L’ElzeMìro – So long sour Elzemìro 16 luglio

BAMANTI

Oggi è… il sedicesimo giorno di luglio, diranno i lettori rimasti a casa e lo sanno mentre quelli che sono già in ferie cercano di dimenticare, la data, scrutando nel cielo notturno delle loro ferie gli auspici di una sospensione del tempo o di una sua accelerazione; i tali che agli strilli dei bimbi non vedono l’ora di sostituire le carezze della ganza che li aspetta da qualche parte e la moglie no… pannolini. Ah qual messe di sogni qua giù. Insomma oracolo per oracolo, responso per responso annuncio per annuncio da settembre 3, 2019, sempre che sia vivo l’ElzeMìro e in buona salute proseguiranno le puntate di Olio di lino e poi e poi e poi a ottobre e oltre, altre mAravigliose storielline. Fino alla fine di questo mese invece, per una sorta di fantasiosa antologia, ancora due sorteggiate tra le prime pubblicate; non è detto che siano uguali. Magari chissà. Belle cose. L’ElzeMìro.

                                                                                       Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

                                 L’ElzeMìro – Secondo  idillio fiorentino

 In memoria di L. e A.G.C.S. illustrissimi fiorentini

Sul ponte di Santa Trìnita (1571) oggi, in qualunque stagione, e a tutte l’ore strisciano torme di ciabatte, ma un tempo e in agosto fino alle quattro o alle cinque nessuno passava che non avesse dovere o piacere di restare fulminato dal caldo o la necessità di suicidarsi. In un’estate lontanissima un tale si buttò da quel ponte in Arno; dal parapetto, ad osservarlo annaspare tra le acque lente, si sporse allora un ometto di non poca età, decoroso nell’abito ma dal portamento svelto di chi ha posseduto e conserva reso serio dalla contiguità con la grande visitatrice, un animo tuttavia vispo e acuto; poteva sembrare infatti che l’ometto ricordasse perplesso senza enunciarla, La butti il capo sotto, la butti il capo sotto, facezia di ignoto, da considerarsi antica e forse falsa, intesa a facilitare l’atto ai sorpresi, agli spaventati, dei pentiti al primo sorso d’acqua. Poco dopo, l’anziano assistette al tuffo sconsiderato di uno di quei mattatori scritturati da qualche loro provvidenza pel ruolo di redentori che, nella convinzione sia la miseria di sempre  sempre preferibile a quella di un istante, ai sottopagati comprimari dell’esistenza rubano la scena, per il gusto tutto loro di rubargliela; così il tale fu salvato dalle acque. Arrivò poi la polizia, arrivò l’ambulanza della Misercordia (si confronti si veda dove si può) e l’uomo nonostante la stagione fu avvoltolato in una coperta bigia. L’anziano non accennò, non fece, non disse nulla, ma scambiò un’occhiata con colui e parve d’intesa. Un lettighiere nel suo tradizionale saio nero, cercando di asciugare il meschino, gli parlava e parlava ma quello indifferente, La rincorsa la rincorsa sono stanco, ripeteva. Il ponte aveva preso a popolarsi; passavano forestieri da’ polpacci nudi e rosellìti, bien élevées giovanotte calzate di guanti e capresi, due ragazzetti, rasato a zero il minore, l’altro dalle chiome alessandrine, una coppia innamorata del ponte vecchio lato ovest. Sicché mentre intorno al tale i soccorritori s’ingegnavano a capire di chi fosse la competenza del suo gesto, se del manicomio, se della legge, se dell’ovile domestico, cui sfuggire forse era d’uopo, nel vociare confuso, tra gli ingegnosi sarcasmi che dal resto del mondo distinguono die Florentìner, ecco che da dove lo avevano lasciato a sedere il tale si levò tranquillo, col gesto d’un pugile che ammolli la salvietta all’allenatore lasciò la coperta, raggiunse il parapetto, scavalcò, si abbandonò, sparì. Questa volta ha buttato il capo sotto, mormorò l’anziano ai due ragazzetti. Nessuno vi fece caso.

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

                                     L’ElzeMìro – Terzo idillio fiorentino

Gli oggetti prima di noi, gli oggetti dopo di noi, ancora essenti, mentre noi ci saremo dissolti nello spazio e nel tempo. Questo è straziante, questo è il Dasein. Tempo è persino materia che non siamo ma dove ci siamo. A confermare l’unità del tutto, il Tempio. Alberto Giovanni Biuso in commenti a La scatola del tempo https://biuso.eu

I ragazzini, quello dalla testa rasata e quello dalle chiome alessandrine non sono ancora ragazzini ma, nell’immagine in bianco e nero, all’epoca della loro pallida infanzia. Veste l’uno, il più piccino, sopra la camicia bianca una salopette scozzese, di lana per assunto, l’altro, più alto, è pure in camicia, un maglione sopra e calzoni d’un colore che chissà, difficile inventarlo dalla foto.

Così non si può credere d’avere visto Firenze se non vi si è stati a Natale, e in una città tuttavia tuttavai che non c’è più. Del resto non c’è più Natale, non come si poteva intenderlo, sacro e pagano, modesto e spazzato dal vento pei chiassi di Firenze al tremolio delle fiammelle nelle edicole di santi, cristi e immacolate vergini. Ma, alla pari dei pochi pagani che ancora oltre l’alone dei lumi e delle candele intravedono l’oscurità del mito, dei Saturnalia, del Sol invictus, contro la propaganda dai e dai di un avvento storico, razionale e disumano, il bambinetto in scozzese avrebbe potuto credere che a Firenze, i semafori appesi nel vento a’ crocicchi, fossero molteplici occhi di Èrmes che, dalle otto di sera in avanti, dismessi dal loro impiego comunale, sui bivi deserti prendessero a lampeggiare di giallo in giallo, come fossero lì a mettere sull’avviso, di qualcosa, i viandanti che la benevolenza di quel dio appunto riconoscessero. Era l’ora in cui la città volgeva a sonnecchiare di desìo; osterie, alberghetti dai neon verdolini, la stazione della ferrovia per i quanti che d’ogni parte del mondo cadevano da un sogno per assimilarsi a una città pigra, industriosa, sonnacchiosa, desta, avvocata, notàra, pizzicagnola, mesticàia e trippàra, si sarebbe detto una Gianna  Schicca che li avrebbe esclusi per associarli a un limbo d’arte e di artifici imperituri; Firenze sembrava un luogo di nulla profumato di tutto. Firenze alla sua prima apparizione, secoli fa per il picciottello in salopette scozzese, fu la sottana rotonda e immensa e luccicante di una signora piena di sorrisi e di accoglienti braccia, nel corridoio di una casa vastissima in cima alla collina di Settignano. Le luci erano splendenti e calde, nitidi i vetri. Fuori il freddo gelido, la neve copriva gli ulivi, si crollava dai cipressi, mormorando. Laggiù in basso, distesa lungo il suo fiume invisibile al buio Firenze, una via lattea. Poi, come una bufera cessando rivela un paesaggio sconvolto, tutto questo di colpo non fu più. Ma una foto.

BARTURO 10

0
Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?