
Carta a Duda–terza parte
(… si) dovrebbe partire dalla vita come Ulisse partì da Nausicaa, benedicendola piuttosto che innamorarsi di essa ( F.Nietzsche al di là del bene e del male IV, 96)
Dirti tutto Duda. Mi auguro tu non stia scrutando le bolle di superficie di un informe imbarazzo nella corrente di questo mio piccolo fiume, sai, il segreto inconfessabile dei melodrammi romantici,, o delle tetre e d’altra parte non inconsuete eredità familiari d’altri tempi quando mali comuni erano presi per segni del peccato, di contravvenzioni alla legge, divina by the way, da seppellire in aerosol di mormorii,,, edipo è vittima degli equivoci generati dai lati nascosti di più lune,,, così proseguo su questo percorso con armi da esploratore per assicurarmi che a ogni svolta non ci siano idealismi in agguato o si spalanchino trincee di convenienze e inconvenienze da dinamitare. Di ogni cosa che si scrive la destinazione finale per chi la scrive è il nulla,, nulla resta a noi, anche di questa carta minore, completata che ne sia la fattura, ebbene finis, mia cara, non mi riguarderà più,, consegnata al (mio) reparto oggettivazione, quello ne farà ciò che sa ; tu la buttassi dopo averla letta, nulla da obbiettare,, questa carta non sarà altro che “non mia”; vedi che i possessivi hanno tuttavia sufficiente giudizio da rinunciare a comportarsi come tali. Un pochino mi conosci, sai che è difficile, molto improbabile, rarissimo che io torni indietro a rileggermi, pure, quando mi capita, leggo con mente straniera e straniata, preferisco non capire, con il dubbio circa l’identità di chi compone, che, alla fine m’importa poco perché lo scritto si è impossessato di una propria personale natura ; se non l’unico è questo uno dei motivi per cui non sono carne da mercato editoriale,, étant autant Montaigne qu’une montagnarde non riesco ad occuparmi di qualcosa che, terminata, lisciata e lucidata non mi riguarda più,, nel momento che l’ho chiusa, ho chiuso,,, mi sveglio presto senza aver dormito un singolo istante su una singola foglia di alloro,,, sono un magazzino di transito, mediatrice tra il qui-e-adesso e gli estri di Atena,,, altri sintagmi approderanno alle mie spiagge e poi se ne andranno : odissei per i quali sarò stata pessima circe e sono ancor di più pessima nausicaa. Tuttavia, nonostante questa che puoi chiamare disaffezione a quell’autonoma forma di vita, di realtà che è la scrittura, la che per il tempo dovuto mi possiede e MI scrive (non più non meno di quanto tu sia attraversata dai segni che decifri, trasformi in musica e via che vanno come svoli di colombi in piazza san marco) tuttavia, ho faticato, fatico moltissimo a decidermi per questo racconto senza zuccheri aggiunti,,, ho faticato e faticherò ancora adesso a raccontarti i motivi poco gentili che mi spinsero grata a questa terra che, al contrario di quel che dicono certi flyers turistici non confina con l’oceano, ci naviga. Mentre scrivo, non è il ritegno a frenare l’agilità della penna ma lo scetticismo circa la mia capacità di rigore nell’estrarre dal vocabolario non la bella parola ma quella esatta,, il che vuol dire del tutto onesta e sincera, il che vuol dire che ora sì ora no mi trattiene l’apprensione che il racconto possa vestirsi di guarnizioni barocche,,, sai quelle false colonne, as pilastras ; la psicanalista che si prese cura di me a suo tempo ogni tanto mi bacchettava sulle mani ”ma lei cara carmilla se la sta contando su”, diceva con espressione idiomatica chissà corrispondente in portoghese a “minha querida, ela está contando um conto de fadas para si mesma?” Succede però che mi senta come la ragazzina sverzata la che colse la mia attenzione, seduta com’era a un tavolo della pasteleria Tentadora in compagnia, dissi di un padre o deputato tale e a prima vista non un razziatore di ingenuità ; tale che con attenzione l’ascoltava parlare, lei che mangiucchiava un flan de nata per la stretta bocca impiastrata di panna e latte condensato, e nei secondi, utili ai noialtri per passar oltre, também outro eu andando para casa do Pessoa, simile a stella al suo primo bagliore la ragazzina emise un sorriso accecante,, and faded out.
Ho bisogno Duda, tu asseverata maiuscola , di trovare questa estinzione,, fare in modo che la memoria la smetta di essere mia, la smetta di riguardarmi, cioè di guardarmi ogni volta dall’infinito moltiplicarsi dei suoi, ma non miei specchi. Desta carta, Duda, o desejo é, me inosservata, transformar em um ponto de observação,,, having let my garbage out.
Sfuggito al suo arco, ecco il ricordo di ciò che, ridendone al solito quasi si trattasse di un puppenspiel, di una burattinata, mia madre mi contò del primo incontro di mio fratello con me, neonata miope e attonita nel mio lettino ; tra le sponde mia madre aveva fissato una rete mobile per evitare l’eventualità che il nostro gatto di allora saltasse nel lettino, la rete però mi disse, era di maglie piuttosto fitte e comode e rigide e tali che il gatto poteva zampettarci e amava venirmi a trovare, ci si accoccolava sopra e mi osservava – sentirlo come ronfava a guardarti, guarnì mia madre il suo racconto – . A imitazione del gatto (che d’urgenza, quando mio fratello prese a tentare di infilargli stuzzicadenti nell’ano, avrebbe trovato asilo politico da mia zia nubile e désenfantée) mio fratello riuscì un giorno ad arrampicarsi in cima alle sbarre del lettino e lì si appollaiò in bilico sulle quattro zampe, io di là, lui di qua dalla rete ovvero, giudizio sintetico a posteriori, come un ragno percepisce la mosca intrappolata nella sua rete. Per il ragno la tela è il carrello della spesa in cui “si presentificano” COSE che si mangiano,,, unica noia iniettare loro il veleno. In principio. La casa della mamma. La casa della mamma non era più e già da qualche anno la mia dimora, ero scappata a Milano con il proposito dirompente per la provincia e le sue convenzioni di dedicarmi a una cosa inutile, filosofia ùnimi statale, lavoravo poi ti dirò, e riuscivo a mantenermi in un’enorme casamento popolare (via aselli angolo argonne facessimo un giorno un pellegrinaggio a Milano ti ci condurrei in visita, ma che ragione ci sarebbe di un pellegrinaggio a Milano, domandarselo proprio),, allora era sostenibile, oggi sicuro sarà uno di quei bilocali tutto soppalchi, lusso e tecnologia necessaria e sufficiente a giustificarne l’affitto interstellare,,, ma al torsolo di questa mela avvelenata arriverò con comodo. In ogni modo, un giorno certo, venerdì tredici ottobre 2000, accadde che in modalità panico panico panico mia madre mi chiamò per telefono,, la voce su per i sibemolle,, che il babbo era scomparso all’improvviso che “non c’è più, non in ufficio, via dalla sera alla mattina,” mi disse volendo significare invece all’improvviso. Voglia nessuna, molto scetticismo circa l’autenticità di quella scomparsa, immaginai una fricativa faccenda di lenzuola in cui mio padre si fosse avviluppato tuttavia, dato il volume dei lai di mia madre, mi catapultai a Urbino. Fu così la seconda volta che lo vidi, nosso pai,, non spogliato dagli abiti ma denudato, sconnesso dall’esistenza sotto l’ombrello della quale aveva vissuto fino al momento della decisione che lo aveva irrevocato; em poucas palavras in quella sintesi a posteriori di un essere umano non più in sé, né sé, né altro : cosa tra le cose. Il babbo pendeva col capo di sbieco nel cappio di un canapo che aveva passato per un anello infisso in uno dei travi del solaio di casa. Per raggiungerlo e legarvi la corda aveva usato l’alto scaleo che serviva per uscire a controllare il tetto,, e l’antenna della televisione,, dal lucernario,, sim, saramaga claraboia. Il canapo però, devo essere precisa, il canapo calava appena fuori dall’area di un assito, una specie di basso sopralzo, a poco più di un metro e mezzo dal pavimento montato tutto lungo il lato maggiore del solaio,, specie di scaffalatura comoda per ricoverare cose su due piani e che da epoche chissà quanto anteriori era occupata da scatoloni, carabattole assortite,, ricordo un lampadario a goccia dai molti bracci e il triciclo di mio fratello,, un baule di fibra e qualche valigia vuota ; salito su quel trampolino il babbo, si era sistemato il cappio al collo, e da lì, un solo passo avanti e giù,, in un vuoto di non so se un metro,, tunc pendebat. Le scarpe, mocassini marron con suola di para, gli si erano sfilate dai piedi,, chissà se perché s’erano gonfiati,, e giacevano nella polvere sui grossi listoni di legno del pavimento,, una, ribaltata su un fianco aveva l’aria di un monito funebre : ecco, io sono la fine. Non aveva avuto l’accorta cortesia il babbo di nascondersi sotto una cagoule il viso ; lo osservai ma non sarei certa che il ritratto che ne so fare oggi altro non sia che la sinossi di un’immaginazione stratificata nel tempo e nel modo : color candeggina dunque, prosciugato sotto la barba, gli occhi spalancati, le pupille dilatate, impossibile non notarne la lingua sforzata tra le labbra serrate simile a un ritaglio di cuoio; e più del viso, più di tutto in quel terrificante allestimento,, una di quelle suture che il mio cuore ha ben eseguito, di punti riassorbibili certo, ma si nota la cicatrice, più di tutti i particolari su cui non riuscivo a non andare e tornare e riandare, la scossa tremenda che mi attraversò,, che forse non so ma mi avvilì, fu data dai suoi piedi gonfi nei calzini grigi a buon mercato,,, una miseria,, la miseria,,, miseria non plus ultra. Non ho mai saputo rispondermi alla domanda, e se avesse indossato belle calze colorate di una buonissima marca, oh bella ciao, che idea ti avrebbe indotto,, dum pendebat. La rivelazione fu di un atto compiuto, senza divenire,,, non ero salita in solaio per via di una pipì cogente, è ovvio, e, per quanto mi sia nel tempo affollata di perché, nel tentativo di cavare dai fatti, o piuttosto dai fati, il motivo che mi spinse lassù, un motivo mai l’ho trovato ; nessun motivo razionale,, non so se rincorressi un presentimento, non saprei dire se fu per caso (poi chi o che cosa spinse mio padre a quel salto, la questione fu senza risposta, presto o tardi i suoi anni di lavoro sarebbero culminati con una decorosa pensione, mia madre poi ti dico) oppure se invece spalancai la porta del solaio avvinta a un’edera d’irragionevole certezza,, eppure la spalancai, e senza quel marasma e quell’esitazione che ti prendono talvolta di fronte all’infiocchettata scatola di un regalo,,, raddoppio la metafora,,, mi sentivo, detesto il termine ma la uso egualmente, mi sentivo teleguidata,,, insomma come sapessi già che il padre nostro nunc pendebat in excelsis. Per mia fortuna, se vogliamo, nei momenti più terribili paleso virtù d’eroina, non perdo né testa né strada, e in diverse occasioni, prendi l’agonia e la morte di mia madre, ho sempre saputo il cheffare. Almeno al condizionale. Allora non gridai, ne scrivo oggi con il tono mediato da continue meditazioni, ma non gridai, non cercai di seppellire l’immagine nell’urlo,,, con prudenza innata di animale sull’orlo del baratro, su quella soglia vinsi non saprei se persino qualche assioma di fisica e arretrai di un qualche passo quanto bastava a varcarla a ritroso e, lo ricordo alla perfezione, la richiusi, la porta, con la cautela dell’infermiera che si ritira dalla camera di un moribondo,,, che mi apparenti adesso a un’infermiera è sospetto o calembour? Rimasi in piedi ferma di faccia a quella porta con una mano appoggiata al legno ; gesto simile se non uguale a quello di imporre le mani al coperchio di una bara, o meglio, credo per dare al quadro appena registrato, nel complesso e nel particolare, il tempo necessario per suggerirmi una o più azioni pratiche e coerenti. Alla fine di un tempo d’attesa mi ritrovai per le scale a scendere ed entrare nel tinello del nostro appartamento e sedermi sul divano foderato di velluto marrone a coste, tra mobili immobili nel loro ruolo di prove a carico di un gusto colpevole e che molto presto avevo imparato ad imputare ai miei, e a soprammobili segnati dall’indifferenza alla responsabilità di corrispondere alla scelta men che mediocre dei mobili,,, alcune cornici metalliche che contenevano istantanee di una famiglia, la nostra a prescindere dal possessivo,, un quadretto pastorale di ceramica in altro rilievo con due contadinelli in estasi muta di qua di là di un muretto su sfondo di monti innevati,, alla base dell’opera un cartiglio con l’iscrizione, amore accresce amore. A temperare la punta della mia sensibilità ci ho messo un sacco di tempo e fatica e non poca spesa, a educarmi il gusto, a farmi un’educazione estetica ; di tutto ho inteso responsabili i miei, per non averne da trasmettermi, non volerne avere e accontentarsi di ritenere, gusto, la sua assenza,, del resto, i miei ereditarono dai padri lo smarrimento delle classi subalterne, contadine nel nostro caso, fuor dalla vetrina della civiltà in quanto consumo, del diritto in quanto abuso e di tutto il resto in quanto scenografia di pubblicità. “Tu non sai quanto soffrìi” e insieme mi beavo in casa della mia amica treccianera cuor-di-tenebra, lei, apro una parentesi, oh lei sì che, non tanto per avere la dote di una storia e di un casato – intendimi non parlo dei Guermantes ma di simpatici conti locali, antichi, non antichissimi, anticlericali noti in un territorio che fino al 1860 fu offeso dalla tirannide papale, con un avo audace carbonaro ed esule in inghilterra, un garibaldi, persone – lei scendeva dall’alto di uno di quei mondi che, se per natura mi parve allora precluso, in eguale misura a me destinato per cultura. Ad averla. Me lo sono guadagnata,, corona e palle d’oro me le sono posate in capo da me come napoleone, nessun dio me le incollò in fronte e me le tengo strette. Tornare a casa mia, cioè da babbo e mamma (e a fratel Adriano il Pazzo che ogni volta violentava treccianera con gli occhi ma che volentieri credo si sarebbe messo in atto), mi procurava un dolore al petto, una vergogna quando lei veniva a giocare o poi a studiare da me, lei che a undici anni sapeva distinguere una gouache da una tempera all’uovo, la venere di Botticelli per dirne una, che poteva leggere di tutto, dai peccatori di peyton place a psicopathia sexualis, dall’ulisse all’odissea e via per l’alta marea di libri nella biblioteca familiare,,, (dico sarebbe piaciuta a leopardi e ti dico il signor conte babbo tra l’altro lavorava, era psichiatra, non ricordo in che ospedale, e la signora contessa madre? anatomo patologa) ; e lei oh lei, a memoria citava, compendiava, ragionava, sarebbe andata al classico, al Raffaello a tradurre dritta dal greco in latino, lei mi allenò a sbucciare le pesche in cucina in modo da non far finta che non mi piacessero quando ero a pranzo da loro, e a posare le posate nel piatto a ore sei a fine pasto lei che era tutti i miei ché-ché-ché, lei la persi di vista tanta quanta l’amavo, perché l’amavo senza domandarmi né rispondermi nulla dell’amore, l’avrei riempita di baci elfici,, baciare mi piace mi piace baciar,, già la prima volta che ne vidi svoltare la treccia lunghissima in un corridoio delle elementari pascoli,, piano santa Lucia 13,, e di baci sugosi la riempìi finalmente più tardi in pegno d’amor cortese mma la persi di vista,, fu vero dolore chiusa la parentesi. Di fronte a me, hic et nunc pendebat a una parete un’orologio che annunciava ogni ora col canto di un uccello diverso,, cantò una cincia, le dieci in punto. Nel suo verbale il medico settore scrisse che a quell’ora stessa ma ventiquattro ore prima mio padre era morto. Pertanto, quando la mattina precedente, verso le sette e trenta egli aveva salutato mia madre con la consueta manifestazione di affetto,, un bacio triste, mi disse mia madre che, con inconsueta acutezza per lei, precisò, l’ho capito tardi ma l’ho capito che era la sua maniera d’essere. Il babbo si era preparato ma nulla, a detta di mia madre, aveva annunciato il sentimento dell’intenzione, il babbo era uguale a sé nella misura in cui ciascuno sembra ad altri occhi immutato immutabile finché non sopravviene un’inciampo. Mio padre non era un intellettuale latino inviso a un imperatore sanguinario, un Banquo inseguito dai sicari di Macbeth, un walter Benjamin devastato dal terrore a port bou, nessuno può dire se fosse un depresso e grave e quanto, e mia madre per accorgersene non aveva l’intuizione necessaria o se l’ebbe fu con il ritardo che come tale la contraddisse, mia madre delle teste conosceva i capelli, i suoi per primi ; inoltre le mancava il lessico per definire il disagio, le tempeste, e gli equilibrismi dell’anima ; forse il babbo non ne voleva più sapere, di che cosa is the unanswered question, fatto sta che scelse la forma più radicale di non volerne sapere ; il suicidio è il trionfo della rimozione, mi fu dettato.
Composi il numero delle emergenze di allora, il centotredici, comunicai l’accaduto, ringraziai. Poi scesi al piano terra di casa, nel grande salone doppio in cui mia madre e mia zia insieme esercitavano la voluttuaria arte del trucco e del parrucco con fortuna tale da contribuire in brillante misura al bilancio familiare e tanto che una domanda da farsi a mio padre sarebbe stata se o no il suo ruolo e lo stipendio di tecnico, per quanto dirigente, della nettezza urbana, lo svalutassero o lo diminuissero. Entrai nel salone, mia madre stava facendo la tinta a una vecchia,, congelai la scena,, ho trovato il babbo ma’ sta in solaio si è impiccato, dissi tutto di un fiato in chiave di basso. Senza guardarmi, i piedi nei suoi zoccoletti da lavoro con la fascia dorata, la mamma mi fu addosso, senza guardare, senza dire, senza niente altro che il gesto di strapparmi per mano e via con me al traino, a trovare… non saprei dire se il marito, l’ex marito, il padre dei suoi figli o la trinità al completo. Da lei però mi svincolai e corsi in strada, arrivò un’auto della polizia, due, un’ambulanza. Ci tengo a precisare che allora avevo appena compiuto 23 anni, mi ero laureata in filosofia, lavoravo in una società di allucinazioni marketing,, la sera, per ripulirmi da quel lordume facevo la comparsa alla Scala, eppoi scrivevo già da un pezzo,, fin da bambina,, e raccontini e poesie anche un po’ social oriented, per una faticata rivistina culturale ; si chiamava le discole/as marotas. Dal solaio arrivò l’urlo di mia madre. Il tempo, quel grande che vaga per l’universo con lucidità e determinazione prescrittive, aveva preso a piegarsi : vedo uscire dalla pancia dell’ambulanza la barella e i soccorritori, poi due poliziotti che,,, mi chiedono dov’è, mi ascolto e rispondo,,, poi mia madre fatta di pietra che scende le scale, entra in casa e si accascia sul divano marrone,,, il paragone con la dolorosa iuxta crucem lacrimosa sconcerterebbe persino la banalità, ma è anche vero che in quel momento mi afferrò e compresi la,, la compassione. Poi salire di nuovo, so che voglio vedere che non mi spetta distogliere lo sguardo dal trattamento riservato a quel che era stato mio padre : le manovre di poliziotti e soccorritori per liberarlo dal suo ormeggio, i bagliori delle fotografie, il medico chino sul,,, cadavere oh finalmente così si chiamò,,, e che concluse la sua anamnesi con un sottovoce a un dei gendarmi, eh sì più morto di così si muore. Non mi sembrò per niente irriverente, anzi credo che mio padre avrebbe apprezzato avesse potuto ascoltare. Fui interrogata da un donna,, una donna, assai bella di viso, elegante nella divisa, gli orecchini di finte perle carini,, ben pettinata, sono figlia di parrucchiera,, attraente, di una cortesia francescana ; ricordo che ci eravamo sedute entrambe sul lettino della mia stanzina rimasta intatta, mia madre nel tinello, ingessata tra mia zia e le due anziane signorine pierini della pensione pierini lì accanto a via piave quattordici. Ricordo con piacere il calore del corpo dell’agente seduta sul letto, non so se dire per sorte o voluttà appiccicata al mio fianco,, quell’intimità improvvisata,, solo treccianera mi aveva provocato singhiozzi simili,, presi a piangere infine. Voi/ che sapete/ che/ cosa è l’amor. Da sempre faccio così, al ritorno da una visita a un malato, sia in sua casa sia in ospedale, e di più dopo un funerale, dove i baci hanno il calore di un reflusso gastrico, mi devo lavare, tutta, a tentare di levarmi di dosso il sentore di sfacelo. Quella sera stessa, nella doccia, osservai la mia vulva,,, mai l’ho chiamata mai la chiamerò con un qualunque ributtante nomignolo. Dirò il suo aspetto sano, di bambina maliziosa nella nudità tersa, depilata a modino, come mia madre mi aveva insegnato ; la osservai con occhi del tutto nuovi : in un vedo e ti svedo, folgorate noi due dall’origine del mondo di Courbet al museo d’orsay e un picosecondo dopo accanto a me alta sui tacchi alti, la signora, quella, poi più. Secoli dopo, e fu l’ultima, ci fu una primissima volta in cui vidi te. Allora, con la rapida lentezza della mente che elabora materiali nuovi da vecchi e che, mi pare, potremmo chiamare intelligenza (intelletto d’amore eh Poincaré?) mi risuonò in mente, andante di incantesimo, la frase di Yourcenar : cloué au corps aimé/ comme un crucifié à sa croix,/j’ai appris sur la vie/quelques secrets qui déjà/ s’émoussent dans mon souvenir,/par l’effet de la même loi/qui veut que le convalescent,/guéri, cesse de se retrouver/dans les vérités mystérieuses de son mal,/que le prisonnier relâché oublie la torture,/ou le triomphateur dégrisé la gloire… Mais
Avranno altri autunni
Le maree.
Lascia lì che sperdano i tuoi apparati
I preludi le valutazioni di rito
Con che a strascico rimugini reati
Mai commessi, patti e strategie, nel mito
Non ti imbarcare più, a quel che dici
bada, leva le foglie al fico, gli artifici
che cela svela, con costanza
Taci, ché il tempo non ha luminanza


