A tu per tu con… Melissa Hill

Qualche giorno fa in un grande albergo di Milano abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Melissa Hill. La scrittrice irlandese giunta al successo con Un regalo da Tiffany (Newton Compton) è da poco tornata in libreria con “Il braccialetto della felicità” edito da Rizzoli. Le lettrici che hanno avuto la possibilità di recarsi al firmacopie dell’autrice durante il suo tour milanese, sono state omaggiate con un graziosissimo braccialetto creato da Titti Peggy in esclusiva per Stiletrigger. Il nostro botta e risposta con la scrittrice è stato davvero interessante, è sempre bello rivolgere domande ad un autore, ma con Melissa Hill, persona radiosa e molto dolce, lo è stato in modo particolare sia per i temi di cui abbiamo chiacchierato sia perchè parlare con lei trasmette gioia allo stato puro. Non possiamo farvi rivivere l’atmosfera di quel giorno, ma del piacevole scambio ve ne rendiamo subito conto.

Vorrei parlare subito di Holly, che persona è? Come la definirebbe?

Holly è una sognatrice, è sentimentale, è la classica ragazza da happy ending. Holly è così.

Ha una straordinaria abilità a raccontare storie ai clienti sugli oggetti del suo negozio vintage, è un’abile mercante o solo una sognatrice?

Penso che lei sia adattissima a lavorare in un negozio di abiti vintage, quindi è sicuramente una buona mercante e ha una certa bravura a vendere. Allo stesso tempo però è una sognatrice ed immagina abilmente storie che non sono realmente accadute. Secondo me, e certamente anche secondo Holly, le donne amano che il loro vestito abbia un passato e che in qualche modo attraverso un racconto possa prendere vita assumendo una sua identità precisa.

Nel suo ultimo libro, e anche nei precedenti, gli oggetti possiedono un ruolo molto importante, è così per il bracciale di Holly ma anche per il più famoso diamante da Tiffany. Nella sua vita ci sono oggetti che hanno una sorta di “potere” o a cui è particolarmente legata?

Io sono una grande sentimentale, di conseguenza raccolgo un po’ di tutto, lettere che mi sono state scritte, oggettini assolutamente inutili e da buttare, capi di abbigliamento e gioielli che mi sono stati regalati. Non voglio mai gettare via nulla, sono troppo legata alle mie cose, sono parte di me. Ogni cosa che abbiamo è parte di noi, ci ha segnati in momenti belli e momenti brutti. I nostri oggetti sono la nostra storia.

Lei ha scritto molti libri e anche di generi diversi, in Italia sono però arrivati con molto successo libri per un pubblico perlopiù femminile. Come mai secondo lei il romanticismo e il sentimentalismo riscuotono un esito così positivo tra i lettori?

Me lo sono chiesta tante volte, ma non credo di aver trovato ancora una risposta razionale. In questi ultimi due casi c’è la città di New York che sicuramente esercita un suo particolare fascino, la gente la conosce, ci è stata, ha ricordi o dettagli personali che la legano a questo luogo. In questa città sembra traspirare l’idea che tutto possa succedere e questa è sicuramente la ragione che più affascina. Anche gli elementi come il mistero, il fato o il destino esercitano un certo magnetismo. Queste sono le cose che piacciono di più e probabilmente fanno comprare i libri.

In Italia i suoi libri hanno riscosso più successo in termini di vendite rispetto ad altri paesi, come se lo spiega? Quali caratteristiche hanno gli italiani che li portano ad essere più ricettivi rispetto ad altri lettori?

Anch’io me lo sono chiesta! Rimango sempre molto sorpresa quando in un’altra cultura diversa dalla mia scaturisce un’attrazione particolare per ciò che ho scritto e mi domando spesso quale possa essere la ragione. Inizialmente mi interrogo pensando alla gente del mio ambiente e se a loro ciò che racconto può piacere, quando riscuoto successo anche al di fuori, beh è davvero una soddisfazione inattesa. Io sono arrivata alla conclusione che gli irlandesi e gli italiani abbiano molte similitudini sotto il punto di vista culturale: culture diverse ma vicinanza di sentimenti. Per entrambe le popolazioni sono importanti le relazioni, amiamo parlare con gli altri e mantenre dei rapporti, forse questo sta alla base di tutto.

Lei è irlandese ma nei suoi libri fa sempre riferimento a New York, emerge quindi un attaccamento importante alla “Grande Mela”, è così? C’è qualche cosa che la lega particolarmente a questa città?

Io penso che lì vi sia un’ispirazione straordinaria, questo è il motivo che mi lega a questa città. Non ho fatti personali che segnano un attaccamento, è solo che io quando vado a New York (e cerco di andarci il più possibile…) respiro ottimismo, è la città stessa che la trasmette, io cammino e partorisco trenta idee. Se pensiamo all’11 settembre e a come ne sono venuti fuori i newyorkesi da una ferita così grande e dolorosa, beh, questa è la “Grande Mela” e così sono i suoi abitanti. Per me è il canovaccio perfetto su cui tessere le mie storie.

Se una giovane scrittrice o un giovane autore le chiedessero consigli per cimentarsi nella scrittura, quali si sentirebbe di dispensare?

Prima di tutto scrivi per te stesso, scrivi ciò che ti piace. E’ una sfida scrivere, è un grosso lavoro di solitudine e di impegno, se ci credi tieni duro e ce la farai. Se posso permettermi di segnalare un’altra cosa, direi a tutti di non svelare a nessuno il vostro intento di cimentarvi nella scrittura, sennò ad esercitare pressioni su di voi e cominceranno a dirvi “Quando pubblichi?” “Ma non pubblichi?” “Hai smesso di provare?”. Dimenticatevi l’editoria, concentratevi sul rapporto tra voi e il libro.

C’è un messaggio che vuole trasmettere ai lettori?

Sì, vorrei dire loro di stare in guardia! Dobbiamo capire che il destino può avvenire in ogni momento e bisogna essere aperti per il momento in cui ci passerà vicino. L’amore la fortuna, sono cose che possono capitare a tutti, basta solamente guardarsi in giro.

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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