Non isolarsi ma ascoltare – Roberto Roversi

Titolo: Non isolare ma ascoltarsi - Antologia poetica
Autore: Roberto Roversi
Data di pubbl.: 2022
Casa Editrice: Pendragon
Genere: Poesia
Pagine: 158
Prezzo: € 15,00

Roberto Roversi un poeta, ma soprattutto un uomo libero e un intellettuale anticonformista.

A metà degli anni sessanta decise di escludersi dal mercato editoriale e dall’italico mercimonio letterario.

La sua voce corsara e irriverente la troviamo tutta nella sua poesia d’impegno civile.

«Calafatare dal trono dell’homo la faccia del provocatore. / È compito (magari superstite) della poesia / contestare stravolgere calpestare».

A dieci anni dalla scomparsa di Roberto Roversi da Pendagron esce Non isolarsi ma ascoltare, una preziosa antologia sulla sua poesia.

Da Dopo Campoformio (1965) a Le descrizioni in atto (1963 -70) passando per L’Italia sepolta sotto la neve (2010) per arrivare ai libri e ai fogli sparsi. La scelta dei testi è introdotta dall’ approfondimento critico di quattro studiosi, che, come sostiene l’editore nella sua nota introduttiva, vuole offrire l’occasione per affacciarsi al mondo della scrittura poetica di Roversi.

Marco Antonio Bazzocchi si occupa di Dopo Campoformio e nella sua note scrive: «Un libro unico, senza possibilità di redenzione e senza vie d’uscita. La lingua della poesia si espone ma rifiuta di proporre una soluzione che non sia quella allusa dal “dopo”. Un dopo lunghissimo e lento dove si consumano le passioni degli anni Cinquanta e cominciano a fiorire le ansie di un decennio che nasce già infelice».

Matteo Marchesini, occupandosi di Le descrizioni in atto scrive: «Nessun’ altra opera roversiana somiglia così apertamente alla descrizione di una battaglia. È la battaglia tra la furia fantastico – morale del poeta, e una realtà in cui nessuna interpretazione fa più presa sulle cose».

Per Marco Giovenale, L’Italia sepolta sotto la neve è una ricapitolazione tutta immediata, non cronologica, in forma di invettiva, di memoriale, di scatti fotografici improvvisi, di interrogazione molteplice del presente.

Fabio Moliterni, frugando tra i libri e il fogli sparsi del poeta, passa in rassegna i testi del terzo e ultimo tempo dell’opera poetica di Roberto Roversi lo descrive come un immaginario sconvolto e in rovine, stravolto e sfigurato, in cui il poeta attinge all’espressionismo o al surrealismo proprio per dilatare e deformare e, infine, se è possibile per incidere sui dati della realtà.

Roberto Roversi è un autore singolare nel panorama novecentesco della letteratura italiana. Un poeta e un intellettuale scomodo dalle forti posizioni critiche che non ha mai rinunciato alla sua libertà di giudizio, tenendosi sempre fuori dalle appartenenze, dai canoni e soprattutto dalle scuole di pensiero.

«Il punto di partenza di Roversi- scrive Romano Luperini – non è molto diverso da quello del Pasolini de Le ceneri di Gramsci. Anche Roversi, in polemica con novecentismo, vuole riscoprire strutture e metodi ottocenteschi, e fare poesia a forza di passione e di tensione morale e politica».

Come il suo amico Pasolini, Roversi ha scritto e pensato per testimoniare lo scandalo.

Del Novecento Roberto Roversi è stato un testimone solitario, un battitore libero, estraneo alle accademie e a gruppi codificati, un grande poeta di impegno civile che ha saputo cogliere le trasformazioni politiche della società e del suo tempo.

Poeta e uomo scomodo la cui attività letteraria è stata volutamente ignorata e trascurata.

Il poeta da subito ha scelto la via clandestina nella pubblicazione dei suoi libri, un rifiuto radicale dell’industria culturale. Attraverso ciclostilati e fogli volanti ha fatto sentire la sua voce ribelle restando ai margini del mondo culturale e editoriale, viziato dal conformismo e dal mercimonio.

Ferdinando Camon nel 1973 scrive: «Roversi è, in Italia, quanto più lontano si possa concepire rispetto al letterato – letterato, e forse il più lucido, senz’altro, il più coerente, ideologo – letterato».

Infatti, Roversi condivideva la sua solitudine con due grandi amici, corsari, liberi e eretici come lui, stiamo parlando di Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini.

Scrive i suoi affondi senza mai compiacersi. Nei suoi versi di denuncia si può leggere una realistica amarezza cruda, vicina a una tragedia incombente.

Il nostro pensiero va ai suoi libri che più lo rappresentano: Dopo CampoformioL’Italia sepolta sotto la neveLe descrizioni in atto.

La poesia di Roberto Roversi tende a un realismo crudele e disincantato, da poeta e da uomo vede le cose così come sono, destabilizzando tutte le banalità dei luoghi comuni.

Siamo davanti a un poeta che ha una coscienza. Tutta la sua scrittura nasce da questa importante presa di coscienza che diventa stato di vigilanza davanti alle macerie che incombono e che nessuno ha il coraggio di vedere.

Un poeta superiore, un uomo contro, un intellettuale autentico con una coscienza spiccata e un amore eretico per la libertà. Tutto questo era Roberto Roversi.

«Sodale di Pasolini, di Leonetti e di altri intellettuali negli anni cinquanta, partecipa all’impresa di Officina, nel 1961 fonda la rivista Rendiconti e gestisce per molti anni, fino al 2006, la libreria antiquaria Palmaverde. In quel luogo è sempre pronto ad accogliere giovani scrittori, poeti, spiriti inquieti, a rispondere a domande, a rilanciare energie, a effettuare un’opera unica di testimone e di pungolo della città, come avviene dopo l’uccisione di Francesco Lorusso (A che punto è la città, scrive, ripete ossessivamente a capoverso di ogni strofa di Bologna: marzo 1977). Tra i suoi libri, in un luogo apparentemente separato, osserva la realtà in trasformazione dell’Italia dal dopoguerra al duemila, pronto a inventare una lingua per raccontare il nostro paese, nella poesia, nelle canzoni che scrive per Lucio Dalla tra 1972 e 1976, in qualche romanzo, in scritti vari)». Così ce lo presenta Massimo Marino.

Roberto Roversi davanti alle parole non indugia mai, usa quelle che devono essere dette, si tiene lontano dai facili moralismi e con una presa di coscienza sempre netta scrive una poesia civile che resiste davanti a un paese che è sepolto sotto la neve.

Oggi che la nostra povera Italia è sepolta e non sotto la neve, dovremmo leggere e tornare a parlare del dimenticato e trascurato Roberto Roversi, una coscienza critica e un poeta che non ha mai rinunciato alla libertà di resistere e in ogni suo verso ci ricorda che la vanità dei poeti rende inutile molta poesia.

 

 

 

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