Data di pubbl.: 2026
Pagine: 200
Prezzo: 18,00
“A l’è el taremot, a l’è el taremot.”
La mia famiglia, intera, era riunita al piano terra dalle nonne intorno alle 21.00. Amici o vicini erano venuti in visita alle nonne appunto, e con tutta probabilità stavano sorseggiando un caffè o una grappa quando, all’improvviso, udimmo il famigerato boato. Tutti rimasero stupiti, si interrogarono sulla causa di quel rumore insolito, specie a quell’ora (la prima ipotesi fu un camion che entrava dalla breve stradina di accesso all’abitazione). Ma la saggezza e la memoria della bisnonna svelò dopo pochi secondi l’arcano: “A l’è el taremot, a l’è el taremot.”
Questa è la piccola-grande faglia che ho dentro di me, e che ogni 6 maggio da cinquant’anni si risveglia, e come i dolori fisici delle fratture o di altri traumi si fanno sentire al cambiare del tempo, così il 6 maggio fa’ sempre brutto, è nuvoloso, e i dolori della mente danno un segnale, e ti costringono a fermarti almeno un attimo, e a fare memoria. Io non sono un terremotato, offenderei chi lo è stato davvero. Ma la ferita c’è, la paura è stata vissuta coscientemente, avevo 8 anni. L’ho vissuta, l’ho vista nei danni del Paese seppur contenuti, l’ho vista nei volti delle persone, quelle ospitate per qualche giorno in casa, nel campanile della chiesetta della Madonna, spezzato in due, e poi ho un ricordo che mi pare tenero e simpatico, un ricordo proprio da bambino.
Nel 1976 frequentavo la seconda elementare, e al tempo anche in seconda si sosteneva un esame. Inimmaginabile vero? Beh, quelle piccole tribù di bambini, coinvolti in quella tragedia, e fortunatamente vivi e vegeti, videro annullato il primo esame della loro vita. E in più la mia classe si trasferì al di là della strada che passava davanti alla scuola, credo nel salotto della maestra, di cui ricordo un accogliente camino.
Questi sono i miei pochi ricordi del maggio 1976, e si uniscono a migliaia e milioni d’altri, alcuni dei quali condivisi in questo nuovo lavoro di Walter Tomada, “La faglia dentro”, pubblicato dalla casa editrice friulana Edizioni Biblioteca dell’Immagine, con illustrazioni di Massimiliano Santarossa, mente e cuore della casa editrice.
“In quel momento qualunque certezza era sprofondata in un abisso: ogni finestra sul futuro era crollata insieme ai sogni di tre generazioni, quelle che avevano ricostruito il Friuli dopo due guerre e quella che si preparava a raccogliere i frutti del lento sviluppo che si stava avviando.”
“Cosa resta del 6 maggio 1976”, è il sottotitolo del libro, e dopo averlo letto con grande attenzione, mi sono chiesto cosa mi resta di quanto Walter, insieme alle persone che ha coinvolto, intervistato, incontrato nei luoghi del terremoto, ha riportato nel testo.
I friulani sono stati davvero bravi, è una delle frasi che ritornano più spesso nel discorrere sul terremoto. Si sono arrangiati da soli, si sono tirati su le maniche e via a ricostruire dal giorno successivo. Certo, così e stato, ma sono molte altre le cose da ricordare e tramandare.
Di questa lettura mi resta, e non voglio dimenticare, “la fatica”, che raddoppia, triplica, decuplica, se fai fatica dentro ad una immane tragedia. Morti, feriti, distruzione, mancanza di tutto. Sì i friulani sono stati bravissimi, non bravi, ma facciamo tesoro di un paio di aspetti che ben vengono approfonditi dall’autore pagina dopo pagina:
- Sono stati aiutati tanto, e da tantissimi, ricordiamocelo e impariamo da chi ha aiutato persone e realtà di cui non sapeva l’esistenza fino al giorno prima.
- Hanno fatto una fatica immane, grande tanto quanto la tragedia in sé, fatica fisica, psicologica, umana e sociale. Si sono uniti come non mai, e hanno superato insieme questo disastro, anche insieme alle istituzioni, alla politica.
“… la popolazione fu indotta a partecipare ad ogni fase della ricostruzione e a condividere regole e discipline per salvaguardare il senso dei luoghi. Era il recupero che più contava; tutto doveva tornare come prima, anche se tutto sarebbe stato diverso.”
Di questa lettura mi resta poi l’aver acquisito pezzi e informazioni della storia recente del Friuli che non conoscevo, dettagli che a otto anni non potevo cogliere e che crescendo ho perso colpevolmente per strada. Informazioni di cui fare tesoro, preziosissime.
Due fatti, due scelte specifiche mi hanno colpito molto, e ben sono state illustrate dall’autore, segno che anche lui ci temeva in modo particolare credo:
- La spinta decisa alla creazione dell’Università di Udine
- Il recupero della “Marilenghe”
“El taremot”, come lo chiamava la mia bisnonna, ha scosso anche il mondo della cultura. La gente ha voluto una Università anche a Udine, e ha colto l’occasione di questa tragedia e della conseguente opera di ricostruzione e di ripartenza della vita in generale, per sostenere con convinzione questo desiderio di crescere non solo strutturalmente ed economicamente. E sulla stessa linea sta l’impegno di tanti intellettuali, e dello stesso autore che ci regala questo utile libro, per il recupero della lingua friulana cui è stato dato un notevole impulso.
So che tantissimi hanno già letto il libro che oggi vi presento con queste poche righe, e tanti altri lo staranno leggendo. E io voglio dare un ulteriore sprone affinché crescano ancora di più i lettori de “La faglia dentro”, per partecipare anche in questo modo alla memoria e acculturarsi rispetto a vicende tragiche e che purtroppo potrebbero ripetersi. Dopo il Friuli, solo per citarne alcuni ricordiamo l’Irpinia, l’Umbria, L’Aquila, Amatrice e tanti altri.
A chi c’era nel 1976, seppur bambino/a, non sembrano passati 50 anni, anche in virtù degli altri terremoti appena citati che risvegliano troppo spesso la paura, ma questi drammatici risvegli sembrano scuoterci non a sufficienza. Mi spiego meglio, per segnalare pensieri importantissimi che l’autore riporta e condivide nella parte finale del libro, e sui quali ogni lettore dovrebbe seriamente riflettere.
L’impegno, la forza, il coraggio, la coesione e tanti altri buoni atteggiamenti e valori espressi dai friulani nel 1976, e negli anni successivi, così da ridare vigore al territorio e alle comunità, si sono affievoliti con il passare del tempo. Bisogna ridare spessore a quei buoni sentimenti, altrimenti le fatiche di chi ci ha preceduto vanno in fumo, e le nostre fatiche e di chi verrà dopo di noi, saranno più grandi. Oggi, valori indispensabili più di tanti altri per affrontare eventuali grandi difficoltà, il senso di comunità, la condivisione, la disponibilità all’aiuto reciproco, hanno perso e perdono ancora di spessore. E non sono utili solo per le tragedie, ma nascono e crescono nel vivere quotidiano, dovrebbero abitare la “normalità” di tutti i giorni.
Leggete, ascoltate con attenzione questa particolare riflessione che Walter Tomada ci propone e ci raccomanda.
Grazie ancora all’autore, alla casa editrice, e ai tanti che con le loro testimonianze di vita vissuta, rendono preziosissimo questo testo.
Buona lettura.
Claudio Della Pietà

