A tu per tu con… Marcello Simoni

” Aspetta chiudo la finestra così siamo più tranquilli e possiamo cominciare, e diamoci tranquillamente del tu!” Comincia così la nostra intervista a Marcello Simoni classe 1975 nato a Comacchio in provincia di Ferrara, scrittore, bibliotecario, archeologo e anche organizzatore di eventi culturali di taglio letterario. Ha pubblicato diversi saggi storici; con Il mercante di libri maledetti, romanzo d’esordio, ha superato le 500.000 copie, ha vinto il 60° Premio Bancarella, è stato selezionato al Premio Fiesole 2012 ed è stato finalista al Premio Emilio Salgari 2012. I diritti di traduzione sono stati acquistati in diciotto Paesi.

Com’è nata la tua passione per la scrittura? 

È nata prestissimo, fin da quando ero piccolo, poco più che bambino. Appena ho cominciato a tenere in mano una penna, e ad avere un minimo di padronanza della lingua italiana, mi divertivo già a inventare e illustrare delle piccole storie. Fin dall’infanzia le mie due passioni, la scrittura e il disegno, sono andate di pari passo. Tra i quindici e i diciassette anni avevo due sogni nel cassetto: volevo diventare o uno scrittore horror o un disegnatore di fumetti. Era il periodo in cui scoprii gli albi della Marvel e della Bonelli, e soprattutto le storie di Dylan Dog ispirate all’horror mi hanno influenzato molto. Mi avvicinai presto anche alla narrativa gotica e avventurosa passando dai Tre moschettieri di Dumas alle storie di Emilio Salgari, per non parlare di Poe e di Lovecraft. Il sogno di diventare scrittore è però rimasto a lungo nel cassetto, adombrato dalle esigenze che mi imponevano di provvedere alla “vita reale”, trovare un lavoro e mantenermi. In seguito ho sviluppato anche la passione per la storia e l’archeologia, ed è stata talmente forte da influenzare i miei gusti letterari al punto da farmi decidere di scrivere un thriller di ambientazione medioevale: per il mio primo romanzo, Il mercante di libri maledetti.

I tuoi libri sono un personale mix di thriller e romanzo storico, con una certa dose di fantasia. In che rapporti sono questi elementi? Come riesci a combinarli?

Penso che un buon romanzo di ambientazione storica altro non sia che un gioco di prestigio, dove l’ago della bilancia si posa esattamente a metà tra il verosimile e il realmente accaduto. A tal riguardo, ci tengo a fare una precisazione: io non scrivo romanzi storici, ma thriller ambientati in epoche passate. Sembra la stessa cosa, ma in realtà non lo è, poiché i miei ploto sono fortemente connessi ai ritmi della narrativa di genere. Il primo impulso, in sostanza, è quello di intrattenere. Non voglio salire sulla cattedra per insegnare, ma intrattenere il lettore, creando un feeling che lo faccia appassionare ai personaggi e alle situazioni che descrivo, senza annoiarlo.

Dopo la trilogia dedicata ad Ignazio da Toledo, che ha riscosso così tanto successo, quali sono i tuoi prossimi progetti?

Per prima cosa, una precisazione: è probabile che Ignazio da Toledo torni, prima o poi. Ma dopo tre romanzi dedicati a lui, avevo bisogno di allontanarmi per un po’ dal soggetto per sviluppare dei progetti che coltivo da tempo e che mi stanno molto a cuore. Sto parlando di una nuova trilogia medievale, non thriller ma mystery, con personaggi assai caratterizzati e differenti da Ignazio da Toledo. La storia si basa sull’intreccio tra il destino di un cavaliere reduce da una famosa battaglia, le disavventure di un giovane artigiano e gli intrighi di alcuni uomini di chiesa. La sorpresa è che per buona parte questa trilogia sarà ambientata nel mio territorio, a Ferrara. Ed ecco perché sto documentandomi per ricostruire situazioni storiche realmente accadute, per dare respiro a una vicenda della durata di sei anni. Si tratta di un progetto molto ambizioso, l’ammetto, ma grazie a esso potrò far “evolvere” i miei protagonisti, permettendo che crescano sul piano intellettuale ed emotivo. Rispetto ai miei precedenti romanzi, darò maggior spazio ai personaggi femminili: donne atipiche e pericolose, come piacciono a me.

Le ambientazioni ricoprono una parte importante dei tuoi romanzi. Come lavori per costruirle?

Prima di tutto mi impegno a rendere credibile il “substrato storico” della narrazione, svolgendo ricerche minuziose per quanto riguarda il periodo a cui mi riferisco, dal modo di parlare all’abbigliamento e al comportamento delle persone. Tutto ciò deve però restare sullo sfondo, così da dare un senso di verosimiglianza senza annoiare il lettore. Per quanto riguarda la fiction, invece, cerco di ricreare situazioni che non sono accadute ma che avrebbero potuto accadere. Sto sempre attento a questo gioco di equilibri, persuaso del fatto che la cosa più difficile nello scrivere un medieval thriller sia quello di trasmettere informazioni senza turbare il ritmo della struttura narrativa. Ecco perché cerco di attenermi alla regola della “leggerezza” di Italo Calvino, facendo assumere al lettore nozioni storiche senza che se ne accorga.

Da bibliotecario che pubblica e-book, qual è il tuo rapporto col digitale?

Ho un rapporto contrastante con il digitale. Adoro i libri cartacei, non solo per via del mio mestiere di bibliotecario ma anche perché sono persuaso che leggere da un libro di carta sia un’esperienza unica. Un supporto digitale presuppone invece un rapporto più freddo, dato che non ti permette di sfogliare un libro veramente libro, ma qualcosa di elettronico che non ti apparterrà mai del tutto. Nonostante ciò, l’e-book ha tantissimi pregi. Io stesso, viaggiando spesso per lavoro, lo trovo molto comodo, permettendomi di avere sempre a disposizione decine di titoli a “peso zero”. E benché si dica che l’e-book andrà a sommergere il mercato del libro cartaceo, penso che queste due realtà siano destinate a convivere per lunghissimo tempo. Ciò che conta, al di là del supporto è la lettura, è che i cervelli della gente trovino un modo per svagarsi e maturare.

Dopo la vittoria del Premio Bancarella e il successo dei tuoi libri è cambiato il tuo rapporto con i lettori? Se sì come?

Più che altro è cambiato il rapporto con me stesso, nel senso che ho iniziato a impostare il mio lavoro in modo più consapevole. Con questa vittoria mi sono inserito in una tradizione importante e non intendo disonorarla compiendo ingenuità. D’altro canto, cerco di mantenere il rapporto con i miei lettori più diretto e spontaneo possibile. Ecco perché sono costantemente presente su Facebook e Twitter, non solo per fare promozione dei miei lavori, ma anche per condividere idee e suggestioni con chi decide di seguirmi. Quando lavoro a nuovi romanzi, per esempio, condivido a volte parte dei miei elaborati per ricevere stimoli e impressioni. Per testare il gradimento ma soprattutto per mantenere un rapporto umano. Del resto, il mestiere di scrivere va a toccare la natura umana di chi scrive e di chi legge, e per questo deve andare oltre la scrittura stessa.

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