A tu per tu con… Alessandro D’Alatri

Lo scorso 14 novembre si è svolto presso il carcere romano Regina Coeli la IV edizione del concorso letterario “Goliarda Sapienza-Racconti dal Carcere”, quest’anno esteso anche alla poesia. La giuria presieduta da Elio Pecora ha dovuto selezionare tra 500 testi solo 26 autori i quali sono stati poi divisi in due categorie, minorenni e maggiorenni. Ad ogni detenuto poi, tramite un sorteggio, è stato abbinato un grande scrittore o artista in veste di tutor letterario. I racconti dei detenuti, raccolti nel libro “Giardino di cemento armato”, aprono il cuore e la a mente di chi li legge e facendoci riflettere ci trasportano in una realtà dura che in molti vorrebbero dimenticare. Abbiamo avuto l’immenso piacere di intervistare Alessandro D’Alatri, tutor vincitore per la sezione minori e guida letteraria di un detenuto di soli 17 anni che ha imparato ad esprimersi ed a purificarsi tramite la scrittura dando vita alla sua opera “Zero Giorni”. Non potendone rivelare il nome lo indicheremo con lo pseudonimo di Unknown.

Il Premio Goliarda Sapienza “Racconti dal carcere”, arrivato ormai alla sua IV edizione, è un progetto importante, soprattutto per chi vive la realtà complessa del carcere. Come é stato coinvolto nel progetto e cosa le ha dato lo stimolo a prenderne parte?
A coinvolgermi è stata Antonella Ferrera, l’anima del premio, l’altr’anno verso primavera e ho trovato questa proposta molto stimolante. Avevo lavorato con Goliarda e collaborare ad un progetto dedicato a lei mi ha emozionato. Conoscere poi la serietà e l’impegno che metteva in tutto quello che faceva è stata la molla che mi ha spinto ad accettare questa proposta. Poi il caso ha voluto che io fossi abbinato ad un detenuto minorenne e così è cominciata l’avventura…

Come è stato indossare per questa occasione i panni del tutor? Ha trovato fin da subito affinità e complicità letteraria con Unknown, o è stato più complicato del previsto?
È stata un’esperienza davvero straordinaria. Dopo aver ricevuto gli scritti via e-mail e averli letti, non sapendo chi li avesse scritti, ho iniziato a farmi delle idee. Attraverso la scrittura inizi a visualizzare un comportamento, un’anima, una sensibilità. Il testo di questo ragazzo mi ha colpito immediatamente, poiché era steso in maniera molto ritmata, con periodi brevi. C’era una sorta di urgenza narrativa molto forte, una voglia di raccontarsi mediante le parole, come dire, nitida, quasi poetica, poiché non c’era spreco di parole. E così dopo pochi giorni, ho avuto l’occasione di conoscerlo. E’ stato un incontro molto bello, perché sembrava quasi un animaletto impaurito. Sguardi rapidi, occhi bassi, aveva un pudore e una timidezza che non corrispondevano ai reati che aveva compiuto. Quando ci siamo conosciuti poi gli ho detto che mi piaceva moltissimo quello che aveva scritto e che a mio parere doveva anche leggerlo, come fanno gli attori. Così l’ho portato a teatro: non c’era mai stato, era la prima volta. Da qui è iniziata questa collaborazione e lentamente da autore e diventato interprete. Io ho visto in queste settimane una trasformazione meravigliosa. Quest’esperienza è riuscita a lavare anche dei peccati originali di cui lui sicuramente non era responsabile.

I racconti finalisti del Premio hanno come denominatore comune la vita carceraria e con essa la devianza, l’emarginazione, l’abbandono, ma raccontano storie e percorsi molto diversi fra loro. Qual é la vera forza di “Zero giorni”, la differenza che ne ha consentito la vittoria?
Quello che penso abbia colpito tutti è quanta importanza abbia la scrittura nella vita di un essere umano. Molto spesso chi vive libero non se ne rende conto. Questo ragazzo ha capito tutto ciò e mi ha detto che vuole continuare, perché scrivere gli piace moltissimo. Ha un’ ottima capacità lirica, esprime concetti molto profondi con poche parole ed è straordinario per un ragazzo di quell’età. Io ho due figlie adolescenti e magari scrivessero così (ride). Mi ha mandato delle poesie da cui si nota il suo talento. Si è interrogato molto e ora non vuole più tornare nel luogo che gli ha generato tutti i problemi. Vuole studiare ed impegnarsi altrove e ciò vuol dire che anche questa manifestazione ha un senso: a me non è costata fatica, anzi ogni momento mi ha donato energia. Non ho fatto il tutor, ci siamo tutorati a vicenda!

Parlando della storia di vita del giovane autore di Unknown, la definisce “una sconfitta che ci appartiene” e si interroga su come mai la scuola non ne abbia riconosciuto il talento. Nell’insegnamento la volontà di fare e cambiare le cose e la consapevolezza del limite del ruolo di fronte a situazioni familiari e realtà che appaiono determinanti di una vita spesso si scontrano. Cosa ne pensa?
Io penso che a volte sia possibile che la famiglia fallisca, perché le dinamiche famigliari che ci sono alle spalle degli individui possono spesso portare a questo. La cosa imperdonabile è però quando fallisce la scuola e purtroppo il fallimento si sta procrastinando nel tempo. Pochi insegnanti secondo la mia esperienza rimangono indimenticabili nella vita di ciascuno di noi. Questo vuol dire che c’è una lacuna nel rapporto con l’insegnamento e che purtroppo sempre più spesso è diventato un mestiere più che una passione, cosa molto grave. Questo ragazzo ha iniziato a frequentare una scuola a Viterbo, dove piano piano una professoressa di lettere ha capito il suo valore e lo ha convinto a mettersi in gioco nella società e nella scrittura. Lei è la vera vincitrice dei premi, perché ha fatto un lavoro straordinario: il vero lavoro della scuola. Oggi si parla molto di futuro, di rimboccarsi le maniche ma io trovo che per ricostruire questa società si debba partire proprio dall’istruzione, che sta facendo dei danni enormi in quanto portata avanti in modo anacronistico. Hanno cambiato le sigle, i nomi, i progetti, i voti e le pagelle, ma i programmi sono rimasti sempre quelli. Ricordo d’aver sofferto da studente e adesso soffro da genitore vedendo come la scuola continui a fare danni alla cultura. Ti fanno odiare la poesia, perché te la fanno vivere come qualcosa di melenso, appiccicoso, mentre invece è muscolare, tonica, energetica!

La vittoria in un Premio Letterario che cosa può significare per Unknown e quale cambiamento può portare nella sua vita?
Lui si sta preparando, adesso vuole continuare la scuola, che aveva interrotto al momento dell’arresto: già questo è un obiettivo sano. Ne ho anche parlato con il suo giudice ed erano tutti stupiti da questa trasformazione straordinaria, dovuta ad un’esperienza unica di umanità e di socializzazione. Siamo rimasti in contatto e nel tempo vuole farmi leggere altre cose e ne sono felicissimo. Fino ad ora ha parlato di se stesso e il suo prossimo appuntamento sarà raccontare gli altri. Scriveva a penna e il concorso gli ha permesso di vincere un computer. Se c’è un cielo da cui ci può guardare, sicuramente Goliarda Sapienza sta sorridendo.

Nella sua introduzione compare un interessante aforisma di Neal Cassady: “L’arte è buona quando muove dalla necessità; questo tipo di origine ne garantisce il valore, e nient’altro”. Come mai la scelta di questa frase?
Io vengo da quella generazione. Neal Cassady veniva da un’esperienza simile, dai bassi fondi, era anche lui una vittima, ma ha saputo produrre tanta delicatezza nella letteratura. È entrato a far parte di un gruppo di intellettuali del quale forse era il più ignorante di tutti, però col tempo è diventato quasi un maestro della Beat Generation. Credo perciò che sia un testimone vicinissimo a questo giovane, così gli ho consigliato di leggerlo.

E’ un’esperienza che rifarà quella di essere tutor di autori così speciali in un Premio Letterario così particolare?
Ogni anno ci saranno dei sorteggi e non so se mi richiameranno, ma intanto sono diventato direttore dello stabile dell’Abruzzo e ho avviato un progetto artistico con i ragazzi per il dipartimento di giustizia minorile. Quando chi fa questo lavoro può dedicarsi anche al sociale raggiunge probabilmente i momenti più belli della sua carriera.

Di Alessandra Cucchi & Barbara Bottazzi

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