A tu per tu con… Alex Corlazzoli

Dopo La scuola che resiste (Chiarelettere 2012) e, ancor prima, Riprendiamoci la scuola. Diario di un maestro di campagna (Altreconomia 2011), con Tutti in classe (Einaudi 2013) Alex Corlazzoli, con la sua scrittura appassionata e divertente, torna a parlarci del tema a lui caro della scuola italiana. Con schiettezza e sana ironia ci racconta la vita dei suoi piccoli alunni e ci offre un curioso ritratto di questa generazione, ma soprattutto ci trasmette la volontà di battersi per un’istituzione che accusa colpi, vacilla ma continua a reggere perché sorretta da fondamenta profonde.

Abbiamo posto ad Alex qualche domanda:

Scuola italiana e modello europeo: i nostri punti forti e i nostri punti deboli.

Partiamo dai punti deboli, che sono maggiori di quelli forti. La scuola italiana soffre terribilmente la sindrome dell’ultimo della classe: continua a prendere brutti voti ma non fa nulla per cambiare. I dati di più agenzie ci vedono negli ultimi posti della classifica sulle competenze digitali dei nostri ragazzi; sulla presenza della banda larga nelle scuole, sull’accesso alle nuove tecnologie. Siamo fanalino di coda riguardo l’internazionalizzazione e l’apprendimento dell’inglese. Di recente l’Ocse ha strigliato il nostro Paese per la lentezza con la quale le tecnologie digitali sono finora diffuse nei nostri istituti: sarebbero necessari 15 anni per raggiungere i livelli registrati ad esempio in Gran Bretagna. Da qualche tempo dico, in ogni occasione, di essere seriamente preoccupato perché i nostri ragazzi saranno poco competitivi con il resto dei loro coetanei europei: ciò ci porrà fuori dal mercato del lavoro che è ormai globale e vede un futuro di giovani italiani che emigreranno. Basta andare in una scuola di Stoccolma o di un paese di campagna in Germania per vedere la differenza. Ma veniamo ai punti forti. Oggi l’Italia, nonostante i ritardi della politica sull’investimento nell’istruzione, può ancora vantare un’eredità che è stata preziosa. Maria Montessori, don Milani, Mario Lodi fino a Gian Franco Zavalloni, hanno lasciato un modello educativo che è entrato a far parte del DNA di centinaia di maestri. Se oggi nella scuola c’è ancora chi parla di Costituzione è merito di questi uomini che hanno gettato le fondamenta di una casa che ora ha bisogno urgente di ristrutturazioni, ma continua a reggere.

Dovremmo cambiare modo di insegnare: a una generazione 2.0 serve una didattica 2.0. In cosa consiste la didattica 2.0? Non pensa che questa generazione Duemila, multitasking e in perenne connessione, rischi di “perdere” qualcosa come il sano piacere di una relazione vera e profonda o l’elaborazione e l’espressione di un pensiero attraverso la scrittura ?

Abbiamo bisogno di continuare a mettere le mani nella terra, a ruzzolarci nei giardini, ad uscire dalle nostre aule e allo stesso tempo di scoprire il mondo attraverso un iPad, di parlare via chat (magari in inglese) con i ragazzi di una classe in Gran Bretagna, di visitare il museo della storia della civiltà Mesopotamica di Beirut attraverso il sito. Stiamo facendo l’errore che hanno compiuto i nostri padri con la mia generazione: noi eravamo i paninari, quelli del branco del sabato sera, quelli che iniziavano a fumare a 13 anni, i disimpegnati. E mentre qualcuno faceva ricerche e studiava il fenomeno, la mia generazione è cresciuta solo con giudizi etichettati. La generazione digitale non dev’essere giudicata ma aiutata a usare quelle straordinarie risorse di cui dispone. Ai bambini è inutile sottrarre Facebook semmai dobbiamo educarli a usare i social network (non solo Facebook). Questa generazione potrà essere quella che veramente rivoluzionerà le sorti di questo Paese ma dobbiamo continuare a insegnare loro a essere cittadini. Se faremo questo lavoro, tra un decennio avremo dei giovani capaci, competenti, innovativi e onesti.
Oggi l’elaborazione di un pensiero può avvenire davanti al pezzo di carta così come al personal computer. La scommessa sta nel non parlare solo per emoticon ma far provare loro emozioni. Ciò è possibile solo se torneremo a stupirci, ad abbracciarci, a piangere, a correre con loro, tutte emozioni vietate da una scuola molto più preoccupata a verbalizzare, far firmare, relazionare. Abbiamo bisogno di tornare umani, senza dimenticare che siamo nel 2014!

“I libri stanno morendo […] Uno che vuole leggere un libro non pensa ad andare in biblioteca, ma guarda internet” . Queste sono le parole di un suo ex-alunno, cosa ne pensa, come insegnante e come lettore-scrittore, dei libri in formato digitale?

Non sono ancora riuscito a leggere un libro in formato digitale. Anzi ho sempre un po’ di pregiudizi nei confronti degli eBook nonostante i miei libri siano anche in formato digitale. Tuttavia recentemente, tornando da un viaggio a Cuba, mi sono trovato sull’aereo con due libri noiosi, pesanti. Accanto a me, c’era chi leggeva un eBook con l’eReader. In quell’istante ho pensato che se avessi anch’io scaricato dei libri sul mio tablet, avrei potuto scegliere, come se mi fossi trovato a casa o in libreria. In quell’istante mi sono convinto della straordinaria opportunità che ci offre il libro in formato digitale. La mia è la generazione Gutenberg sbarcata sul pianeta della generazione Zuckerberg: siamo e restiamo affezionati al profumo della carta, alla sottolineatura sul libro stampato, ma non possiamo non guardare con fascino e con entusiasmo al mondo del digitale. I primi anni che insegnavo leggevo il quotidiano con i miei alunni in forma cartacea, oggi lo sfogliamo sulla lavagna multimediale. Semmai il problema è far amare ancora la lettura. La scuola, ma in parte anche le nostre biblioteche, ha allontanato i ragazzi dai libri anziché avvicinarli. Dobbiamo riconquistare il piacere della lettura. Dobbiamo entrare nelle nostre classi e leggere ad alta voce; archiviare le nostre antologie e leggere le poesie di Alda Merini; sfogliare il quotidiano; portare i libri sui nostri scuolabus, lasciarli nelle mense scolastiche, sui treni, nelle stazioni dove si recano gli studenti delle scuole superiori. Abbiamo bisogno di contagiare, di un virus sano che torni a far scoprire, che risvegli la curiosità.

Fra le sue numerose brillanti idee educative e didattiche ce n’è una che mi ha particolarmente colpita: un viaggio di istruzione fra le osterie d’Italia per mangiare, bere, ascoltare i vecchi che parlano in dialetto. E’ riuscito a realizzarla o lo sta facendo?

Alla scuola primaria non è facile realizzare una simile idea. L’avevo pensata per i ragazzi delle scuole superiori ma nel mio piccolo l’ho già sperimentata. Quando siamo andati, quest’anno, a scoprire i monumenti del territorio dove abitiamo, abbiamo fatto tappa anche nell’osteria del paese. Ho voluto che i ragazzi incontrassero Santina, la cuoca, perché raccontasse loro cos’era stata la sua trattoria, com’era cresciuta in quei luoghi ormai dimenticati da questa generazione digitale. Non solo. Allo scetticismo per il cibo biologico di una mia classe quinta ho risposto andando alla fiera “Fa’la cosa giusta” ad assaggiare formaggi, marmellate, insaccati biologici. Come si può parlare di Piemonte e non raccontare ai ragazzi del Barolo o del Nebbiolo, della sua storia, della ricchezza di quel vino? Come si può parlare di Pianura Padana senza conoscere il cotechino e la polenta? I bambini hanno cinque sensi. Nella scuola spesso non si usano tutti. Abbiamo bisogno di educare al gusto, al vedere, allo stupore, all’ascoltare, magari stando in silenzio. Non serve una scuola che riempia dei vasi ma una scuola che sperimenti.

 “Riprendiamoci la scuola. Diario di un maestro di campagna” (Altreconomia 2011), “La scuola che resiste” (Chiarelettere 2012) e ora “Tutti in classe” (Einaudi): la scuola italiana le sta indubbiamente a cuore, ma se dovesse scrivere di altro, di che cosa scriverebbe?

Sto scrivendo un libro sulla mia terra, sulla Pianura Padana, che uscirà a settembre. E’ un tentativo di conciliazione con il territorio dove sono nato e cresciuto, da cui sono spesso partito per fuggire. Un percorso per raccontare com’è cambiata la pianura in questo tempo di migrazioni, di crisi. C’è un gran bisogno (il film “Il capitale umano” ne è testimonianza) di tornare a parlare di provincia, di ciò che accade sotto i campanili. Ho altre idee che mi porteranno, forse, a scrivere di altro, non solo di scuola: nella mia vita mi sono occupato per anni di migranti, di detenuti, di luoghi delle periferie. Mi piacerebbe prima o poi cimentarmi con un romanzo anche se nasco con uno stile giornalistico. L’ho in testa da parecchio tempo ma per ora resta nel cassetto. Forse come il buon vino ha bisogno di restare ancora nella botte.

Da buon lettore e scrittore, un pensiero a Gli Amanti Dei Libri.

Continuiamo a stupirci. Abbiamo tremendamente bisogno di bellezza. Ai miei bambini insegno a sorridere, a restare ad occhi aperti, a guardare fuori dalla finestra per godere di una giornata di cielo azzurro, della neve. Insegno loro a guardare le rughe del viso di un vecchio, a restare in silenzio, ad ascoltare. Riconquistiamo la bellezza. Chi ci governa, a tutti i livelli, ha perso questo piacere e sta tentando di farlo smarrire anche noi. Resistiamo. Leggiamo, viaggiamo, stupiamoci. E’ la miglior risposta all’imbarbarimento in atto.

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