Data di pubbl.: 2025
Pagine: 232
Prezzo: €19,50
Lo sbilico è un libro che toglie il respiro. Alcide Pierantozzi scrive di quello che conosce, entra nelle sabbie mobili della sua mente per raccontare il disagio psichico della sua condizione umana.
«In questa storia in cui nulla è inventato, anche a costo di fare schifo, adesso provvedo alla menzognificazione di un solo punto mosca: tornerò indietro con la cuspide della matita, e froderò il passato, lo fregherò attraverso il ludo stregato della scrittura».
La scrittura, per Pierantozzi, non è un progetto di salvezza, infatti lo scrittore confessa di non avere un progetto di salvezza: «Io vivo un passato alla volta, una riga alla volta, resisto un’ora alla volta, vado da A a B».
La scrittura resta e resterà sempre uno scontro tra lui e la congiunzione con cui comincia una subordinata.
Con queste premesse Pierantozzi scrive un memoir crudo in cui mette a nudo la sua malattia psichica.
L’autore entra dentro la sua pazzia e lo fa in maniera autentica senza nessuna finzione, documenta con una scrittura tagliente e vera il proprio disagio, non nasconde nulla, anzi tutto è palese fino a disturbare.
«Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose» scrive Pierantozzi senza omettere nel suo racconto nessun particolare: racconta la verità delle cose, entra, chiedendo aiuto alle parole delle poesia, nella verità dei fatti, gioca a carte scoperte con le sue debolezze, non nasconde le sue fragilità.
«Ma voglio essere preciso nel raccontare questa storia, devo solo attenermi al proposito di non inventare niente. È da tempo che non mi sento più uno scrittore, come se fossi stato trafitto nel punto in cui hanno sede le forze della scrittura. Posso solo raccontare la melma dei giorni, continui episodi di dissociazione, allucinazioni, autolesionismo, corse al pronto soccorso, minacce e tentativi di suicidio che hanno annichilito la mia famiglia.
Io impazzisco e tutti mi dicono che la realtà è ancora qui, attorno a me, un po’ più indietro, un po’ più avanti, o come un vento laterale – ma imprendibile.
Ho sempre penato che lo scopo della scrittura fosse interrogare la realtà in cui viviamo – non di mettere in dubbio la realtà in quanto tale. Adesso, a sollevare le pietre delle mie parole, emergono piaghe da decubito sulla pagina, un humus di vermi».
Ne Lo sbilico Pierantozzi è il narratore in prima persona, l’osservatore ostinato della propria malattia mentale.
Pierantozzi ricorre alla lingua e alla letteratura per trovare le parole giuste.
Così nel libro inventa una voce personale che ha la potenza del linguaggio poetico che attraverso il reale raggiunge la verità.
«Io lo sapevo che c’era qualcosa di malato nella mia testa, di extraterrestre, e ogni giorno mi sentivo crescere le due proboscidi del naso e dell’ansia, consapevole che l’incomprensione di quegli insegnanti prima o poi mi avrebbe spinto al suicidio».
Lo sbilico è un pugno nello stomaco, la scrittura di Pierantozzi è perturbante, non concede tregua.
Da questo viaggio nella mente si esce devastati ma con la consapevolezza di aver letto un libro in cui c’è la letteratura, quella che fa male, cruda e vera.

