L’ElzeMìro – La rovina di villa Catùsci

Palazzo Salis, Tirano

Palazzo Sàlis -Tirano -Trompe l’œil

Déntrovi… i Catùsci, da katà, per sotto in greco, e os, bocca in latino, sono stati educati dalla maestria della loro voracità; furono affamati ciómpi prima e affamati ricchi dopo la ricchezza conquistata razziando e vendendo le generose messi di residuati bellici, non ultimo il nero orbace, a vagoni. Non più isolata di altre e a conferma del suo aspetto maldestro più che sinistro, villa Catùsci pare un favo vulcanico sorto da qualche abisso ìnfero; la sua natura architettonica tutta rocailles e intarsi e garguglie e girigògoli e usci, in numero di 33, cifra dispari ma àngela di esoterìe e d’infinite capriole di càbbale, fa pensare a qualche basaltica comunità d’esuli gorgònie; il parco a un porto insabbiato con relitti. Dopo la titanica bancarotta del capitale di familia e al seguito dalla generale diaspora dei vivi e dei morti fuori da tutti gli usci della villa verso i più inespugnabili limbi ed esilii fuorilegge, di quella dimora ciò che resta è il silenzio di un mare sotterraneo in secca.
Di notte, al chiaro della luna o dei fari di rade automobili, i pieni dei muri contrastano con i vuoti delle finestre infrante, delle persiane cionche, delle porte decrepite, così come i denti in una radiografia risaltano all’ombra dei tessuti intorno. Dalle vicinìe giù alla villa scendono in scorribande gli scalmanati del sabato notte; tra quelli che non si limitano a rifare la birra consumata contro la cancellata in rovina, i più coraggiosi avanzano all’oscura nel parco, tanto privi di remore quanto sconsiderati del rischio più del mistero che un luogo fatiscente allestisce sotto un pavimento putrido, o sopra un plafone esausto a furia di star su appeso a se stesso; pare guidare costoro l’atavismo del possesso, la temperatura basale, il preservativo dell’amore tra quella rovina con la poverina del momento; certi di intimorirla, di farla avvinghiare alle loro braccia per poi stringerla contro un muro e… Déntrovi, là dentro, interpretiamo noi alla meglio la parlata desueta, Havvi l’orrore; il fabbro del paese, matto nell’accezione popolare e scultore di mostruosi ferramenti, racconta di averci dormito nella villa ma domandato del come, del quando e dell’orrore cos’è, Un sfruscìo, risponde senza corrispondere, dice proprio un e subito tace, accende il cannello ossidrico, si cala sul viso la maschera, la fiamma attacca una rosa di ferro che toccata si torce. Scaltri all’ascolto stròloghiamo su ciò che l’orrore non sarebbe.

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Andrew Leman – The call of Cthulhu - https://www.youtube.com/watch?v=KBaxXs8yYic
Edgard A. Poe – The Fall of the House of Usher – La rovina della casa Usher – testo a fronte ed. Leone
George Simenon – Le rapport du gendarme – Folio (Il rapporto del gendarme – Mondadori 1958)
H.P.Lovecraft – The whisperer in the darknesshttps://en.wikisource.org/wiki/The_Whisperer_in_Darkness
H.P. Lovecraft - L’orrendo richiamo – Einaudi

BA 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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