mare, il mio mare la spiaggia, il sole. Collegamenti banali e istantanei. L’acqua che  mai per me potrebbe rappresentare un pericolo. Eppure a Lampedusa l’acqua è fuoco, che brucia cremando speranze di vita. Anche in questa settimana, in un’ennesima strage. Io ho diciassette anni, vivo a Roma in una casa piena di luce,  con la mia famiglia, i miei amici, e non sono mai stata in pericolo di vita. Sembrano cose scontate. Eppure stesa sul  divano, guardando il telegiornale mi sono ritrovata faccia a faccia  con un’altra realtà. Perché su quella barca, a soffocare nel freddo e veder svanire la luce, non c’erano solo immagini.

C’erano persone, donne, bambini, uomini che vivono scorrendo in una realtà parallela. E tanti ragazzi. Ragazzi della mia età. E io perché sto qua a scrivere di loro? Cos’ho fatto io in più per meritarmi questo computer da cui scrivo, questa vita che loro hanno perso con tanta facilità? Forse ho solo fortuna. Eppure non posso rimanere in silenzio, ho voglia di urlare. Perché le loro vite non sono considerate come le nostre, e le stragi sono avvenimenti all’ordine del giorno, cui si fa l’abitudine. Affonda un barcone di immigrati, muoiono centinaia di persone, ma succede sempre no?

Che sarà mai? Se la sono cercata, così imparano a non restare al paese loro… Quello che manca è l’empatia, la comprensione che su quella barca, se fossi stata un po’ meno fortunata, potevo esserci io, poteva esserci chiunque. ‘La globalizzazione dell’indifferenza’ l’aveva chiamata Papa Francesco proprio da quella frontiera, da Lampedusa, e le sue parole mi sono rimaste scolpite dentro.

E’ anche per questo che ho scritto il mio romanzo, ‘In silenzio nel tuo cuore’, appena pubblicato da Garzanti. L’ho scritto perché ho avuto la fortuna di conoscere tanti ragazzi come quelli che tragicamente sono affogati o morti di freddo l’altra notte. Ragazzi che ce l’hanno fatta a sopravvivere e ad arrivare qui, e mi hanno raccontato la loro storia.

E soprattutto l’ho scritto per ragazzi come Claudia, la protagonista, che non vede perché non vuole vedere, perché niente è importante se non riguarda la sua, di vita. Claudia ha sedici anni, un anno meno di me, ed è intrappolata dietro un muro di cartapesta. Esce con gli amici, fuma, beve va a ballare e se ne frega di tutto, perché niente è importante più di se stessa, del suo branco.  Ma ad un certo punto  capisce  cosa vuol dire vedere il mondo senza paraocchi, capisce che invece la riguarda quello che c’è oltre il muro, perché basta un soffio di vento a tirarlo giù. Si confronta con ragazzi che invece non sono stati sopraffatti dall’acqua, ma che vivono inzuppati in una realtà di pregiudizi, di difficoltà e di stereotipi. Ragazzi che hanno dentro il riflesso di un abisso sconfinato. Ed è per questo che è importante per  Claudia, per me, per noi ragazzi conoscere anche un mondo così diverso dal nostro. Per non far annegare con loro anche ciò che ora gli resta, le loro storie.

alice ranucci

Alice Ranucci ha diciassette anni e vive a Roma dove frequenta il liceo. Nel 2005 viene pubblicato il suo primo racconto Un albero perfetto nella raccolta di fiabe di bambiniUn mondo perfetto. Nel 2012 vince il Premio Mario Luzi con la poesia Parole. Nel 2013 vengono pubblicati i racconti La Medusa e Il Piccione nella raccolta La fattoria dei casi umani e nel 2014 L’attesa nella raccolta di Atti Unici Teatrali Va in scena la commedia umana.

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