OLTRE LA PENNA di… Alberto Damilano

Sto scrivendo una storia di ambientazione partigiana. Bella roba, dirà il lettore, roba vecchia di almeno settant’anni. Dissento: 70 anni nella storia di una nazione sono niente, un alito di vento, soprattutto per un popolo che ancora non ha fatto i conti con la propria storia. Tutti, o quasi, ci siamo divertiti, appassionati e commossi di fronte alla rilettura che della nostra Costituzione ha fatto Roberto Benigni. Bene, la nostra Costituzione viene da lì, dalla lotta partigiana e da vent’anni di buio. Da allora il mondo intero è cambiato, ma “la Costituzione più bella del mondo” è rimasta giovane, come fosse stata scritta iersera.
Parlo di “storia” e non di romanzo partigiano per rispetto a Beppe Fenoglio ed all’immensità di lui come autore, che del romanzo partigiano è stato maestro. Ricordo ancora l’emozione che mi diede, sui banchi del liceo, la lettura integrale de La malora che un professore illuminato ci impartì, lui che sapeva alternare sapientemente Ovidio ai contemporanei. La malora è un romanzo breve di dura vita contadina nelle Langhe, ma poi fu la volta de Il partigiano Johnny, con tutti quei neologismi e le frasi in inglese, pubblicato postumo soltanto pochi anni prima, ad aprire ad un linguaggio letterario modernissimo la resistenza italiana, ancora malata di provincialismo.
Tornando a noi, lo spunto per il racconto me l’ha dato una piccola storia familiare. I miei genitori si sposarono nel dicembre del ’44, e le loro nozze ebbero del rocambolesco. La funzione venne interrotta da un allarme aereo e tutti gli astanti corsero verso il rifugio, lasciando soli il sacerdote, i miei e i testimoni, imperterriti sotto il bombardamento. Mia madre, figlia di un fervente socialista d’altri tempi, contribuì a ospitare nella casa paterna una famiglia ebrea, altrimenti destinata al campo di sterminio. Questo fatto accadde con la naturalezza dei piccoli-grandi gesti ed è solo grazie all’insistenza di mia sorella che mia madre, poco prima di lasciarci, acconsentì a scriverne in una sorta di breve diario di ricordi.
Nell’era della rete e dei “cinguettii” di twitter, la perdita della trasmissione orale tra le generazioni ci priva quasi del tutto di memoria, che nessun libro di storia ci può restituire. Perché le storie narrate ci permettono, a differenza della cronaca, di aprirci ai sentimenti, alle emozioni ed al pensiero, attivano il processo di identificazione e attingono al simbolico, di cui ha fame la nostra anima. Mia figlia, ad esempio, oltre che a scuola, si è formata la sua coscienza critica anche ascoltando il racconto che della ritirata di Russia le fece il nonno materno, tenendola sulle ginocchia. La perdita della memoria storica io la considero alla stregua di un piccolo crimine sociale.
Così, rischia di tornare d’attualità il tema del fascismo, non solo perché nelle recenti elezioni si potevano trovare in corsa ben quattro formazioni di ispirazione neo-fascista, ma per il ruolo che assume Alba dorata in Grecia e per la svolta autoritaria in Ungheria, di cui parla il solo Saviano. Sono quotidiani i tentativi di rivalutazione del regime fascista da parte di esponenti politici di primo piano, per ignoranza prima ancora che per strumentalità, nel cuore di una crisi che non ha precedenti. C’è un’Italia da rifare, qualcuno dice che è un’impresa quasi analoga a quella della ricostruzione dopo la guerra. E allora, riscattare la memoria è opera necessaria.
Così, con questo spirito, ho scelto di accingermi a raccontare la storia di due ragazzi negli ultimi mesi di guerra, protagonisti di eventi molto più grandi di loro, di cui sono in gran parte inconsapevoli. Le storie di due ventenni, l’una liberamente ispirata a mia madre, l’altro un partigiano di una “volante” adibita ad azioni di sabotaggio in pianura. Due storie che si incroceranno, in un tempo di crisi che richiedeva il coraggio di scelte coraggiose. Compiute quasi inconsapevolmente, solo perché era giusto prenderle.
Ho letto Io sono l’ultimo, un lavoro di ricerca recentissimo sulle testimonianze degli ultimi partigiani ancora viventi, edito da Einaudi, e in tutti albergava la certezza di essere nel giusto.
Oggi sono altre le scelte coraggiose che si richiedono a chi, appartenendo ad una generazione a cui abbiamo rubato il futuro, ha di fronte a sé un domani di precarietà.
Scelte non meno impegnative, come quella di restare, nonostante tutto.

 

 

 

ALBERTO DAMILANO nasce nel 1955 a Fossano, nel cuneese. Medico, dopo la laurea si trasferisce nell’hinterland torinese, dove si occupa di malattie mentali e tossicodipendenze. Nel 2009 si ammala di sclerosi laterale amiotrofica (SLA), che in poco tempo lo paralizza completamente. Oggi vive grazie a nutrizione e respirazione artificiali.

Il blog di Alberto Damilano

 http://grandeuno.blogspot.it/

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