“Michela e il zoppo” è un romanzo breve da leggere con lentezza, costruito con cura nel linguaggio a tratti visionario e a tratti lucido e preciso. Protagonista è una donna, che in un momento di pausa della sua vita frenetica ritrova il mondo dell’infanzia, i luoghi di un tempo che non c’è più, le stravaganze della zia e le parole poetiche e folli del nonno. Tante esperienze fatte allora assumono un nuovo valore con la sua maturità. E’ così che si ritrova a scoprire un personaggio che abitava i suoi ricordi da bambina: un “foresto”, lo Zoppo, che forse i paesani stessi non conoscevano e a cui lei dopo tanti anni darà un nome e una storia. Spetterà a lei capire da dove veniva e che cosa lo avesse portato in quell’angolo sperduto di mondo, svelando il suo segreto.
La narrazione è in terza persona e si focalizza a volte su Michela piccola, a volte su Michela matura e a volte sui tanti personaggi che si incrociano nella storia. Prima di tutto il nonno, con cui la protagonista passava le lente giornate estive anche mescolandosi ai frequentatori dell’affollata osteria “Ai quattro fanti”. Era un luogo dove avvenivano incontri e scontri, catartico in qualche modo per una società povera e bisognosa di smaltire le fatiche e i pensieri della giornata. Altro personaggio chiave è la zia Ermenegilda, a volte bigotta, a volte trasgressiva, con fattezze e movenze di altri tempi che sa consegnare perle di saggezza. “C’è stato un periodo in cui chi nasceva donna finiva per morire strega. L’uomo, forte del suo potere e debole nel suo pensare, si prendeva la briga di punire le persone che non capiva, impartiva loro il dolore più atroce invocando il nome di Chi per troppo amore si era fatto inchiodare su una croce. Pensa, Michela, che qui dal tempo che fu è considerato malaugurante aprire l’ombrello dentro casa o versare il sale per terra o poggiare la parte curva della pagnotta sulla tavola. Gesti che nessuno ti insegna, gesti che impari da solo guardando il tuo pezzo di cielo”
Un libro che ci insegna come la realtà abbia volti diversi, che si muovono in maniera non lineare: spesso la si conosce meglio quando non la si è vissuta, ma la si ascolta raccontare. E’ il senso dello scrivere e del narrare: dare alle storie una vita che va oltre il tempo e lo spazio.


