L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-Barbariccia

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                                            Edgard Maxence (1871-1954) Reverie, c. 1918

Questa è un storia di tenebre e notte miei piccoli lettori… tenebre e notte qualcuno di voi dirà da maestrino che è un’ovvia e pretenziosa ripetizione, ed è vero ma provate a sentire, ripetetevela a mezza voce a parte, ognuno per sé, in pizzeria, durante un pic nic, quando vi sembra d’essere soddisfatti e felici, provate a sentire come suona tuttavia bene… tenebre e notte… con quelle tre titittì ribadite… non vi fa venire in mente il calderone (cawdron) delle magherìe, e un bel mazzo di streghe che vi si agitano intorno e infuriano (they strut and fret) benaccorte… farsi la domanda… anche se è noto che avete bisogno di termini esatti, che le tenebre dice il vocabolario sono una cosa in fin dei conti del tutto simile alla notte, sinonimi dice sempre il vocabolario… e allora niente, questa sarà una storia di eventi maledetti – può andare? – e così bene avvoltolati nel buio da pensare che un’alba non vi sia ancora mai sorta.

C’era dunque una volta e due e tre in un paese avverso, in una pianura sconfinata e lontana detta padùla – la storia non dice lontana dove né quanto – c’era Barbariccia. Barbariccia teneva la sua barbiccia stretta sotto il mento con un anello d’oro che sfavillava al sole, specie durante la bella stagione. Barbariccia ci era arrivato come tutti lì in quella pianura ostile tranne che per trattori, idrovore, carburatori e macelli; con ciò nessuno degli abitanti di quel tavoliere arso anche d’inverno faceva in vita una mole di nulla per poterla cambiare. Chi stava prossimo o proprio introgolàto nel successo si chiudeva nelle villette prefabbricate, con bambi e tigri di gesso incluse nel prezzo, piazzate lungo lungo certe strade senza sfondo che portavano di solito dritte ai capannoni dove gli abitanti della villetta facevano per lo più la loro vita o macellando gli animali, maiali soprattutto, o sfarinando farine per nutrirli; oppure giocatollando con pompe e brugole a fabbricare ogni tipo di accessorio da macelleria, seghe, frese, bilance, bollitori; e c’era infine chi fabbricava invece cingoli, catene e carburatori. Non per caso nemmeno un fiore adornava i balconi delle villette e l’erba vera intorno appassiva e seccava di sua sponte per far luogo a’capannoni, così che quasi tutti, anzi tutti gli abitanti ne stendevano davanti e intorno casa prati interi ma di polipropilene verde. Ed erano felici.

Barbariccia, anch’egli aveva fatto il macellaro in Lamanya, terra di ricchi di picchi e di nebbie, e poi il sovrintendente e poi aveva aperto il suo macello personale lassù, poi l’aveva venduto così che aveva le mani pulite, diceva; infatti se le lavava ogni pochino, e anche i piedi non li trascurava, e faceva lo shampoo alla sua barbiccia chiusa sotto il mento da un anello d’oro che parlava di onestà, moralità, probità, rettitudine, incorruttibilità, santità a chiunque lo incontrasse; ma l’oro non è forse simbolo di tenace purezza… boh forse no, però insomma a molti pare proprio di sì. Barbariccia, diventato ricco, benché stesse benissimo lassù era sceso quaggiù nella pianura, detta padùla, per inseguire la bella che il padre gli aveva promesso e, una volta sposato, aveva comprato per la moglie, e ci viveva chiuso dentro con lei, una di quelle villette, la più grande sul catalogo della Homesweethome, occupandosi adesso di import ed export, oramai solo online gli piaceva dire. Infatti importava uomini e donne da lontano, fin da Samincanta, Con un magico click, si rallegrava, per avviarli all’industria del macello o del carburatore. Per ogni testa, für jedes Stück (che si dice proprio für iedes sctük) ripeteva con vezzo alemanno, venduta all’industria egli guadagnava e guadagnava e guadagnava. Appunto senza sporcarsi le mani. C’erano sì degli inconvenienti, qualcuno dei nuovi operai, adducendo lì per lì come scusa la fantasia che il maiale è una bestia schifosa, figurarsi, si rifiutava talvolta di prendere a calci o a bastonate l’animale che tentasse di scappare dalla camera di elettrocuzione, o di sbattere contro il muro la testa di un maialino, così per far prima, ma poi l’uomo, animale come si sa unto dal dio degli eserciti, messo di fronte allo stipendio e al ragionevole bastone del sovrintendente, il novizio insomma si abituava all’odore del maiale vivo e subito dopo di quello folgorato dall’elettrochoc, e subito dopo di quello sgozzato al coltello penzoloni da un gancio, e subito dopo di quello bollito e poi svuotato dagli intestini, e poi ripulito e poi scorticato, e poi segato in due e alla fine ben bene refrigerato. Alto a notte fino a farsi nube e tetto alla pianura si spandeva l’odore di piscio e di paura.

Ora Barbariccia non aveva, amava sentenziare spesso a tavola, non aveva grilli per la testa, un figlio di pelo nero, grosso come lui e al contrario di lui capitano di bastimenti, e una figlia, Selenia, molto bella, terribilmente bella, fulva di capelli e dagli inspiegabili occhi verdi. Benché da principio avesse temuto che le insolite colorazioni della bimba, nonostante la moglie fosse una diafana rossina, fossero il frutto di inspiegabili e misteriose contingenze, ne era presto divenuto custode gelosissimo; ne aveva osservato in concreto la crescita e lo sviluppo man mano da infante a fanciullina a donna; benché della donna temesse la lunazione sanguigna, così come ieri aveva osservato la moglie, divenuta col tempo più simile a una grassa scrofa o a uno scarafaggio capottato, oggi Barbariccia osservava la figlia lunga e sottile e piatta come una foglia; e al cuor non si comanda, gli mormorava l’emozione. Quando la fanciulla raggiunse l’età in cui le ragazze belle sono molto corteggiate e prendono a sciamare si sa da quella infame pianura padùla di zanzare e pappataci che s’è detta, e volano  la notte in moto o in giardinetta a stordire di luminosa giovinezza le radure o di giorno alle spiagge, al mare, al sole – senza escludere il mandolino – nella lontana Minimìra dei motel, delle pensioni, talvolta d’estate anche delle cabine ai bagni Papeseitàn e Virgomeàta, a terminare ciò che hanno cominciato ad apprendere di solito in macchina – senza differenze sui sedili davanti o su quelli di dietro –, ebbene Selenia no, nata col tic della natura, natura, natura e chiusa in casa tutto il giorno, non faceva che fare cose giudicate dal padre altrettanto orribili quanto le fughe al mare delle sventate paesane in cerca per dir così di marito; ella studiava. Per far cosa poi… se dio avesse voluto farci saputi avrebbe provveduto per primo, s’ingrugniva Barbariccia fedele al suo accento alemanio acquisito e al suo credoinundiocrudel privato, da lui personalmente fatto in casa e ben inscatolato nella sua testa.

Com’è come non è, Selenia studiava, studiava botanica e chimica e farmacologia perché sentiva in sé il richiamo delle antiche streghe, interrogava lo specchio della sua stanzetta. Studiava tutte le sante notti – fate attenzione lettori piccini alla santità sia o non sia notturna – e andando di nascosto lontano lontano portata in volo sì dal desiderio ma di raccogliere tra le erbe le più rare e le meno, dalla Belladonna al Nasturzio, dallo Stramonio all’Agastache alla Gynostemma pentaphyllum. Selenia divenne in breve un’erborista esperta ma questo l’allontanava e l’avvicinava al desiderio del padre che, per non desiderarla più, mentre una notte come quasi ogni notte strizzava le poppute forme della moglie e se ne compiaceva, prese la decisione di assegnarla come d’uso a un uomo. Che a ingrassarla e strizzarla ci pensasse lui e non se ne sognasse più.

Alla notizia che presto sarebbe andata sposa a un bravo commerciante di lavatrici e televisori, il Sidis, Selenia pianse per tre giorni. Al quarto si vide caricata su un furgone e portata a conoscere il marito e il negozio di elettrodomestici. Barbariccia era fatto così, come suo padre prima di lui e prima ancora il nonno e il nonno del nonno, generazioni di ostili… ostili sapere a che cosa… ostili per principio vitale alla vita. Niente è meglio di un matrimonio per fare uscire i grilli che affollano la testa di una ragazza bella… imparerai finalmente a stare al mondo e non a perdere tempo con erbe che nemmeno si mangiano… e e e strega… le grugnì in viso guidando come un pazzo; a causa dei grilli che erano suoi l’avrebbe baciata però, perché si sa che l’inconsueto e il malvagio soprattuto se immaginati attraggono assai più dello scempio e del fariseo; ancora qualcosa, un filo, benché di bava, tuttavia lo trattenne e degluttì. Stare al mondo, ripeteva ingranando e sgranando a muzzo le marce del furgone, diesel perché il gasolio costa meno, Stare al mondo; cioè in una camera da letto prima e già s’immaginava l’affair, e in una camera da parto dopo, e qui l’immagine gli si sgretolava come un’apocalisse. E dopo e dopo, mormorava Selenia nascondendo tra le mani gli occhi persi in lacrime; Dopo vedrai di ingrassare, le gridò il padre tirandosi la barba per la rabbia che gli procurava quella figlia così bella anche nel pianto. Va bene. Selenia andò sposa seguendo un complicato e lunghissimo rituale inventato da Barbariccia che riteneva di saperla  appunto lunga su ogni cosa e su ogni argomento, dal momento che se n’era inventata da sé origine, ragione e modo; Tuttu ciò cun la mia testa zultanto, affermava fiero di sé nel suo vago accento alemanio acquisito. La ragazza, infelicissima, non sapeva come affrontare la prima notte di nozze di cui la madre, ridendo, le avevano spiegato i pratici segreti – come attizzare di un uomo la virga indolente, come far finta di niente, come compiacerne il desiderio di deflorazione facendolo proprio –; Conosco i mille modi dell’amorose frodi, i vezzi e l’arti facili per adescare un cor, amava cantarle l’aria Gaetana la sua migliore, forse unica amica e non banale soprano. Selenia era terrorizzata per principio all’idea che qualcuno potesse introdursi in lei in una maniera che più forzosa, rude e schifosa non poteva immaginare.

Così dapprima blandì il Sidis – benché non fosse malaccio al vedersi, ancora senza pancia e ricco, ma questo non ha importanza – gli allestiva mille mangiarini grevi a digerirsi (non era brava in cucina ma abbondava con burro, olio e spezie malandrine che coprono tutti i difetti), gli preparò teìni d’Oppio, Escolzia, Grifonia per rammollirlo, si rifugiava in cucina ogni sera a rigovernare per delle ore (benché possedesse la lavapiatti più bella e costosa); nonostante le piacesse pochissimo, prese  a fumare moltissimo, con la speranza che presto avrebbe assunto quel colore verdolino e quella puzza di vagone fumatori che specie a chi non fuma – in quel caso il marito – fa rovesciare lo stomaco; dormiva per terra su una stuoia con la scusa che al letto nuziale c’era da cambiare il materasso oppure ohiohi la sua schiena, oh mai mai. Infine al fratellone che a suo tempo era scappato di casa per imparare a guidare le navi in Lamanya fece per lettera appello, che tornasse, che la cercasse, che venisse a liberarla dal marito e dal padre, e già che c’era, che la portasse via lontano in bastimento. Inutile dire che il fratello marinaio lesse la lettera di Selenia ma non le diede peso alcuno. Infine in quel momento navigava nel mar delle Antigóne.

Con ciò la tecnica dei differimenti e delle dilazioni col tempo perse efficacia. Così in una bella notte di luna e nonostante la lunazione di Selenia il marito ebbe la meglio sulla reticenza e la renitenza di lei e nonostante i calci, i morsi, i pugni, le strette, insomma nonostante la resistenza di lei e della sua muscolatura, egli le infilò, come si sa non un anello, ma… oh màma màma màma il negarsi non giovò che ad aumentare il dolore di Selenia e ad aizzarle la sensazione che con quell’atto il marito come a un maiale le stesse strappando l’anima. La giovine sposa assegnata aveva le sue fantasie in testa anche lei. Così, benché fosse inverno salì quella stessa notte sull’altana della casa, e da lì non volle schiodarsi; senza mangiare, usando un secchio per i suoi bisogni (anche il digiunatore defeca ogni giorno un tantinìno) che smaltiva nelle fioriere di erbe aromatiche e medicamentose, e arrangiandosi nella vasca di granito da bucato per lavarsi con acqua gelata e detersivo, piano piano prese a vedere un orizzonte chiarirsi. Intorno ogni notte sentiva il puzzo e i lamenti delle bestie che dall’alba avrebbero preso ad essere sgozzate. Mai più, disse al suo cuore cogliendo con cura da questo e quel vaso la messe più adatta alla sua vendetta, Mai più. Con perizia e in poco tempo preparò una miscela di erbe, tanto dolcissima al palato quanto mortale per il cuore. Fingendosi domata, scese dal tetto, fingendo ammaestrata gentilezza somministrò la pozione allo sposo e fingendo compiacenza fece questa volta le viste di assoggettarsi. Colui però, prima che trionfante potesse appenderla al suo gancio di conquistador, si afflosciò morto sul corpo nudo e vigile di Selenia. Poi la vendetta toccò il padre Barbariccia e così…
Così la storia parrebbe finita, miei piccoli lettori, ma ricordate che… c’era una volta e due e tre.

2
Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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