A tu per tu con… Guido Catalano

In occasione di un reading del libro Piuttosto che morire mi ammazzo, Miraggi 2013, incontriamo l’autore Guido Catalano, un ilare poeta metropolitano resistente, a cui poniamo qualche domanda come lettori, ma anche come Torinesi.

Caro Guido, come sei diventato poeta, cosa ti ha portato a questo linguaggio?

Ho iniziato a scrivere a 17 anni quando cantavo ma soprattutto scrivevo i testi per una band del liceo, purtroppo cantavo male ma stare sul palco mi piaceva troppo per smettere. Ad un certo punto sono rimasto solo e alcuni di questi testi sono diventate poesie. In realtà ancora oggi mi sento più cantautore che poeta, lavoro molto di più con i musicisti e partecipo più ad eventi musicali che non letterari.

Ti abbiamo appena sentito interpretare le tue poesie e ti vediamo recitarle in televisione nel programma “Celi mio marito”, ma che effetto fa leggere i propri lavori?

Quando leggo le poesie mi sento come se stessi avendo un rapporto sessuale. Si deve creare una certa intesa con il pubblico e a quel punto  l’obiettivo è quello di farsi godere il più possibile a vicenda, che poi leggere le proprie poesie è proprio come fare sesso, se funziona non puoi più farne a meno.

Tuttavia nonostante il tuo linguaggio molto diretto è chiaro che dietro c’è qualche autore che ti ispira, quale?

Per questo mi piacciono moltissimo Jacques Prévert, Charles Bukowski, ma amo anche molto il mondo del fumetto per la sua comunicazione diretta, in particolare adoro i Peanuts, Charlie Brown e Jacovitti. Lo conosci? Ricordatelo Jacovitti, devi scriverlo, perché è un fumettista ma soprattutto un inventore della lingua. Amo il  Woody Allen scrittore e Boris Vian, ma ho appena finito il libro Il Nome della rosa che mi ha molto colpito. Per scrivere devi leggere tantissimo e ci sono moltissime persone che scrivono poesie, tuttavia la poesia vende pochissimo e ciò significa che chi scrive non legge, se no la poesia sarebbe un best seller.

Stai avendo molto successo (l’autore fa corna e scongiuri). Come immagini il tuo pubblico e chi ti segue?

Il mio pubblico è molto vario, è un pubblico trasversale, per fortuna non ho un pubblico tipico, anche se c’è chi dice che io piaccia soprattutto a donne trentenni. Il successo è legato ad altro, non a quello che fai e io non mi sento mai arrivato, ma in realtà nel mio ambito è successo un miracolo perché non guadagno tanto, ma il mio successo è poter vivere di poesia.

Quali difficoltà hai trovato nell’andare a recitare le tue poesie in tv?

Sicuramente è stata una fatica psicofisica, una difficoltà legata al fatto che non potevo dire quello che volevo, non potevo dire “cazzo” o altre parole che io amo molto. All’inizio ho dovuto essere molto tematico, poi ho iniziato a poter fare le mie poesie. In realtà io sono d’accordo con le regole, ad esempio, se sono a casa di qualcun altro e egli è allergico ai gatti io non porto il gatto, per cui non mi è costato troppo fare il bravo per un po’.

Avresti qualche consiglio da dare ai giovani, da Torinese, da giovane e da scrittore, relativamente a questo periodo di crisi diffusa? 

Stamattina ho letto un articolo di Lello Voce de Il Fatto Quotidiano e mi sono incazzato: era l’ennesimo articolo in cui emergeva che bisogna sempre dire che tutto va male. Ma se accettiamo che io sia un poeta, allora io sono l’eccezione che conferma la regola, non ci si può fermare e disperare, perché dopo anni ho capito che il potere ha paura del comico (e pensiamo ancora al  Nome della rosa ). Poi a Torino si sta bene, fino a qualche anno fa non era così; gli affitti sono modici, ci sono moltissimi eventi culturali, si può girare in bici, siamo una città che si sta staccando dal resto del paese. Tuttavia io, ad esempio, con ciò che faccio a Torino guadagno l’affitto, ma per sfondare devi uscire, non dall’Italia a meno che tu non sia uno scienziato. Io non fuggirei mai né dall’Italia né da Torino. Torino è una città perfetta, una metropoli a cui mancano i lati negativi della metropoli, ma non diciamolo troppo in giro se no in pochissimo tempo verremo invasi da gente di altre regioni.

Così, come abbiamo iniziato, la chiacchierata con Guido si conclude con una grande risata, perché la vera rivoluzione sono il buonumore e il riso che questo poeta regala senza mai risparmiarsi. 

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