Il segreto della barca – Racconto di Giovanni Lischio

Il Premio Chiara Inediti 2013 era  riservato a una raccolta di racconti inediti mai apparsi in quotidiani e riviste o sul web di autori dai 25 anni in su, residenti in Italia o nella Svizzera Italiana.

La giuria composta da Andrea Fazioli (Presidente), Federico Bianchessi, Michele Mancino, Federico Roncoroni, Carlo Zanzi ha scelto la raccolta vincitrice “Il lato maggiore e altri racconti” di Giovanni Lischio con la seguente motivazione:

Giovanni Lischio è scrittore capace di dare vita a strutture narrative piacevoli e coinvolgenti, sia dal punto di vista delle vicende raccontate sia da quello dei personaggi, in un linguaggio preciso e chiaro che contribuisce al vigore della narrazione”.

Nato a Santeramo in Colle (BA) nel 1938, risiede a Oliveto Lario (LC). Già professore di lettere alle medie e alle superiori, ha al suo attivo diverse pubblicazioni. Si ricordano, in particolare, Il fiore del desiderio (1995) e Donna di fiori (2008) in poesia e, in prosa, La porta delle meraviglie (1999) e Cerchio di figure (2010).                                                    

Pubblichiamo qui di seguito un racconto tratto dalla raccolta vincitrice, pubblicata da Macchione Editore

IL SEGRETO DELLA BARCA

L’arrivo dei ragazzi nella colonia estiva di Santa Marinella è salutato festosamente dalle due cuoche, Elvira e Marina, puntuali e compite nella loro divisa, nuova fiammante.

Con il viso scavato e sofferente, sorride anche il giardiniere Raffaele, il cui compito è curare le piante, i fiori, l’orto e il campo da pallone. La sua vera passione, però, è un’altra. Dal giorno in cui, con i primi soldi guadagnati, ha potuto procurarsene una di seconda mano, la barca è diventata la sua seconda casa, il suo secondo amore.  Tutti i giorni, mattino e pomeriggio, va a controllare che sia al suo posto, integra e saldamente legata all’anello. E sotto sotto gli dispiace che, in cambio del rimessaggio gratuito, a volte debba metterla a disposizione degli assistenti e dei collegiali.

  È l’estate del 1953, l’Italia è uscita da poco dalle distruzioni della seconda guerra mondiale. I ragazzi, provenienti da famiglie di modeste origini, al pari di tanti soldatini si intruppano per recarsi in cappella, nel refettorio, nelle aule da studio. Sono liberi di muoversi solo quando giocano a pallone o quando, due volte al giorno, sciamano sulla riva del mare. Per il resto, le loro giornate sono regolate e scandite dal suono della campanella.

Una mattina di grande caldo, in cui il sole guizza e il mare manda bagliori di fuoco, si diffonde la notizia della morte improvvisa, per infarto, di Raffaele. Il lutto irrompe a sconvolgere l’atmosfera gioiosa delle vacanze, lasciando tutti increduli e sgomenti. Specie i ragazzi che, a quell’ora, sono intenti a divertirsi allegramente in acqua.

Tornati in colonia, per il resto della giornata sono costretti a tenere basso il tono della voce e a rivolgere un pensiero, e una preghiera, al giovane giardiniere. “Tanto solerte nel suo lavoro e, soprattutto, un uomo timorato di Dio” ci tiene a sottolineare il direttore. Il quale, trascorsi i primi giorni e ancora visibilmente scosso, decide di offrire alla vedova il posto lasciato vuoto dal marito.

La donna, che abita a Roma e ha bisogno di un lavoro per mantenersi, accetta volentieri di trasferirsi a Santa Marinella durante il periodo estivo e, in segno di gratitudine, decide di donare la barca. Il direttore la ringrazia e affida l’incarico di prenderla in custodia al più giovane degli assistenti, fra’ Romeo, che svolge anche la funzione di economo.

Seguendo l’esempio di Raffaele, anche lui non dimentica di controllare quotidianamente la barca. Una sera, in cui il cielo si è fatto improvvisamente cupo e all’orizzonte si addensano nuvole cariche di pioggia, l’accosta rapidamente alla riva e la tira in secco. Poi, la rovescia per proteggerla dalla minaccia dell’imminente temporale e l’assicura all’anello.   Prima di allontanarsi, con sua grande sorpresa si accorge che da sotto il sedile di prua spunta uno strano involucro che precedentemente non ha notato. Lo raccoglie, lo rigira più volte fra le mani e poi lo infila in tasca, con l’intenzione di consegnarlo il giorno dopo alla signora Mariuccia, la vedova di Raffaele. Il pacco, piuttosto leggero, è protetto per il lungo e per il largo da numerose strisce di nastro adesivo.

Giunto in camera sua, lo depone sopra la scrivania, poi si spoglia e si accinge a coricarsi. Una volta a letto però non resiste alla tentazione di dargli una sbirciata, con la riserva mentale di richiuderlo e, all’occorrenza, di liberarsi in confessionale del suo peccatuccio. La busta, piccola e rettangolare, è stata accuratamente sigillata con l’intento di proteggerla dalle infiltrazioni d’acqua. L’apertura perciò si rivela più complicata del previsto e questo non fa che accrescere la sua curiosità. Alla fine, da una calza di filanca avvolta su se stessa, estrae alcune decine di lettere e, sorpresa delle sorprese, due mutandine di pizzo. L’una nera e l’altra rossa.

Fra’ Romeo, che tutto si aspetta tranne di trovare un materiale del genere, resta a bocca aperta, tra la sorpresa e l’incredulità. Sulle prime non sa cosa fare. Poi, con le mani che gli tremano leggermente, infila il tutto nel pacco e torna a coricarsi.

Sul comodino è posata una grossa sveglia che, normalmente, non solo non gli impedisce di addormentarsi, ma gli concilia il sonno. Quella sera, invece, poco per volta finisce per invadere il buio della stanza e sembra voglia perforare la sua mente. I minuti passano con lentezza indicibile e il ticchettio, gradualmente, si trasforma in un rumore insopportabile. Dopo un po’, non tollerando più l’atmosfera di irrequietezza che si è creata, accende la lampada, allunga la mano, preleva una prima lettera  e la legge tutta di un fiato. Poi ne prende una seconda, una terza e una quarta. Più legge e più si sente  assalito da ondate di pensieri e desideri che fino allora era riuscito a tenere sotto controllo. A un certo punto, sentendosi soffocare, smette.

Colpa del caldo, pensa, e si alza per spalancare le persiane. Poi si distende di nuovo e ricomincia a leggere. Le parole, sempre più esplicite e piene di dettagli scabrosi, finiscono per portare al parossismo il suo stato di eccitazione. Gli occhi tuttavia non riescono a staccarsi dai fogli che, prima passa velocemente da una mano all’altra, e poi lancia per terra come fossero di materiale incandescente. L’ultima busta è più spessa delle altre e al suo interno, oltre a una lettera di quattro fogli scritti con una minuta grafia femminile, trova due fotografie. Nella prima è ritratta una donna giovane che indossa solo un paio di mutandine di pizzo nero: sdraiata sul letto, alla maniera di una Maya desnuda, mostra un sorriso malizioso, seni perfetti e fianchi prosperosi. Nell’altra, voltata di spalle, compare la stessa donna girata sul fianco sinistro, le gambe leggermente piegate verso il busto e con un paio di mutandine di pizzo rosso.

Fra’ Romeo, reggendo le foto nella mano sinistra, continua a confrontarle con le mutandine trovate nel pacco. Poi, cosa che non ha mai fatto in vita sua, né avrebbe mai immaginato di poter fare, se le porta alla bocca e comincia a baciarle, compulsivamente, in uno stato di frenetica sovreccitazione. Più volte cerca di smettere, sopraffatto dai sensi di colpa che già si insinuano nel suo animo e dal timore di non riuscire a resistere alla tentazione. Ma l’atmosfera torbida si è ormai impossessata di lui che si gira e rigira nel letto, nella speranza di cacciare i cattivi pensieri che lo hanno assalito.  Allontana più volte il lenzuolo e subito dopo ritira. Serra i pugni, si raggomitola assumendo la posizione fetale e comincia a invocare la notte dispensatrice di quiete. Vorrebbe anche pregare, ma non gli riesce. Continua invece a ripetere, come una giaculatoria, la parola sonno. E il sonno, finalmente, arriva. Però non è un sonno liberatore, ma tormentato e lascivo.

Sogna infatti di trovarsi sulla barca in compagnia della donna di cui conosce ormai il nome battagliero, Marzia, le fattezze nude e procaci, l’insaziabile voracità consegnata alle parole. Parole marchiate col fuoco che, subdolamente penetrate dentro di lui, alla fine si sono impossessate di ogni fibra del suo corpo e della sua anima. E ora è lì, seduta di fronte a lui in mezzo al mare. I due sono soli e lontani dalla riva, nel sole che brucia l’aria e incendia i sensi. La donna, d’un tratto, balza in piedi e gli si avvicina per attirarlo a sé. Ma il suo corpo, nudo e provocante, si trasforma improvvisamente in quello del diavolo dal volto caprino.

Fra’ Romeo caccia un urlo e si risveglia in un lago di sudore. La camera è dotata di lavandino. Si alza e fa scorrere abbondantemente l’acqua sulla testa, come debba spegnere un incendio. Poi la versa sulle braccia, sotto le ascelle, sul petto. Infine, afferra l’asciugamano e se lo strofina addosso con violenza fino a farsi male. Spera, in questo modo, di allontanare il demone della tentazione, ma è tutto inutile. Allora infila di nuovo la testa sotto il getto d’acqua, facendola schizzare dappertutto con il rischio di bagnare le lettere sparse sul pavimento. Si asciuga in fretta la testa e le mani, poi si china, le raccoglie una per una e le  poggia sullo scrittoio.

Anche se non è ancora l’ora della sveglia, si avvicina di nuovo al lavandino per sbarbarsi. Dopo essersi rapidamente insaponato, comincia a radersi dapprima piano, poi sempre più nervosamente, come se qualcuno lo stia osservando. Si gira ma la stanza, ovviamente, è come tutte le altre mattine: con l’abito poggiato sulla sedia, le scarpe una di qua e l’altra di là, il collare abbandonato sulla scrivania. A quel punto, non gli resta che guardare verso l’ alto. Ecco, lì pare che qualcuno lo stia davvero spiando: è ancora lui, il diavolo tentatore, con sembianze di donna bella e seducente. Per reazione scaraventa l’asciugamano nel lavandino e comincia a rivestirsi in tutta fretta. Infila la maglia, la camicia, i pantaloni e, via via,  le calze, le scarpe e l’abito. Per ultimo, come sempre, il collare che, chissà perché, gli va così stretto da serrargli la gola. Libera il primo bottone, poi il secondo, ma il senso di soffocamento non accenna a diminuire. Alla fine se lo toglie, deciso a portarselo in mano, e si dirige verso la cappella. Il corridoio è lungo e l’attraversamento gli pesa, come se l’abito sia diventato di ferro.

Prima di entrare nel luogo sacro, ancora avvolto nel silenzio mattutino, ricorda di infilare in tutta fretta il collare. Poco per volta arrivano gli altri confratelli, preceduti dal frusciare delle tonache. Fra’ Romeo è tentato di girarsi, per scrutare sul loro volto l’assenza dei suoi turbamenti. Poi, temendo di essere scoperto, abbassa gli occhi e congiunge le mani.  Ma anche questi gesti abituali gli appaiono strani, compiuti meccanicamente. Le sue labbra sembrano muoversi prive di volontà propria. La preghiera gli risuona alle orecchie estranea, se non addirittura sacrilega. La mente gli si confonde, affollata di immagini che, più cerca di allontanare, più tornano piene di lusinghe e tentazioni.La fine delle funzioni gli sembra una liberazione.

L’aria non ancora calda del mattino gli reca dal mare un po’ di frescura, consentendogli di recuperare il ritmo regolare del respiro. I rumori provenienti dalla strada, e il vocio allegro dei collegiali, lo distolgono momentaneamente dallo scompiglio dei sensi. Poi, finalmente, arriva l’ora di scendere in riva al mare, insieme ai ragazzi che si lanciano in acqua per il primo bagno della giornata. Fra’ Romeo si tuffa con loro e si abbandona a una sfiancante nuotata liberatrice, complice un mare calmo e avvolgente. Al termine, per rilassarsi, si rigira sul dorso assumendo la posizione del morto a galla. Il cielo azzurro, racchiuso in una cornice di nuvole leggere, gli concilia una pausa di serenità. Una volta tornato a riva, i ragazzi gli si fanno incontro e lo sollecitano a portarli in barca. Fra’ Romeo lo ha promesso e ora, anche se non ne ha voglia, non può rimangiarsi la parola. Perciò li fa salire, quattro alla volta, e comincia a vogare.

Il suo occhio, però, è sempre rivolto all’orologio e gli impedisce di partecipare ai loro discorsi spensierati e alle loro allegre risate. Ogni dieci minuti si ferma, per consentire ad altri quattro ragazzi di compiere il loro giro, e poi riprende a remare. Alla fine,  la testa gli gira e, con essa, anche i pensieri ricominciano a vorticare. Specie quando si tratta di tirare in secco la barca e fissarla all’anello. In quello stesso momento ha la precisa sensazione di esserci finito lui lì, legato alla catena. Lui, insieme alla barca e al suo segreto.

 Tutte le estati, secondo la tradizione, a ognuno degli assistenti viene concesso un breve periodo di vacanza presso i propri familiari. Fra’ Romeo è romano, romano de Roma ci tiene a precisare. E dunque non deve allontanarsi più di tanto dalla periferia della città, dove sorge il collegio. Lì, rimasto orfano di entrambi i genitori, è stato accolto ancora bambino e ha  potuto avviarsi agli studi. E lì, opportunamente incanalata, ha visto nascere la sua vocazione religiosa. Gli rimane una sorella, Enrica, che ogni anno, all’arrivo delle vacanze, lo accoglie a braccia aperte. Essendo la maggiore, un po’ gli fa da sorella e un po’ da madre. Gli vuole molto bene, lo circonda di attenzioni e lo coccola come si coccola un fratellino. Fra’ Romeo, in realtà, ha già compiuto ventun anni e pertanto è maggiorenne. Ma per lei, ancora nubile e senza ganzi all’orizzonte, è naturale trasferire su di lui il bisogno di affetto che le è mancato.

È l’agosto del 1954, più precisamente la prima metà del mese. Dopo la festa dell’Assunta a nessuno dei religiosi è consentito di dimorare fuori dalle mura del collegio. Romeo, quell’anno, non è il solito fra’ Romeo. La sorella lo ha notato subito, sin dal primo giorno. Lo ha trovato distratto, chiuso in se stesso e, soprattutto, turbato. Problemi di crescita, pensa. Li ha avuti, e li ha tuttora, anche lei. È un fatto naturale, come considera naturale che egli, quando escono insieme a passeggio, si giri e magari fissi più del dovuto le ragazze.

Una mattina, fra’ Romeo le comunica di voler andare a pregare sulla tomba dei genitori. Enrica si scusa di non poterlo accompagnare, a causa di un forte mal di testa che dalla notte continua a tormentarla. Gli augura il buongiorno e lo bacia affettuosamente sulla guancia. Lui l’attira a sé e la trattiene a lungo nell’abbraccio. Enrica si commuove e gli accarezza il viso con entrambe le mani.

Giunto nei pressi del camposanto, acquista da una bancarella un mazzo di fiori ed entra. Il cimitero è grande ed è facile smarrirsi nel dedalo dei viali che lo percorrono in tutti i sensi. Perciò si guarda attentamente in giro, voltando il capo ora a destra e ora a sinistra. A un certo punto, l’occhio gli cade su una donna intenta a cambiare l’acqua ai fiori di una tomba recente. Ha un soprassalto e, contemporaneamente, sente accelerare i battiti del cuore. Sforzandosi di mantenere la calma, le si avvicina lentamente e poi si ferma del tutto.  La donna solleva lo sguardo e, visto che non accenna ad allontanarsi, gli chiede se per caso non conosca il defunto. Fra’ Romeo ha di nuovo un tuffo e fa cenno di sì.

“È Raffaele – risponde -, il nostro giardiniere. È un vero peccato che sia morto così giovane. E lei? Lei è una parente?” “No, solo un’amica e, appena posso, lo vengo a trovare al cimitero.” Detto questo, la donna si alza e gli porge la mano. È giovane, più bella che nelle fotografie, e indossa uno stretto tailleur che mette il risalto i fianchi e il  busto prorompente. “Piacere, Marzia” si presenta, alzandosi e porgendo la mano. “Romeo”, risponde con il cuore in gola. Poi, cercando di controllare la sua emozione, le chiede se può accompagnarla fino alla tomba dei propri genitori. “Volentieri”, dice la donna prima di lanciare un ultimo sguardo e un bacio alla foto di Raffaele.

I due, l’una a fianco dell’altro, procedono in silenzio. L’aria, calda, è sommersa dall’odore dei fiori sfatti e dalle voci sommesse dei visitatori. Soprattutto delle donne che, come pedine sopra una scacchiera, si spostano da un capo all’altro e ogni tanto si arrestano. Anche fra’ Romeo, arrivato a destinazione, si ferma per pregare e deporre i fiori. Marzia invece si allontana, per tornare subito dopo reggendo in mano un piccolo innaffiatoio. Versata l’acqua, i due sostano ancora brevemente davanti alla tomba  e poi si avviano all’uscita.

Il caldo, intanto, si è fatto più soffocante e il religioso sente il bisogno di slacciarsi il collare e i primi bottoni dell’abito. La donna lo imita, mostrando abbondantemente il solco dei seni. Fra’ Romeo non resiste alla tentazione di lanciare un’occhiata, ma subito dopo distoglie lo sguardo. “Caldo oggi, vero?” butta là. Marzia accenna a un sorriso e poi, sviando l’argomento, gli domanda se abita lontano. “Dall’istituto, sì. La casa di mia sorella, invece, è poco distante. Le chiedo una seconda volta di accompagnarmi, se ha tempo. Di recente ho trovato un oggetto che credo le appartenga e  ci terrei a mostrarglielo.” “Che mi appartiene, ha detto? Di che oggetto si tratta?” “È un segreto. Allora cosa fa, viene con me o preferisce aspettarmi qui?”

Marzia accetta di seguirlo e, discorrendo del più e del meno, i due giungono in breve nei pressi dell’abitazione di Enrica. Fra’ Romeo prega la donna di sostare nel vicino parco e sale in casa. Saluta la sorella, dimenticandosi però di informarsi sul suo mal di testa, e va direttamente in stanza a prelevare la propria valigetta nera. “Scusa  – si costringe a mentirle -, ma ho ancora una commissione da fare.” Raggiunge in fretta il parco dove, seduta sopra una panchina, lo attende Marzia.“Allora, di che si tratta?” domanda, alzandosi in piedi. “ Di questo” risponde lui, mostrandole il pacco contenente le lettere e il resto.

La donna prima lo guarda in faccia e poi, sostenendo senza rossore il suo sguardo, gli chiede come abbia fatto a venirne in possesso. Il frate la invita prudentemente a uscire dal parco, per non dare adito alla maldicenza dei passanti. Marzia non solo si dice d’accordo, ma ne approfitta per proporgli di incontrarsi, nel pomeriggio, direttamente a casa propria. “Prenda – aggiunge, consegnandogli un biglietto da visita -. Questo è il mio indirizzo, nel caso decida di venire. Eviti però, se le è possibile, di indossare la tonaca.”Detto questo, lo saluta con un sorriso d’intesa.

Rimasto solo, stordito e nello stesso tempo lusingato, fra’ Romeo si avvia verso casa. Guardandosi intorno, ha l’impressione che la gente questa volta lo stia davvero osservando e che, addirittura, voglia scrutare i suoi pensieri. La sorella, che ha già apparecchiato, lo sta aspettando per servire in tavola. Vedendolo rientrare, nota il suo stordimento ma finge di non accorgersene. Lui intuisce e si affretta a precisare che si tratta di caldo. “Oggi è davvero insopportabile! – esclama – Con quest’abito poi…” “Hai ragione. Perché non indossi un vestito più leggero, magari del papà? Penso  che lui sarebbe contento di vederti in abito civile. Te ne vado a scegliere uno. Va di corsa nella camera, che una volta era dei genitori e che ora è diventata sua, apre l’armadio e inizia a frugare. “Questo va bene?” chiede poco dopo rivolgendosi verso il fratello che, nel frattempo, l’ha raggiunta e la sta osservando dal vano della porta. Senza attendere risposta, lo prende per mano e lo invita a provarlo subito. “Come somigli a papà! – esclama, non appena il fratello la raggiunge in cucina – Se ti facessi crescere i baffetti, saresti uguale a lui. Fa’ un po’ vedere? Girati… ancora un po’… Sì, non c’è che dire, siete proprio identici!”

Enrica preleva una sedia, l’arretra leggermente come farebbe con un ospite e prega il fratello di accomodarsi a tavola. L’umore allegro della sorella finisce per contagiare anche lui che, momentaneamente libero dai pensieri, mangia e conversa con lei sui più disparati argomenti. Alla fine del pranzo si alza in piedi soddisfatto e si rigira su se stesso per farsi ammirare di nuovo da Enrica. Poi, in tono scherzoso, le domanda: “Secondo te, posso andare in giro vestito in questo modo?” “Ma certo, dovrai però accontentarti di uscire da solo. In mia compagnia ti  riconoscerebbero immediatamente.” “Grazie!” risponde contento, e le schiocca un  bacio sulla guancia. Poi si dirige nella sua stanza e va a distendersi sul letto.

Ma, un po’ per il caldo esterno, un po’ per il subbuglio interiore, non riesce a prendere sonno. Nella sua mente si affollano e accavallano le lettere che ha letto, le foto di Marzia, Marzia in carne e ossa, l’abito talare e quello civile, la barca e il suo segreto. Chiude gli occhi e cerca di esaminare con calma la situazione, passando in rassegna le varie possibilità di fronteggiarla. Innanzi tutto si interroga se non sia il caso di mettere al corrente sua sorella. La risposta è sì. In fondo, è stata lei a scegliere e a fargli provare l’abito del papà. È stata ancora lei a facilitargli indirettamente il compito di incontrarsi con Marzia. E soprattutto è lei, in qualità di sorella maggiore, che è in grado di capirlo e, se necessario, di perdonarlo.

Il secondo punto, consistente nella necessità di comunicare ai superiori l’eventuale decisione di gettare il collare alle ortiche, gli appare invece di difficile soluzione. Anzi, talmente ingarbugliato che preferisce rimandarlo a dopo.

Infine, deve decidere se recarsi a casa di Marzia o se non debba piuttosto disertare l’appuntamento. Questo gli sembra il vero problema, il più urgente. Quello che lo tiene sulle spine e gli impedisce di dedicarsi alla consueta pennichella.

Controlla l’orologio: sono appena le quindici. “Troppo presto per affrontare la canicola, meglio rimandare ancora un po’” pensa. Si alza in punta di piedi e va a spiare alla porta semiaperta della camera di Enrica. La sorella, sdraiata sul letto, finge di dormire beatamente. Allora si reca in bagno, dove lo specchio sembra restituirgli un’immagine non sua, ma di un altro. Di uno dalla personalità sdoppiata, che stia vivendo un sogno e non la realtà. Torna in camera e si imbatte in ciò che prima non ha visto, o si è rifiutato di vedere: la talare gettata sulla sedia e il collare sopra la scrivania. Li raccoglie entrambi e li nasconde nell’armadio. Poi va a sedersi sulla sponda del letto, si prende la testa fra le mani e si mette a pensare in cerca di una soluzione, di un qualche stratagemma. Di qualunque cosa purché diversa dallo starsene lì, dentro le quattro mura di una stanza pregna di odori familiari e di ricordi lontani. Si sforza anche di rievocare l’immagine dei genitori. Gli piacerebbe, in quel momento, averli vicini per trovare conforto, per un consiglio. Ma sembrano inafferrabili, evanescenti.

Sin da piccolo si è sentito solo, privato dell’affetto e del calore di un padre e di una madre. E ora, ora che gli è piombato addosso questo desiderio, questa frenesia di conoscere l’amore di una donna, cosa accadrà? Ci sarà, oltre un inizio, anche una fine?  E quale fine? Cullato da questi pensieri, si distende supino sul letto e si addormenta. Un’ora dopo, a passi felpati, arriva Enrica decisa a restituire la visita al fratello. Fra’ Romeo, ancora stordito e imperlato di sudore, si sveglia di soprassalto.“Dove sono?” domanda. “Tranquillo, sei nella tua stanza, vicino a me. Adesso però alzati, datti una sciacquata e corri subito da lei.” “Da lei chi?” chiede, fingendo di cadere dalle nuvole . “Ti ho visto, sai, da dietro le persiane. E poi, ma di questo avrai tempo per perdonarmi, devo confessarti una cosa: ho frugato nella tua valigetta, ho letto le lettere e ho visto le foto. Fratello mio, in questi giorni mi sono accorta che tu non sei più quello di una volta. Anche le tue notti mi sono parse diverse. Piene di soprassalti e di improvvisi risvegli. Io conosco i crucci del cuore e il tormento dell’amore mancato. Per questo ti ho consigliato di uscire, di indossare un vestito che non è del papà. Sono stata io a comprartelo, a volertelo comprare. Perciò ora ti dico: va’ e non tornare indietro, se è questo che vuoi.”

Romeo, stupito e nello stesso tempo felice di fronte all’imprevista rivelazione, abbraccia teneramente la sorella. Poi, nel suo fresco vestito di tela chiara, esce e attraversa veloce le strade del quartiere, osservando e sentendosi osservato. Dopo non molto, arriva alla casa di Marzia che lo sta aspettando con indosso una vestaglia a fiori, di seta gialla. Appena la donna sente suonare il campanello, corre ad aprire la porta e gli sventola davanti al naso, come un trofeo, le due paia di mutandine. “Allora, quali preferisci: le nere o le rosse?” Romeo, che si è portato dentro l’immagine della donna rimuginando a lungo una scena del genere, le prende entrambe e le lancia in aria. Poi le apre la vestaglia e, sorprendendosi della sua stessa audacia, esclama: “Nessuna delle due!”

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