Traduttore: Alberto Bacci Testasecca
Pagine: 160
Prezzo: € 18,00
Ecco un romanzo che sfugge a ogni classificazione di genere. È un giallo? Un noir? Possibile, visto che un omicidio – in realtà non solo uno – avviene, ma sappiamo subito chi lo ha commesso, sebbene a chi indaga sfugga, almeno in parte, il vero movente. È un libro di denuncia sociale? Sì. Viaggi e turismo sono, o dovrebbero essere un modo per conoscere altri paesi, altre culture, allargare le umane conoscenze, incentivare l’umiltà con la comprensione di usi e costumi altrui. È questo il turismo di massa odierno? O non si è trasformato in un consumo dell’altrove privo di alcuna profondità culturale e intellettuale, un volgare mordi e fuggi di tutto ciò che viene definito come esotico, lontano, alieno? Qualcosa che risuona come quella nota battuta di un vecchio film: è venerdì? Allora questa dev’essere Venezia.
Qui, però, non siamo a Venezia, ma nella splendida e selvaggia Corsica, cannibalizzata durante i lunghi mesi estivi da migliaia di turisti di ogni lega e risma: dai super ricchi che affollano con i loro giganteschi yatch i porti della costa fino alle più bieche e chiassose carovane croceristiche formate da giovani e/o pensionati pronti a svagarsi in un altrove appiattito da un’omologazione pasoliniana. È la Corsica, ma potrebbe essere qualunque altro posto di mare e montagna nel mondo. E ci sono gli indigeni, quelli che hanno fatto di necessità virtù e quelli che, superata la soglia di una mera sopportazione, hanno deciso di capitalizzare sul turismo con un’ingordigia e una cupidigia rare. È il caso di Philippe Romani, penultimo discendente di una famiglia di ricchi possidenti che, dopo aver sfiorato la rovina, è riuscita a risorgere trasformando vecchi casolari fatiscenti, bar cadenti e cantine muffite in locali per vacanze, ritrovi e night. Philippe ha un unico figlio, Alexandre, ormai ventiquattrenne, avuto da una relazione con la bella Catalina. Un ragazzo senza alcuna personalità o passione o intelligenza o capacità, che Philippe ha messo a dirigere un ristorante di proprietà dei Romani e che una sera, a seguito di uno sgarro – in realtà una sciocca e misera vendetta – perpetrato ai suoi danni dal coetaneo parigino, residente estivo, conoscente di lunga data e studente di medicina Alban Genevey, lo aspetta sul molo e lo accoltella. Che senso ha, si chiede la gendarme Sèverine Boghossian, quel gesto estremo, oscenamente sproporzionato al movente che lo ha generato?
In realtà, Alexandre Romani – ultimo rampollo di una genia di sfaccendati privi di senso morale, colmi di arroganza e sicuri di essere al centro dell’universo, ma dotati nondimeno di una loro surreale grandezza – vuoto come una zucca cava e cresciuto fra gli agi e le coccole, ha reagito a un’umiliazione inaccettabile perché in contrasto con l’alto concetto che ha – o crede di avere – di sé e della sua famiglia. Ma Alexandre non è certo suo padre, lo scaltro, inscalfibile e donnaiolo Philippe, né suo nonno, l’arrogante e furbo César, e neppure il suo prozio, il falso brigante Pierre-Marie, la cui storia è da leggere e apprezzare, unico a essersi macchiato, e a buon motivo, di un atroce delitto e la cui immeritata fama di crudeltà lo ha condotto a una morte prematura. Alexandre è nient’altro che se stesso e con il suo stupido e inutile omicidio, sconta un peccato originale dei Romani: quello di aver permesso, per avidità e grettezza, la mercificazione e l’invasione senza rispetto di un luogo un tempo incontaminato. Un’isola sulla quale serpeggia una follia che ha contagiato persino gli animali.
Ah, se la Corsica fosse stata come l’isola di North Sentinel nell’arcipelago delle Adamane, golfo del Bengala, dove i sentinellesi da sessantamila anni si sono isolati dal mondo e non esitano a uccidere chiunque cerchi di mettere piede sull’isola. Ah, se la famiglia Romani avesse fatta sua la triste lezione imparata nel 1855 dal sultano Ahmad ibn Abu Bakr che permise l’ingresso nella inviolata città di Harar al capitano Francis Richard Burton, decretandone l’inizio della fine. Perché è cosa nota che l’arrivo del primo viaggiatore è sempre foriero di notevoli calamità.
Narrato in prima persona dal cugino senza nome e innamorato mai corrisposto della bella Catalina, un professore di scuola che inutilmente cerca riparo in terre lontane per poi tornare a insegnare nell’amata e disprezzata isola natia, dalla storia principale si dipartono alcune formidabili diramazioni che, insieme all’apparire di nuovi personaggi, l’arricchiscono di colore e senso.
North Sentinel è l’ultimo lavoro dello scrittore, traduttore e professore di filosofia Jérôme Ferrari, di famiglia corsa. Un libro di imperdibile ricchezza linguistica, rara profondità di argomentazioni e innegabile umorismo, ma, sappiatelo, si ride a denti stretti. Assolutamente da leggere.


