L’ElzeMìro-Favolette brechtiane_Lafiorente, Lapudrosa, Sfarinata

Evelyn Dunbar-THe lost works

La questione è questa: che l’uso e l’abuso (del buso si diceva tra ragazzi in chillo tempore illo) favolistico ma non solo, volge al passato, di solito imperfetto, qualsiasi atto che situa per lo più in un cantone remoto della fantasia. Si può narrare è vero al presente, mai tuttavia al futuro. Ciò viene addire, piccoli cari lettori, che raro troverete un conto che principia con ci sarà una volta. Ma questo è appunto il caso.
Dunque ci sarà un volta, forse due, tre chi lo sa ma per sorte narrativa c’è, già, stata, una città di nome Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata seconda di come è stato inteso quel nome, tradurre  il  quale dalla parlata locale è stato nei secoli difficile assai, anzi sufficientemente impossibile. Di Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata se ne dirà come d’uso al passato, remoto e imperfetto di un mondo tanto remoto e imperfetto da potersi proiettare a qualsiasi futuro. Ma questo è un lavoretto che si affida a voi piccoli lettori.

Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata fioriva  in una zona del mondo, o location secondo le più accreditate versioni del complemento di luogo, dove fino a un certo punto germogliò e avvizzì tra il popolo una lingua comune, una parlata buffa, aspirata moltissimo e forse ispirata, adatta a tutti gli usi di una lingua: dalla burla alla poesia. Col far degli anni questa lingua fu seppellita dal buchincom, un linguaggio raffazzonato e inventato in gran parte da non si sa chi: non ne rimangono che gli esempi dell’uso, bollette, conti del fornaio, libretti di istruzioni, formulati con un vocabolario minuto fatto di forse  tremila vocaboli, verbi inclusi, tutti esposti all’infinito, risulta dagli studi che se ne potrebbero fare, col solo ieri o prima per esprimere il fatto compiuto, adesso per dire il presente, l’oggi (per lo più omesso perché in mancanza della specifica ieri e domani, l’adesso era la più logica  alternativa a oggi); domani per dire il futuro compresa la sua ipotesi con forse. Pochi anzi nulli gli aggettivi esprimenti sfumature o tinte intermedie del carattere o del colore: rosa sappiamo per certo si diceva, traduciamo, menorosso e azzurro menoblu. L’indaco o il lapis lessicalmente non esistevano, e nemmeno lo smeraldo. Insomma direte voi piccini che la sapete lunga e che usate benissimo gli emoticon e sapete di meme e murales, una lingua povera di risorse; fatta per semplificare, per non far capire ovvero far capire solo pochi dati elementari –  alla lontana come la pubblicità di oggi – e quindi inadatta per esempio alla letteratura ma anche appunto allo scherzo, al doppio senso, al gioco di parole dei comici, alla burla sull’uso e sul buso appena detta. Al momento di questo racconto, cioè poco prima della sua fine, la lingua comune non era del tutto perduta. A Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata la si parlava per le strade, e sub poena grave – dal taglio della mano al taglio della testa nei casi più eclatanti di offesa alla legge – bisbigliandone tutti i suoi equilibrismi di congiuntivi, ottativi e condizionali, e aggettivi e metafore per raccontare quanto fosse colorata o succosa una mela o probabile e improbabile  (né da confermare né da negare) un fatto, anzi e soprattutto quanto i fatti non esistessero mai di per loro se non nel racconto che li determinava. Un ultima curiosità:  da una tavoletta di legno giunta fino a noi intagliata e sconciata forse con un coltellino al modo che, or non è molto, si usava fare sui banchi nelle nostre scuole, è stato possibile desumere che se un bimbo alla mamma avesse dovuto dire  è buona questa mela, in buchincom il bimbo avrebbe dovuto dire un nonsense come mela essere (oggi, qui) buona. E per dire, ne mangerei tutti i giorni, avrebbe pastticiato un qualcosa come, domanipiùdomani mangiare. Non è noto come si formasse il plurale.  Tra le due lingue è evidente lo iato, la schisi insanabile, la non appartenenza reciproca a una madre comune.

Questa impossibilità di esprimere concetti rari avrebbe fatto a Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata la fortuna di una nuova casta di villani, giunti per lo più dal contado e richiamati dal denaro che un certo principe assegnava, insieme a una casa, a quanti in città, in Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata, si fossero trasferiti e avessero aperto bottega; di quel che fosse, purché venisse tra le mura – quasi ci si dimenticava di dire che in quei tempi a venire quasi tutte le città, isole politiche senza legami tra loro, e soprattutto Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata erano o sarebbero chiuse dentro un’alta cinta di calcestruzzo – a fare qualsiasi cosa: aprire un locale di gioco d’azzardo elettrico, gestire un sevizio di motobarche tra questa e quella località di qua e di là del fiume – ahi, ahi detto Fiume in buchincom – il quale fiume traversava la città lungo lungo la sua valle tra i colli di Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata: largo, maestoso e impetuoso fino a minacciare la piena e l’esondazione se appena appena di poco avesse piovuto.

Un’ incerta cronaca racconta che da tempo la città e il suo contorno di ulivete e vigne e  campi d’ogni verdura, soffriva ogni anno di più perché piovere pioveva poco e il clima, ahi ahi per solito mite d’inverno e d’estate e adatto a coltivare anche fiori e piante ornamentali d’ogni specie, si era fatto ostico: rude d’inverno, incerto a primavera, cattivo d’estate, umido da favorire funghi malvagi in autunno. Su tutto ciò i signori della città si affidavano alle stelle, esortavano a ciò i capitani della speranza, probabilmente simili ai preti che conosciamo oggi, mentre i prezzi del grano, dell’uva, dell’olio salivano come d’uso, perché la richiesta era alta o stabile e l’offerta andava ogni anno stenuàndo. Secondo una delle leggi non scritte ma ferree del capitale, l’offerta dunque favoriva chi tra la abitanti era banalmente ricco e colpiva a casaccio chi invece, come anche oggi la più parte di noi mortali, viveva tra difficoltà avvilenti per pagare questo o quello, e soprattutto alla fine faticava a procurarsi da mangiare.

Chi aveva e roba e danari con ciò né si preoccupava, né si occupava delle condizioni precarie in cui sembrava andasse correndo la città. Il fiume smagriva, i pesci un tempo copiosi finivano nella pancia di certi pescecani, Silurus glanis, arrivati da lontano a popolare quelle acque di cuccagna per le loro pance. Bestiacce lunghe e pesanti, difficile da catturare senza fiocina, erano tuttavia buone da mangiare e costituivano per i più poveri tra i cittadini una fonte di proteine e minerali di qualche importanza. Molti che vivevano di stenti si erano improvvisati pescatori e pescivendoli e con qualche successo. Uno di loro anzi, il nome sfugge, aveva anzi accumulato con la pesca e il commercio del silurus una fortuna tale da farsi banchiere e dare così addio alla miseria in cui si trovava appena arrivato in città. Era ormai vicinissimo al principe, di palazzo si potrebbe dire e per il principe aveva l’incarico e l’onore di inventare ogni genere di feste e distrazioni atte a far dimenticare che nulla andava per davvero bene a Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata.

Così  arrivò a mettere in cantiere una gran festa. Il parco del principe lassù sulla collina grande che dominava la città con la sua reggia di pietre e finestroni troppo grandi perché una sola persona li potesse spalancare anche solo per prendere una boccata d’aria, avrebbe ospitato la prima rappresentazione di un evento nuovissimo, diremmo oggi teatrale, mai visto ed ascoltato, e fatto di parole dette un po’ a casaccio e a tempo di vari strumenti musicali – il termine e la pratica che ne deriva erano allora così perduti da non essere nemmeno ricordati – parte recuperati all’uso, parte abborracciati alla meglio da certi meccanici e falegnami. Non c’era una vera storia da raccontare nello spettacolo, del resto ancora oggi il teatro è così fatto, e nemmeno un’azione da seguire, gli attori o chissà come si diceva, sarebbero andati su e giù per lo spazio immenso del cortile carraio del principe strillando e intonando combinazioni di parole per esempio a seconda del suono, e movendosi come più a loro fosse piaciuto. Come marionette si vorrebbe immaginare.

Durante i preparativi per quella festa aveva cominciato a fare un gran caldo, un caldo inatteso per la stagione, forse maggio. La città accumulava calore di giorno e di notte lo ributtava nelle stradine anguste prolungando negli abitanti la sensazione di vivere in un forno, acceso per scongelare il pane. In campagna qualcuno si accorse che la terra si spaccava, che l’uva stava già maturando, anzi che già i bambini affamati la rubavano dalle vigne più ricche ed estese. I serpenti cercavano acqua a notte fonda, quando un po’ di guazza di formava tra l’erba e benché avessero bisogno di calore per far circolare il loro sangue gelido, di giorno stavano all’ombra dove tutti li potevano vedere e schiacciare. Nel palazzo del principe fervevano i lavori per l’allestimento della festa, la macchina per il ghiaccio lavorava a pieno ritmo ma i cuochi dubitavano se il ghiaccio sarebbe bastato e soprattutto se sarebbe durato abbastanza da mantenere freddi i gelati e le bibite e gli spumanti e i pesci freschi. Lavoravano nel sottosuolo, i cuochi non i pesci, dove un po’ di fresco c’era al riparo delle massicce fondamenta di palazzo. Ma fuori nel cortile e nel giardino, falegnami e carpentieri addetti alle scene di carta, e sarte e sarti dovevano scappare ogni pochino giù nelle cantine dove per loro c’era acqua e gelati e vino freddo. Ma sudavano. Tutti sudavano, il principe sudava, sudava l’ex pescivendolo banchiere per non essere da meno del duca. Sudava la  principessa, soprattutto sotto la gonna, gocciolava tanto da avere l’impressione continua di farsela  addosso. Un operaio scivolò sul proprio sudore e si dovette portarlo all’ospedale. Com’è come non è si arrivò alla notte della prima rappresentazione. Il pubblico tutto di notabili cittadini, possidenti, banchieri e faccendieri si era messo in ghingheri ma si muoveva per il cortile del palazzo con addosso una massa di stoffa tanto sudata da impacciarli; bevevano tutti, molte dame si erano staccate le parti più fastidiose degli abiti di gala mostrando più di quello che di solito erano abituate mostrare a quei tempi; alcuni erano già abbastanza ubriachi prima della rappresentazione e si erano tagliati i pantaloni al ginocchio per avere l’impressione di stare freschi; altri, via le scarpe i calzini e ottenuta una guantiera di ghiaccio tritato, se ne stavano beati e seduti nelle poltrone con i piedi dentro quel gelo rigenerante; quando cominciarono la musica e le prime parole a uscire dalle bocche sudate degli attori la platea, per dir così,  sembrava più a un accampamento moderno di profughi che il parco dei principi di Lafiorente o Lapudrosa o Sfarinata. Ma alla fine fu un successo. Ci furono  applausi e congedi,  saluti, risate, la notte aveva portato un’illusione di frescura, un vento caldetto asciugava i sudori quel tanto poco da far respirare. Le carrozze si allontanarono verso le loro destinazioni abituali, in città e nelle ville di campagna.

Ora tutto successe poco dopo quella notte per così dire di sabba. Prima morì in una casa un vecchietto, poi un altro e un altro, poi un bambino e un altro e un altro: agli occhi clinici dei medici chiamati in soccorso, nonostante l’alto prezzo e le difficoltà delle visite notturne, tutti sembrarono cotti a bagnomaria. Prima dell’alba chi andava a lavorare presto uscì di casa ma come se entrasse nella bocca di un drago e i primi ad arrivare in città dalle porte poste in coppia  di qua di là dell’argine del fiume si accorsero assonnati che il fiume era diventato poco più che un rigagnolo, tra la sabbia del fondale emerso. Alcune barche stavano in secca agli ormeggi. Nessun pescatore era uscito. Alle sei sette muratori sarebbero morti di caldo all’improvviso su un ponteggio, fulminati. E così via. Il principe si rinchiuse nella ghiacciaia di sicurezza del palazzo mentre con gran fatica dei messaggeri piumati gli portavano notizie dei malanni cittadini. A notte però egli volle uscire per vedere. Mentre procedeva per le strade con ampia scorta di polizia, una pietra si staccò da un muro e gli cadde sui piedi. La calcina che teneva il muro insieme si era seccata all’improvviso e pochi istanti dopo il passaggio del principe tutto il muro crollò mettendo a nudo le abitazioni e la gente che tentava di dormirci dietro. Con un sospiro l’intera casa rovinò al suolo in polvere sui suoi abitanti. Nessuno si salvò come nemmeno in Egitto al tempo delle note piaghe. Il principe decise di tornare a casa e in fretta. Si chiuse nella ghiacciaia e si appisolò con l’ordine che lo si avvisasse di ogni mutamento della situazione. Oggi si sa si direbbe trend. Dormì sodo però, si svegliò all’alba com’era abituato, si stiracchiò, uscì dalla ghiacciaia senza svegliare la principessa benché fosse nuda su un lettino rinfrescato a neve; andò al bagno senza guardare fuori, si liberò l’intestino e si lavò com’era abituato. Poi chiamò per la servitù ma nessun rispose. Andò alla finestra più vicina, l’aprì e nel cortile vide solo i resti della serata precedente ma nessuno che mettesse in ordine. In prospettiva, il giardino levava al cielo bronchi secchi e in terra mostrava stecchi d’erba gialla. Sembrava che un enorme lanciafiamme lo avesse annichilito. Il principe prese giù  per gli scaloni, si accorse che il caldo era diminuito di colpo, si stava quasi bene, o almeno lui stava benino tanto da potere correre tra gli sterpi in cima alla collina del giardino. Dall’alto la città si presentò ai suoi occhi come una vasta rovina in polvere. Mozziconi di muri in pietra restavano tra quelle che erano vere e proprie dune di un deserto cittadino. Le torri vuote sopravvivevano e nel suo letto luccicava il rivolo d’acqua del fiume. Qua e là dagli argini spuntavano solitari gli alti fusti di Heliantus Tuberosus.

 

* immagine di Evelyn Dunbar-The lost works

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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