Le affinità alchemiche – Gaia Coltorti

Autore: Gaia Coltorti
Titolo: Le affinità alchemiche
Editore: Mondadori
Genere: romanzo
Numero di pagine: 360
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo: € 15,00

Due destini fusi insieme in un legame impossibile.

Gaia Coltorti ci ha regalato un romanzo intenso perché non si è limitata a raccontare la vita e il quotidiano di due fratelli, ma si è spinta oltre, ci ha accompagnato, pagina dopo pagina, nel vortice di un amore estremo. Sì, perché i fratelli di “Le affinità alchemiche” sono innamorati. Giovanni è un ragazzo tranquillo, appassionato nuotatore, che vive le sue giornate da diciottenne senza brividi, senza emozioni. Solo con l’arrivo della sorella Selvaggia niente sarà più come prima, non si può più tornare indietro. I genitori di Giovanni e Selvaggia, dopo la separazione, hanno deciso di vivere in due città diverse: father Daniele con il figlio maschio a Verona, mother Antonella con Selvaggia a Genova. Solo quando decideranno, dopo molti anni, di riprovarci e di rivivere ancora insieme sotto le stesso tetto, allora i due gemelli dovranno convivere e conoscersi per la prima volta.

“Abbracciatevi, che diamine” vi aveva esortato quel pazzo di vostro padre. Volentieri l’avresti ucciso, non fosse stato che tua sorella ti si era catapultata tra le braccia, e tu eri rimasto impalato dov’eri, disteso sott’olio e incapace di fare niente”. Tutto il romanzo è descritto dal punto di vista di Giovanni che s’innamora perdutamente della sorella fin da subito: lei è bellissima, una fragile donna dal carattere mutevole e sensibile ma entusiasta della vita.

“Il tuo stesso nome – Giovanni – per te non avrebbe significato più nulla, adesso, senza avere il suo accanto, un nome che solo a sentirlo ti riempiva il cuore di gioia: Selvaggia. Poiché, prima di lei, tu non eri niente, un ragazzo come tanti che passava inosservato, mescolandosi alla folla”.

Selvaggia ricambia i suoi sentimenti, ma a differenza del fratello faticherà ad ammetterlo a sé stessa e a gli altri, ha paura di quello che prova e un po’ se ne vergogna.

A poco a poco nasce tra di loro una passione travolgente, non riescono più a stare separati, inevitabilmente le loro vite diventeranno simbiotiche: lui soffre quando lei soffre, ride quando Selvaggia ride, si fa male quando l’amata sorella si fa male. Per Giovanni “Selvaggia era diventata una droga necessaria”.

Nessuno si accorge del loro amore, i genitori sono molto distratti e si curano poco delle vite dei loro figli, non si preoccupano del tempo che trascorrono insieme: sono ragazzi, sono stati separati per anni, dovranno pur conoscersi. Solo la madre, da buona poliziotta, ad un certo punto capisce che alcuni segnali sono preoccupanti, ma sarà troppo tardi ormai. Dal romanzo emergono diverse tematiche importanti,  come il difficile rapporto genitori-figli. Ad esempio : i parents del romanzo sono persone distanti, egoiste, pensano solo alla loro storia d’amore da ricostruire e non si preoccupano del dolore causato ai loro figli, della sofferenza per averli separati e resi due estranei. Inoltre l’autrice evidenzia come il sentimento che lega i due protagonisti, prima ancora dell’amore, sia la solitudine:  “Mi sento sola” ti aveva confessato lei, ad un certo punto, seria in viso come più non avrebbe potuto essere. […] “Io ho solo te” ti aveva sussurrato. Il senso di vuoto e di abbandono che provano i due ragazzi, ma anche molti giovani di oggi,  si mitiga con lo stare insieme, col trovare una metà con cui condividere la propria infelicità.

Giovanni e Selvaggia sono destinati a stare insieme e come Romeo e Giulietta lotteranno per il loro amore disperato e impossibile, contro la società che non li può accettare, contro i loro genitori, contro le loro stesse paure. Fin dove può spingersi l’amore? Fino a quali conseguenze? Esiste l’amore sbagliato?

Sono questi gli interrogativi che si e ci pone Gaia Coltorti in questo esordio narrativo fulminante, che fa sanguinare il cuore del lettore come il cuore dei due giovani, che amandosi soffrono. Stupisce che una ragazza così giovane riesca a raccontare l’amore e gli effetti che questo sentimento ha su di noi con una così grande maturità e delicatezza. Le affinità alchemiche è un romanzo magnetico e il lettore rimarrà sedotto e affascinato da questa storia che si fonda sui contrasti, bene e male, giusto e sbagliato, amore e dolore, istinto e ragione e che da essi trae nutrimento e forza.

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  • Laura

    Bellissima e partecipe recensione, questa di Ilaria Zambelli, così in ascolto di ciò che il romanzo della giovanissima marchigiana Coltorti (“trionfatrice” del lungo e complicatissimo premio letterario “Pagine Nuove”), si sforza di dirci con, appunto, “grande maturità e delicatezza”. È vero che si tratta di un romanzo “magnetico” e che il lettore ne resta “sedotto e affascinato”. Il mitico Angelo Guglielmi ne ha scritto su L’Unità del 29 gennaio 2013 con identica lucidità e partecipazione, così che vorrei allegarne alcune righe:
    Lo incontrai per la prima volta, [questo testo], in un premio letterario – “Pagine Nuove” N.d.R – di cui ero in giuria. Non esitai a considerarlo, dei tantissimi arrivati, l’unico degno di considerazione. Quasi di meraviglia. Scopro che l’autrice ha solo diciannove anni, e non posso non rimanere ammirato; non tanto per la sgradevolezza del tema trattato (e il coraggio di affrontarlo), ma per la sua (di un’autrice ancora quasi adolescente) capacità di raccontare una storia così ardua in modo semplice (senza ricorso ad astuzie stilistiche), non compromettendone la credibilità.
    La ricerca della verosimiglianza, che nel passato era l’obiettivo di un narratore, oggi (con la crisi delle filosofie del vero – anche se Maurizio Ferraris è di parere contrario), è una scelta impraticabile e fallimentare (se non per la narrativa commerciale). Ma ‘Le affinità alchemiche’ della Coltorti è tutt’altro che un romanzo di consumo (…) e piuttosto si presenta come un puzzle psicologico insolvibile, di cui lei (la Coltorti), misteriosamente indovina lo scioglimento. Non so se tanta facilità di penna è legata alla stato di grazia dell’esordiente (che non ha bisogno di conoscere per sapere), o a più radicate motivazioni che (se esistono), scopriremo con il secondo romanzo.

  • Chiara Malerba

    Il vivace confronto a proposito di “Le affinità alchemiche” attualmente in essere “on web” fra i lettori, specie i più giovani e specie le donne – da Maggie Darcy a Giulia De Felice, da Stelladineve a Vitani Days, fino a Marsin e Jane Everdeen – sta sviluppando, insieme alle prime lodi, anche diversi dubbi e considerazioni persino frante o fortemente amareggiate, a volte, come si trattasse d’un caso personale:

    “Siamo davvero caduti così in basso?”; “Insopportabilmente macabro”; “La mia ansia di criticarlo è legata alla mia paura che, ancora una volta, un giovanissimo talento venga dato anzitempo in pasto ai lupi dell’editoria mangia e getta”.
    E ancora: “Quello che manca è lo sfondo. Mancano le città, Verona, Genova e Roma. Mancano soprattutto i genitori, che sono due figure di carta appena ritagliate e assolutamente inverosimili. Peccato, davvero. L’autrice avrebbe potuto far di più, perché è in grado”.
    E anche: “L’autrice ha stoffa… [ma] qui sorge il problema più grosso: questo romanzo mi sembra indeciso. È indeciso tra l’essere un romanzo per adolescenti “puro” (e allora ti accetto pure il romanticismo alla Laura Pausini, ci sta tutto), oppure superare questo target senza tuttavia riuscire a fare il balzo dall’altra parte”.
    E infine: “Un romanzo scorrevole che va però rallentando verso la fine”, e una storia che “arranca pagina dopo pagina in una perpetua varietà di fantasiosi amplessi in ogni salsa e tinta e luogo e occasione”.

    Dunque, inverosimiglianze parentali e sfondi di città mancati. Indecisioni fatali su cosa essere, eventualmente nei confronti di quali target. Frette editoriali di lupi mangia e getta, ma anche cadute molto in basso d’una scrittura “che se Shakespeare fosse vivo si rivolterebbe nella tomba”, unitamente a storie che partono bene ma poi rallentano, o che proprio decidono di arrancare fin dall’inizio e basta.
    Gesù.
    Potrà mai essere?
    E sul serio si potrà credere che critici di vaglia come Guglielmi e La Porta, e autorevoli giurati del Calvino e del Grinzane come Barilli e Demarchi, e Case Editrici Internazionali Aenormi, e agenti letterari d’esperienza transcontinentale, e giovani scrittori consapevoli quali Signorini e Romano più il primo editore del Paese più miliardi, non si siano resi conto di mancanze e storture, bontà divina, tanto gravi?
    Si parva licet, nel mio piccolo a me sembra, con l’amica Greco, esattamente questo: in sostanza, è come se l’autrice aprisse avanti ai nostri occhi due opportunità di lettura – una mimetica e una non mimetica, ossia romantica – della medesima storia. Sta a noi, scegliere tra le due opzioni. Se non siamo consapevoli di dover scegliere, scegliamo inevitabilmente l’opera sbagliata, quella più tradizionale e “terra terra”, provando confusamente (a tratti) l’impressione di leggere un mezzo-manga, uno pseudo Harmony con una spruzzata di Twilight o uno young adult in cui i conti con gli stereotipi non tornano mai.
    Se invece ci serviamo di un’adatta prospettiva “terra aria”, ci accorgiamo che Gaia (esattamente come Shakespeare!), propone due letture distinte, diverse e fra loro incomparabili, di “Le affinità”, a partire dalle quali l’ordito nel suo insieme diviene un paesaggio perfettamente coeso alla cover-lingua “elisabettianizzante” che lo racconta, super consapevole e del tutto nuovo.
    Detto diversamente: combinando “romanticismo ironico” e “narrazione realistica letterale”, Gaia ha saputo catturare i suoi personaggi e le rivalità mimetiche in cui senza saperlo sono immersi (tanto i due genitori ex-separati, quanto la coppia “nuova”, ben presto tragica e disperata costituita da Johnny e Selvaggia), in modo di gran lunga più efficace di quanto uno stile “letterale in senso stretto”, o per converso uno “integralmente romantico”, le avrebbero permesso mai.
    Nel suo romanzo, Gaia ha incorporato con tale abilità l’interazione mimetica nell’intreccio tradizionale, che certo pubblico più giovane, pietrificato dal rispetto di convenzioni e stereotipi, crede di vedere ovunque una “messa-in-scena-della-lingua” sempre apparentemente errata, in quanto volta a volta troppo solenne o incomprensibilmente dodecafonica – “una prosa farcita di pezzi di gergo giovanilistico, frasi auliche e pseudo-liriche come nei diari di scuola, luoghi comuni” (Ranieri Polese, Corsera).
    Vittima delle sue stesse allucinazioni, questo pubblico si svia come un sol uomo dal significato effettivo dell’opera, e non riuscendo a cogliere la pletora di indizi (millanta!) che mutano il senso dell’intreccio tradizionale, smóncano senza misericordia la comprensione della storia d’amore per come è stata concepita da Gaia – ossia una vicenda di emulazioni e rivalità disperate – e invece di far festa preferisce, alquanto precipitosamente, lasciarsi morire al primo assalto.
    Ma allora io dico: “Ehi, ràgaz, ma stiamo calme, no? Ma ragioniamo, ogni tanto, no?”
    Ma quelle, però, intossicate a morte di romanzi condesati e polpette young adult, manco ti vedo.

  • Chiara C.

    Prima di qualunque altra cosa: molto bene davvero, per quanto riguarda l’equilibrata recensione di Ilaria Zambelli a “Le affinità”. Com’è ovvio, tale recensione non ha alcun bisogno della mia approvazione o meno, ma personalmente l’ho particolarmente apprezzata perché mi appare consapevole e del tutto onesta: “Il senso di vuoto e di abbandono che provano i due ragazzi, ma anche molti giovani di oggi, si mitiga con lo stare insieme”. Si mitiga grazie al “mitsein”. Al “con-essere”. Ecco un enunciato pensato con grazia. E la grazia, credo io, è sempre onesta.
    Poi, ancora per quanto riguarda giudizi non pretestuosi e recensioni con cui vale la pena confrontarsi, su “Libero” del 15 gennaio 2013 il critico Paolo Bianchi – che personalmente non conosco – solleva un’obiezione a proposito della “verosimiglianza” in “Le affinità alchemiche: “Cominciamo a mettere un piede sul terreno della verosimiglianza” scrive infatti. “Ma vi sembra mai possibile che due sposi separati si dividano un gemello a testa e non lifacciano praticamente mai incontrare per diciassette anni, pur risiedendo in due grandi città del Norditalia facilmente collegate tra loro? E che poi, riunita la famiglia sotto lo stesso tetto, i due genitori, notaio e poliziotta in carriera, non si accorgano per almeno sei mesi che i loro rampolli in pieno uragano ormonale gli fornicano come allegri coniglietti praticamente sotto il naso?”
    Lì per lì non ho avuto nulla da eccepire, la critica mi appariva ben centrata.
    Ma quelche giorno dopo sono tornata a Shakespeare, al “Romeo e Giulietta”, e mi sono chiesta: un uomo di chiesa a conoscenza dei rancori che dividono Montecchi e Capuleti, sposa in segreto due minorenni e si propone di rimediare al disastro incombente servendosi di un farmaco che procura la morte apparente ma poi va incontro a dei problemi con la “posta” e non riesce ad avvertire Romeo dello stratagemma in corso? È verosimile? No. Neanche un po’. E infatti, come potrà mai essere, questo, il punto?
    Insopportabili sdolcinerie e battute argute, sognanti tenerezze e risate giacintine scambiando baci in un volo d’uccelletti rapidissimi nel giardino del padre: oh, persino le bizzarrie (e le incongruenze, persino!) non devono disorientarci – qui – sapendo benissimo che il primo a predisporne ovunque era proprio Shakespeare!
    Da coloro che non la capiscono, la lingua-cover di cui si sostanzia “Le affinità” appare banalmente appesantita d’ornamenti, un cicaleccio retorico o un “supplemento” che può essere eliminato dal romanzo senza nessun danno. Ma è vero il contrario. Poiché senza quella lingua, il romanzo svanirebbe. Viceversa, se guardiamo minimamente sul serio alla strordinaria cover-elisabettianizzante realizzata dalla giovane Coltorti, possiamo perdonarle un certo numero di scemenze colpevolmente “buttate via”, e salutare ammirati l’ingresso di una nuova stella nel panorama molto spesso qualsiasi e linguisticamente esangue della nuova (neo-piatta) narrativa italiana.
    Tutti gli altri: sdilinquirsi per “Proibito” di T. Suzama, e darci sotto con la narrativa giustamente preferita, buona e condesata.

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