
Carta a Duda. Quinta Parte-Aljube
Pois : l’altro ieri,, il giorno seguente la nostra (s)cena pastorale “jantar com alcachofras”, nel pomeriggio presto c’era una riunione in conservatorio, conclusa però in nemmeno un’ora dopo, non avevo nessuna necessità di tornare in teatro e, tu fossi stata a casa a studiare avrei voluto tornare presto o incontrarti fuori per qualcosa di bello, ma tu avevi orchestra prima e poi dalle cinque prova di insieme e l’idea di aspettarti cucinando da sola fino forse alle nove non mi andava perché,,, perché ci sono attimi o situazioni, persino luoghi, in cui sono afferrata dalla saudade, da una errabonda nostalgia di te così,, all’improvviso, mi manchi e ho paura, un timore, sottile come un velo di fard ma che ah ah ah non mi dà bonne mine ; capita, puoi essere a un braccio di distanza, e capita ; altre volte mi è impossibile tornare nella casa vuota perché sei tu la casa ma non esistono chiavi per aprirti senza distruggerti ; e poi come potrei, con la macchina acchiappamosche del film? (the fly). Momenti sporadici di angoscia, lo so, ogni tanto traballo ancora so che te ne accorgi, ma ammetterai che sono brava a dissimulare e sono convinta che come della luna io veda di te per lo più la faccia manifesta, la notte, ho il bene di coglierne l’occulta, se mi sveglio,, ma tu dormi, e nulla di te mi è chiaro allora tranne le tue magnifiche scapole da ballerina,, oh,, in questo istante mentre scrivo, cerca di sentire che le mie braccia, in un improvviso rush di militante tenerezza si stringono a te, ma ai tuoi fianchi al tuo ventre,, ogni corpo di sé è il confine,,, ché mostrarti la luna piena del mio amore in questo momento sarebbe un troppo che è bene invece dosare. È possibile che ciò dipenda dal fatto che non si è mai davvero insieme,,, non parlo, questo è ovvio, dell’una-caro della fantasia teleologica si sa,,, tuttavia, anche la fusione emotiva del desiderio e della voluttà che avvinghia due persone e il sentimento di stupore, di confusione che ne può derivare sono, al meglio, l’opening shot di un bel progetto di contiguità, di un entanglement, che non significa sovrapposizione ma correlazione, legame (quantistico) istantaneo tra due particelle così elementari che siamo, e allons enfants à la mairiiiee. Allora l’altro ieri, ho preso l’AZ in Carmide, ma a me non piacciono gli autobus, sì forse quelli elettrici, e poi a piedi e in tram, 28E, fino alla pasteleria tentadora casomai potesse capitare di rivedere la ragazzina sverzata al flan de nata (l’ho preso io invece con un tè sontuoso), poi di nuovo in tram, ahi olha os eléctricos, per il mio sentimento bambino di socialismo, i tram sono i tav della povera gente, portano lontano, fin dove arrivano i loro umili desideri e le loro scarse possibilità : quelle di un abbonamento mensile ; capisco bene che della povera gente ho una idea alla Schubert, di poveri vecchi tremanti in the bleak midwinter, “oh Leiermänner barfuß auf dem Eise” ; da ragazzina che ero, ormai sverzata e molto Didone da treccianera abbandonata, allora, la prima cosa che da Urbino a Milano mi cambiò la vita non fu un flan de nata, dolcezza ignota alla città, ma i tram ; i tram sono i medium che ti portano così lontano quanto può esserlo un’illusione o un lavoro se manca ; a Milano c’erano delle linee,, la 16, ma anche la 12 la 27, la 5 se non ricordo male, che intrecciavano le loro corse tra le opulenze del centro e finivano in disadorne periferie,, abbandonate persino dai prati, e dall’industria che un tempo tra i prati aveva posato i dormitori, le case di ringhiera o i falansteri per le masse operaie,,, poi l’industria si era trasformata da densa in rarefatta e le masse erano rimaste, magari geneticamente modificate in una minority refurbished dalla propaganda del benessere e, non di rado poi, di convinzioni spesso feroci, miopi e in generale avverse a chi, importato da chissà dove e ancor più minus dell’autoctona, si era trovato a sostituirla ; poi non so ; non tanto diversa la situazione qui nella nostra Almada che un tempo era cantiere navale, un tempo : con ciò sono rimasta l’anarchica che ero, per fortuna. I primi tempi a Milano, tempi di scarse risorse ed economie tanto radicali quanto malinconiche, il sabato e, oh sunday bloody sunday pane e companatico del mio endemico spleen, lungo infinite domeniche il mio divertimento a buon mercato era salire su un tram per viaggiare dall’uno all’altro capolinea, guardare la città per interposto finestrino, poi scendere per il riposo del guidatore al capolinea, magari a prendere un caffè con lui nello stesso bar, per solito triste se c’era ; ah sì che c’era un “bar triste” capolinea 33 da lagosta a rimembranze di lambrate e triste proprio, domenica, con dietro al bancone d’acciaio una donna, l’ognuna di un ognuno, tostata dalla macchina a vapore e che significava, nel gesto, di essere salpata via dall’ultimo approdo del godimento ; sulla terra informe e vuota i tram sono una meraviglia “ex nihilo” di ingegneri apenas um pouco poderosos che dissero siano i tram e i tram furono. Di nuovo col 28E sulla dirittura del caisdosodré, di scendere a prendere presto il battello per un nuovo “viaggio di carmilla sul tago”, non ebbi più voglia e così mi decisi per un merry-go-round in tram,, anche perché ero ben piazzata sul mio sedile proprio dietro il guidatore e lì seduta,,, nonostante il fastidio per una brigata di americani che intorno a me masticavano di tutto, gli americani azzannano e masticano di tutto sempre, bocche piene di gomma e battute da cristoforicolombi di ritorno,,, a guardare fuori sarei restata ore, ma mi trovai alla fermata di Aljube ; d’impulso, così, nulla di premeditato, sono saltata giù e sono tornata in visita al museo,, attirata dall’aura da escorial minore di quella che, nonostante i restauri si vede essere stata una prigione,,, a dispetto del cambio di destinazione, all’interno come una muffa dai muri fiorisce la nefandezza del suo istituto, ma in me nessuna necessità di rimotivazione politica ; ad aljube del resto mi ci avevi portata tu anni fa, quando del vostro salazar, della sua opaca ferocia sapevo la sostanza ma non gli ingredienti, ignoravo molto all’epoca ; già quella volta, il luogo, a quella prima visita, lo avevo trovato soffocante, benché da te lì al mio fianco fossi distratta di continuo,,, dizer-te linda — e a palavra hesita, talvez no japonês se revele o nome, que te nomeia sem te nomear,,, allora come sempre, e ancora al semplice percepirti, in me si addensa uma nuvem de unpredictable and undecidable sentimento e allora, forse la tua presenza ti rendeva una sorta di interprete, di intercessora direi meglio, one go-between tra me e l’alito delle sventure capitate in quella cripta rinserrata, percorsa ancora dai tremiti dei prigionieri e delle prigioniere che provarono a negarsi “a non cantare” ; se mai un brivido mi ha sempre dato l’idea del terrore che poteva avvinghiarle, loro, le donne ; il loro destino in catene mi tocca molto da vicino ché sto per tornare ad accarezzare le zone dove la pelle mi fa male ancora. Come tutti i luoghi sacri alle tirannidi, anche la prigione di Aljube commina la pena del disagio a chi ne varca la soglia oggi da turista informato dei fatti ma che si aggira libero lì, anche di sentirsi oppresso, di commuoversi tra le belle sale riattate a museo ; un’altra prigione, per esempio quella di milano, ci passi vicino e ti arrivano le bordate della sofferenza che, coperchio on a chthonic cauldron, il potere vi tappa mormorandosi tra sé e sé, oh che sei democratico oh che sei liberale, e non solo, oh oh sei pure pop e nazionale. Empatia : esiste un sentimento del dovuto agli altri per cui di tanto in tanto vale, anche a posteriori, la visitazione degli inferni ; nel tempo, ho vissuto tra gli elementi di scenografia di un inferno ; ne ho patito i chiaroscuri, il buio oltre le quinte da melodramma, un faust di gounod, e con un mefisto tout tourbillonnant nel valzer finale del secondo atto ; il valzer di milano leggerai a momenti ; nell’insieme del plot la fine di mio padre, con la follia di mio fratello,,,, follia poi, è un modo di dire, un verbum che nell’aria volat, riferito con tutta semplicità a chiunque è capace di un male per cui ci si ritiene o pretende comunemente inetti ; il proposito dichiarato dall’inconscio collettivo è di isolare la macumba lessicale e i feticci del delirio, in un ambito che non si sa quale confine separi dal mondo al di qua di esso ; ma a Wannsee non ci furono pazzi a “sistematizzare” lo sterminio con ingegnosa ingegneria tedesca, essi lo sapevano, ne furono responsabili,, deliranti, può darsi, incapaci di empatia, sì sì, e allora ho interrogato anch’io la vaghezza lassù dell’orsa che come si sa non ha risposta,,,, poi la morte di mia madre più tardi, la devastazione di quel suo corpo d’ipotetica marguerite, e amore inconsapevole della mia vita, trasformato in campo di gara per valchirie neoplastiche, e la mia resistência alla tortura per transfert,,, tutto certo mitigato dalla morfina che alla fine vinse la naturale resistência degli esseri alle botte di remo del Caronte pois,,, mi sentìi Caronte il giorno che dissi alla caposala di non trattenerla, la mamma, anzi il contrario che non facessero di tutto per niente,, ricordo l’occhiata di avallo del primo infermiere, un tunisino pieno di compassione,, e la caposala, signora fossero tutti come lei non sa quanto dolore potremmo evitare ; no mama’s land. Mi chiamò signora la caposala chissà perché, benché io, in quei momenti facessi fatica a non vedermi nello specchio di medusa. Sono andata da sola ad aljube, dovevo,,, non sto cincischiando,,, tu che m’intendi amore mio, intenderai una volta di più, perché sono andata alla (ex) prigione di Aljube e da sola,, lo scrivo come se altri da te,, come se qualcuno spiasse ciò che ti scrivo, come se “un’anima prava ascoltasse” queste righe per catalogarle,, ti dico aljube è, di là dal ruolo di pietra dove il dolore inciampò e si trattenne tanto a lungo da far sentire ancora,, o immaginare, gli odori delle camicie indosso agli aguzzini,, di miseria, di urina, di scarpe, di calzini ; c’è qualcosa nei calzini, non ti pare, che rivela lo sgarbo alla dignità,,, dignità che andrebbe indagata per stabilire di preciso di che si tratta perché non a tutti, ma a me sì pare chiaro che cosa si intende per dignità,,, aljube infligge il disagio dello sdegno, per l’opaca offesa all’intelletto applicata a un popolo intero con pignoleria da brigate e brigate di briganti, scritturali della vessazione ingaggiati per cinquant’anni dai vostri causidici e clerici e dittatori vicari dell’anima mundi, col compito di gestire tutto un paese come un unica grande aljube,,, un memoriale costretto a convento,,, salazar passò il braccio sulle spalle di un intero popolo per poi spezzarle, tentare almeno, e fu difficile sottrarsi a quel mezzo abbraccio radice del pensiero totalitario, dello stato occhiuto e occhialuto, panottico, omomosè,, in gilet e sottanona da don basilios,, si comincia con parrocchie e oratori e alla fine non c’è fine,,, – oh cielo non so se esiste per lo vero un luogo d’europa dove non sia stata concentrata e concertata la nequizia ispirata a un’immagine di onnipotenza divina e non di meno cannibalesca, persino con i propri parenti and, dearest, there are still great imitations elsewhere ; non sai quanto ancora mi turba vedere qui vicino le targhe in memoria di militanti come quel candido capilé assassinato qui a due passi da casa nostra, nel mille nove cento sessan tuno, o ad alberto de araujo morto, quando noi due eravamo niente nemmeno volontà,, di tbc dopo otto anni al campo di tarrafal,, nel ’55, millenovecentocinquantacinque, scriverlo per intere lettere non rarefà la distanza dal qui adesso,, e la luna, oggi, ovunque anche sul “nostro” paese ormai, pare non mostri il suo più chiaro volto –. Da un muro sulle scale del museo dove era appesa, ho fotografato ieri e ho imparato a memoria e non la posso scordare questa frase di Manuel Alegre che dice, mesmo na noite mais triste em tempo de servidão há sempre alguém que diz não. Dezir não, ecco ciò che io per un bel po’ non seppi fare ; callar es morir, mi capitò di ascoltare detto da un vecchissimo tocaor flamenco. Ci sono uomini battuti e abbattuti e donne così tante, credo di più, abbattute e battute, poi ho riflettuto e scoperto con qualche po’ di compiacimento che non esiste né è mai esistita alcuna tiranna, ho controllato e sì qualche sovrana assoluta e crudele, ranavalona I del madagascar (1828-1861) irene di atene (797-802), imperatrice bizantina e wu zetian (690-705), unica imperatrice titolare della Cina. Ci sono state aguzzine, ovvio, il sadismo disconosce il genere, prendi elisabetta báthory, la, nel poemetto della Pizarnik, condesa sangrienta, colei che dei suoi seicentocinquanta femminicidi disse di ritenerli suo diritto di nobildonna ma, agì da sola,, sono i maschi a organizzarsi da sempre in manipoli di lupi e vampiri ; vampiri ; carmilla fa eccezione ma è letteratura e non ho mai potuto chiarire con i miei perché mi avessero scelto questo nome, così evocativo ma del tutto non corrispondente a quello che ero e sono ; tiranno è di natura il maschio,, le donne danno il peggio di sé come gregarie, sappiamo dell’uomo il gesto bieco di prenderti sottobraccio e normalizzarti nel tuo ruolo di succube, lo stesso tipo di atto che specifica il gendarme,, o l’innamorato, l’incubo, quando ti passa un braccio sulle spalle : simulazione di affetto e simbolizzazione di potere. Lo sai bene che non mi definisco lesbica, né me né te, non siamo lesbiche, perché il lesbismo esiste solo nell’immaginario della pedofilia patriarcale e c’è senza dubbio che, scritto, non ha alcuna valenza di classificazione scientifica, e detto, risuona com’è, conseguenza di quella catalogazione in oggetti che sono le definizioni, per cui si diventa agli occhi del catalogatore dei cosi, neutri, svalutati a confezioni, dei cartonati insomma che smaltire è comodo . Sicché, qualcuno mi chiedesse se mi identifico nella parola lesbica, risponderei che, piuttosto, è il cello ciò che per voce e possibilità armoniche mi somiglia di più,, il corpo d’amore è indifferente al genere. Perché ciò accada, come fare a descriverne la genesi e la sintesi che é em nós duas, non lo so, so che non sono,, non mi sento meno natura naturata degli ippocampi, dei gechi o del bellissimo e tossico helleboro. Per pensare così non occorrono tolleranze sospette, non voglio essere, mi sono sempre opposta alla parola tolleranza, vorrei si diffondesse “quel miscuglio di sereno realismo e quasi religioso rispetto (aggiungo io di aristocratica simpatia) che in ogni matura civiltà è caratteristico dei rapporti con l’Eros” , lo scrisse klaus mann, poverino. La domanda se mai è dove esistano mature civiltà e quando una civiltà si può dire tale.
Ed ecco che sono arrivata, e non posso eludere oltre la parte tossica di questa mia lettera, che è il suo motivo e il torsolo della mela avvelenata, che un giorno mi venne offerta da un mefistofele, da un lupo mannaro. Da un vampiro. A dispetto del come, così ben spiegato da cohen, lo psichiatra, esistono i malvagi. Importano poco le aree cerebrali che si attivano nell’esercizio del male, praticato con metodo, poca importanza mi pare abbia sul vivere, sapere che si tratta di individui privi o carenti di empatia. Ossitocina, amigdala, circuiti prefrontali va bene cohen, studiare il fenomeno è interessante, che sia di parola o per altre vie orali la cura è un argomento. Ma, domando, che cura avrebbe mai avuto il serpe che inzigò l’Alte-eva a scoprire di che male e di che sorti inique fosse fatto il mondo. Amore mio mi fermo qui con queste divagazioni ed è curioso, mi ha sempre colpito l’assonanza che in portoghese c’è tra devagar e divagare,, forse perché quando si divaga si va piano, devagar? Chi potrebbe o a mia insaputa ha potuto afferrare il come una lingua si è organizzata dapprincipio nell’interpretare il reale e tradurlo in lessico? Se Adamo ebbe il compito di assegnare un nome alle cose da dove traeva quel nome,, che prima è suono ? Non so proprio spiegare come faccio a pensare e scrivere in questa lingua e del resto come faccio a usare il portoghese, e tutti gli idiomi che amo. Non saprei dire se le conclusioni di Chomsky sono conclusioni o collusioni. Basta così, Milano. Fu il mio tentato suicidio per imitazione o per compensazione,
Ogni singolo fatto
ogni altra corte
ogni singolare atto
ecco la morte
Tutti i singoli giorni
oltre le porte
al volo degli storni
ecco la morte
Ogni singola sorte
ogni altro tratto
ogni singolo patto
ecco la morte.



