A tu per tu con… Matteo Corradini

Al Festivaletteratura di Mantova abbiamo conosciuto Matteo Corradini. Autore di libri per ragazzi ed adulti, esperto in lingua ebraica, Corradini ha presentato il suo libro L’alfabeto ebraico – storie per imparare a leggere la meraviglia del mondo, edito da Salani. Ventidue racconti che ruotano intorno alle lettere dell’alfabeto ebraico, con il quale l’autore si diverte a costruire storie simpatiche e colorate. Insieme abbiamo riscoperto i passaggi che hanno portato a questo libro: come da una lettera nasce una parola, e da una parola una frase, così qui è nata una bellissima conversazione.

Di questo libro mi hanno incuriosito sia la scelta del tema, l’alfabeto ebraico, sia la scelta del target a cui è rivolto, ovvero giovani e giovanissimi. Ci puoi spiegare la tue motivazioni?

Noi usiamo l’alfabeto quotidianamente, senza accorgercene: è qualcosa di naturale che facciamo senza pensarci su, un po’come respirare. Io penso tuttavia che con gli alfabeti sia divertente giocare.
Mi occupo di ebraico da molto tempo, e penso che questo alfabeto abbia alcune caratteristiche misteriose sulle quali mi piaceva l’idea di lavorare per un libro rivolto ai ragazzi.
Una di queste caratteristiche, la più affascinante, è quella determinata dal fatto che questi antichi segni derivano da disegni di ciò che ci circonda, delle cose del mondo. Anticamente scrivere era disegnare: questi disegni si sono trasformati un po’per volta, sono stati sempre più stilizzati fino ad assumere la forma attuale…in fondo sono dei disegni che si sono dimenticati che cosa rappresentavano.
A distanza di 5000 anni, noi proviamo a fare il percorso inverso: prendiamo le lettere, ne facciamo parole, e queste parole indicano le cose del mondo. Nel momento in cui io nomino la parola “isola”, infatti, nella tua testa non compare la parola, ma l’immagine dell’isola, tu vedi la sabbia, il sole, il mare…la “cosa isola”, quindi.
E così con l’alfabeto noi chiudiamo il cerchio: siamo partiti dalle cose del mondo che sono diventate lettere, e ora partiamo dalle lettere che diventano cose del mondo.

Quali sono state le fonti di ispirazione per questi ventidue racconti? In particolare, trai ispirazione dal tuo lavoro coi ragazzi?

Sì e no. In questo caso ho scelto per ogni lettera alcune parole che in ebraico cominciano  proprio per quella lettera: mescolando queste parole, sono nate delle storie.
Prendiamo ad esempio la lettera Gimel: con essa cominciano sia la parola “cammello” che la parola “pattini”… ed è così che è nato il racconto del cammello coi pattini.
L’idea di partenza è che le parole, a differenza delle cose del mondo, si possono mescolare: nella realtà sarebbe molto difficile vedere un cammello andare sui pattini…ma in un racconto lo possiamo fare.

Dal libro stai trasportando questi contenuti in un laboratorio per i ragazzi che hai proposto qui al Festivaletteratura, “Vuoi cosare l’alfabero ebraico?”. Ci puoi parlare di questa esperienza?

Nel laboratorio con i ragazzi aggiungiamo un elemento che, naturalmente, non ci può essere nel libro, ed è il corpo. Con il nostro corpo abbiamo ridisegnato la lettera, come un illustratore, da un lato interpretandola fisicamente, dall’altro cercando di entrare nella testa della lettera, cercando di capirla nel suo contenuto e significato più profondo. La speranza è quella di capire, attraverso la comprensione delle lettere, un po’di più di noi stessi. E’ una speranza, lo sottolineo, non è un passaggio automatico… e va bene così, altrimenti sarebbe una regola, una ricetta, un saggio: ed in genere sono cose noiose!

C’è una lettera alla quale – per significato, significante, suono – sei particolarmente legato?

Mi piacciono tutte. Ma prendiamo ad esempio la lettera Lamed, la nostra L. Con questa lettera cominciano delle parole molto belle, come ad esempio la parola notte, che in ebraico si dice laila. O la parola luna, che si dice levanah, ovvero “la bianca”. L’ebraico è una lingua molto sintetica e pertanto invece di trovare una parola nuova per indicare la luna, la chiama la bianca. Ecco, accade che più o meno tutto quello che vediamo di notte inizia con la lettera Lamed: lo trovo molto bello.

Parliamo delle illustrazioni che sono parte integrante di questo libro: come nasce la collaborazione con l’illustratrice Grazia Nidasio?

Le illustrazioni sono la parte bella del libro: io sono solito dire che questo libro ha illustrazioni meravigliose e testi così così!
La collaborazione è nata molto spontaneamente: conosco Grazia da molto tempo e quando le ho proposto di fare insieme un libro sull’alfabeto ebraico ha accettato subito. Ci abbiamo messo parecchio tempo perchè questa straordinaria artista ha una particolarità: è estremamente veloce nel disegnare, in un pomeriggio riesce a creare una grande quantità di disegni. Tuttavia prima di disegnare è molto meticolosa e abbiamo fatto molte chiacchierate per entrare in sintonia. Chissà se qualcosa di quello che ci siamo detti emerge dal libro…quello che è certo è che ci siamo divertiti moltissimo.
E’ Grazia, ci tengo a dirlo, che chiude il cerchio: ha trasformato le lettere in cose del mondo.

Basandoti sulla tua esperienza personale e lavorativa, quali sono i libri per i ragazzi che hai amato? C’è qualche titolo che consiglieresti ad un giovane lettore?

Dare un consiglio generico è molto difficile…ma posso dire che sono molti i libri che ho amato. Te ne cito uno un po’strano, poco noto, che mi ha colpito molto. Penso a Tutto comincia a Zanzibar di Ursula Dubosarsky, un libro in Italia poco conosciuto. E’ una storia strana e un po’ misteriosa che comincia con una bambina che sta giocando con una casa delle bambole e ad un certo punto sembra che ci siano diverse case di bambola una dentro l’altra, e così via… si continua con questo passaggio e alla fine non si è più sicuri del livello narrativo in cui ci trova. Lo consiglierei a partire dalle medie: è libro un po’complicato, ma è una storia affascinante.

C’è un messaggio che vuoi lasciare ai lettori di Gli Amanti dei libri?

A me piacciono i libri un po’rovinati. Tutti abbiamo presente i libri di cucina, un po’sporchi di farina, con qualche macchia di sugo… oppure il libro che leggiamo in spiaggia e che quando a casa tiriamo fuori dalla valigia ha ancora un po’di sabbia dentro. Ecco: nei bei libri, nei libri che amiamo, ci dobbiamo essere dentro noi. Credo che questa sia la cosa più bella che possa capitare ad un libro. Qualche giorno fa ero in libreria e una signora ha comprato un libro: mi sono chiesto se, dopo l’acquisto, quel libro fosse già suo. Il libro è nostro semplicemente dopo averlo comprato? Io credo di no. Ma la signora aveva con sé due ricette del dottore, ha aperto il libro e le ha infilate tra le pagine, e a quel punto ho pensato che quel libro finalmente fosse suo. Ci deve essere qualcosa di noi, qualcosa della nostra storia.

Leggi anche la nostra recensione di “Alfabeto ebraico” di Matteo Corradini

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Chiara Barra

Se dovessi partire per un’isola deserta, e potessi portare con me soltanto un libro...sarebbe un’ardua impresa! Come immaginare la vita senza il mistero di Agatha Christie, la complessità di Milan Kundera, la passione di Irène Nemirovsky, l’amarezza di Gianrico Carofiglio, il calore di Gabriel Garcia Marquez, la leggerezza di Sophie Kinsella (eh sì, leggo proprio di tutto, io!). Ho iniziato con “Mi racconti una storia?” e così ho conosciuto le fiabe, sono cresciuta con i romanzi per ragazzi che mi tenevano compagnia, mi sono perdutamente innamorata dei classici...che ho tradito per i contemporanei (ma il primo amore non si scorda mai)!

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