Chiavi di riserva di C. Gasparotto

Titolo: Chiavi di riserva di Carmen Gasparotto
Data di pubbl.: 2020
Genere: Autobiografia, Racconti, Romanzo di formazione
Pagine: 88
Prezzo: Euro 12

È una storia di memoria e di un rapporto con un padre quasi archetipico – vicino eppure lontanissimo, all’apparenza dolorosamente distaccato, troppo spesso non afferrabile nella sua interezza – quella narrata da Carmen Gasparotto in Chiavi di riserva (Edizioni Kappa Vu).

Racconto lungo ambientato negli anni Sessanta, fase di crinale tra il momento in cui la campagna non era più il luogo dove si fa la Storia e l’Italia del boom economico, intenzionalmente autobiografico, si scopre fin dalle prime pagine denso di riferimenti e risonanze che risulteranno comuni a molti lettori.

Decide per un gioco letterario fra la prima e la terza persona Carmen Gasparotto, in un viaggio che va a ritroso, che prende l’abbrivio dal momento della malattia finale del padre, dell’annullarsi di giorno in giorno del gesto elementare.

Non basterà l’alternanza con la sorella nella camera d’ospedale, si dovrà far ricorso per le notti a un aiuto esterno, una badante che nel ricordo si muoveva in silenzio, come una geisha. Ritualizzava ogni gesto. [Soprattutto] gli accarezzava il volto, cosa che io non sapevo fare, riconosce la voce che parla.

È questa, si capirà poi, quasi la confessione di un limite infinitamente umano, di un inciampo nel gesto pur nella forza dei sentimenti provati.

La coscienza prende corpo nelle ore dell’addio, fitte di riti che si fanno stilettate, punteggiati comunque da altri dolori: un incessante senso di inferiorità nei confronti di una sorella sempre più amata, sempre prescelta, preferita da tutti, perfino di fronte alla bara del padre costretto in un vestito grigio chiaro che a me sembrava troppo estivo.

Le scarpe erano lucide come non le aveva mai avute, i capelli ordinati, le guance riempite con il cotone. Non era lui, era la sua statua di cera. Così rimasi in piedi davanti a quell’involucro e accanto a mia madre che aveva gli occhi liquidi, il foulard che sporgeva dal colletto del cappotto e la borsetta infilata al braccio.Del giovane prete arrivato da poco in paese mi avevano già parlato, ma rimasi ugualmente colpita da quel fare che mia madre aveva definito moderno. Portava a tracolla una borsa rettangolare – c’era dentro un computer? – da cui estrasse un aspersorio tascabile. Svitò il cilindro metallico e diede la benedizione. Fece tutto molto in fretta, baciò sulla guancia mia madre, mia sorella prima di me […] Uscimmo tutti. L’avvitatore che sigilla le viti del coperchio della bara ha un suono lacerante, come ogni atto finale, come ogni storia che si chiude senza possibilità di replica.

Scompare fisicamente colui intorno a cui tutto ruota, esplode, potenziandosi, la sua figura: da questo momento nel libro è un affastellarsi fluido di memorie, di salti temporali dettati dall’emozione, di madeleine che portano epifanie anche su altri personaggi di sfondo, la madre, la nonna, i parenti emigranti di diverse fortune, dalle vicende pur degne di nota ma funzionali solo alla costruzione del personaggio-padre.

Un padre di cui non era lecito sorridere:  non era mai salito su un aereo prima volta che avvenne fu perché mio marito lo invitò ad andare con lui a Milano durante un viaggio di lavoro. Allo steward chiese di avere Il Sole 24 ore e una tazza di cappuccino. Ne avremmo sempre riso nel ricordarlo, ma quando lui non c’era. Una radice severa  i cui tratti predominanti paiono essere  l’indecisione, la mancanza di sicurezza – spesso mascherata da prepotenza – l’assenza di desiderio, incapace di un alfabeto primario (quelle volte che gli mostravo con orgoglio un bel voto lui aveva la capacità di deprimermi con domande del tipo: e gli altri cosa hanno preso?).

A tratti invece si faceva solido, protettivo, premuroso nel voler non far mancare alla figlia la gioia per la festa del patrono, messa in forse dal maltempo, che lo porta a organizzare un picnic al chiuso, nell’abitazione in fase di costruzione, al riparo da ogni temporale

 La casa odorava di intonaco ancora fresco. Nell’altra stanza mio padre tirava a fine la malta sui muri. Non ero a mio agio, mi sentivo controllata, ma allo stesso tempo ero contenta della sua presenza silenziosa. Dal vano porta ancora al grezzo di tanto in tanto lo vedevo girare la malta nel secchio con la cazzuola. Il polso elastico, la rapidità del movimento, il gesto sinuoso, fonte di smisurato orgoglio per la bambina si fanno alle volte, invece, imbarazzo nel confronto con famiglie più abbienti. Dovranno passare anni perché le cose ricadano al loro posto, in un sussulto di più che legittima dignità.

Carmen Gasparotto non si sottrae allo scoprire nervi personali alla crudezza del ricordo: potente è il desiderio di recuperare una visibilità negata, di pareggiare  conti, ma ancor di più di delineare con chiarezza sulla pagina da riempire la propria origine di persona: mi chiedo se farà danno questa memoria. Salto da un punto all’altro come a ritrovare brandelli per ricomporli in ciò che sono. Solo questo.

Lo fa attraverso il suo unico strumento di ricomposizione del sé e di un intero mondo contadino (ma che potrebbe essere montano, di costa, di periferia): la scrittura onesta, priva di imbellettamenti, lontana da ogni tentazione celebrativa, senza scivolamenti nella retorica.

Ne risulta un vero canto d’amore, tenero e accorto, dedicato certo al padre ma in fondo anche alle generazioni che verranno da e dopo di lui.

 

 

Anna Vallerugo

 

 

 

 

Carmen Gasparotto è di Taiedo (PN), vive in provincia di Trieste. Ha pubblicato il romanzo Di forte istinto (Montedit, 2013) e la raccolta di racconti Èco, femminile, plurale  (KappaVu)  con Mariaelena Porzio. Suoi racconti sono stati pubblicati in opere corali dalle edizioni Vita Activia e Pendragon.

 

 

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