I ragazzi di Cota Street – Melissa Anne Peterson

Titolo: I ragazzi di Cota Street
Autore: Melissa Anne Peterson
Data di pubbl.: 2020
Casa Editrice: Jimenez
Traduttore: Gianluca Testani
Pagine: 256
Prezzo: € 18,00

Ricucire le ferite di un’America lacerata nel profondo è il primo obiettivo dichiarato della presidenza Biden. La decadenza della nazione americana, iniziata negli anni Settanta del secolo scorso, ha comportato una strisciante mutazione antropologica di cui negli ultimi anni vediamo i risultati, anche in termini elettorali. L’endemico stato di minorità economica, culturale e intellettuale abbraccia, in una morsa fatale, specifiche categorie di cittadini e lavoratori: i meno qualificati, i poco istruiti, i losers, i declassati dalla globalizzazione. Il successo di Donald Trump è da intendersi, tesi ormai consolidata da apparire banale nel ripeterla, come l’effetto e non la causa del disagio dell’americano medio. Lo specchio è andato in frantumi. L’immagine mitica di una land of hope and dreams è forse irrecuperabile. Trump non ha fatto risorgere una comunità, ha bensì convogliato, con esemplare cinismo, la paura dei deboli, dei non tutelati, dei disadattati in un alveo di rancore, dove vige la regola dell’individualismo estremo, della reciproca separazione, nel nome del risentimento generalizzato verso l’altro, il diverso, l’élite, il cosmopolita di successo. Eppure, a costo di essere retorici, occorre ribadire che ogni singolo uomo o singola donna ai margini del sistema reca con sé una storia degna di ascolto e di essere raccontata. Nelle narrazioni di molta sinistra, o presunta tale, manca non tanto la vita vera, quanto il percepire briciole di vita vera nella voce e nelle ossa di chi vorrebbe farsi interprete del bisogno altrui.

Ne I ragazzi di Cota Street, romanzo d’esordio di Melissa Anne Peterson, autrice cresciuta nelle immense foreste del Pacific Northwest (non risparmiate dai morsi del cambiamento climatico, basti pensare agli immani incendi scoppiati durante l’estate scorsa), incontriamo i giovanissimi abitanti di David, cittadina dispersa nel tradizionalmente piovoso Stato di Washington e paradigmatica, nel suo brutale degrado, della conclamata condizione di sofferenza che attanaglia molte aree interne del paese. Vera Violet, ragazza guerriera, parla in prima persona di sé e del suo mondo distrutto.

“Mentre crescevo le trote non erano più le stesse. Quei grossi pesci erano a rischio di estinzione. Le risorse naturali si erano ridotte all’osso. Le foreste che prima sembravano infinite erano state mutilate, schiacciate. Le grandi aziende dichiararono bancarotta. Svendettero la loro terra in eccesso. Chiusero i battenti intascando le liquidazioni e i versanti delle montagne furono lasciati nudi… Lontani negozi di alimentari che vendevano prodotti biologici importati dall’estero presero il posto dell’orto di mia madre”.

L’industria di David crolla sotto il peso della concorrenza globale. Nuove generazioni di ricchi sottomettono con tracotanza intere comunità puntando sulla speculazione e maltrattano la natura circostante, fino ad allora rispettata dai locali al pari di una sorella di sangue. Per gli ex operai la disoccupazione è una sorte accettata con fatalismo e mitigata, tutt’al più, dalla velenosa diffusione dei lavoretti saltuari e mal pagati. Corollari di questa tragedia americana sono la caduta dei giovani nell’inferno delle dipendenza da oppiacei, l’affermarsi del mercato sommerso delle metanfetamine e del crack, il razzismo dei bianchi (white trash) impoveriti verso chi era già povero prima di loro, il radicamento del neonazismo quale barbarica reazione alla crisi.

La scrittrice, fedele ad un’asprezza di sintassi e di contenuti, tratta i temi con grande tempra evocativa. L’immaginazione letteraria fiorisce in un realismo lirico che preferisce il florilegio espressionista all’asciuttezza minimalista. Le frasi, generalmente brevi, dipingono istanti di irrequietezza, esplosioni di rabbia, nostalgie per felicità passeggere. Le illusioni troncate sul nascere alimentano malinconie cocenti per orizzonti irrimediabilmente perduti. I ragazzi di Cota Street mostra un tessuto sociale sfibrato fino al midollo da una povertà, sia materiale che culturale, imbarazzante, in genere associata a nazioni sottosviluppate. Una povertà che è sottrazione di speranze, depauperamento di risorse, condanna all’oblio. È un’America intossicata dall’odio, prossima a quella ritratta dal regista Roberto Minervini (nell’inquietante Louisiana: The Other Side del 2015) e documentata dal giornalista d’inchiesta David Neiwert, massimo esperto dell’alt-right, nei suoi articoli e libri. Non esiste futuro per i protagonisti del romanzo. E il passato è una landa di desolazione e di macerie.

“Noi ci sentivamo colpevoli con ferma convinzione; una profonda convinzione che bruciava e distruggeva. Non si poteva cancellare dalla nostra pelle chiara. Eravamo sempre in qualche modo sbagliati, inadatta a qualsiasi altro genere di occupazione. Facevamo cose che i bambini non dovrebbero mai fare. Vedevamo cose che infestavano le nostre notti”.

La diciottenne Vera O’Neel si innamora dell’uomo di Angel Road, il coetaneo Jimmy James Blood, testa rasata, abile cacciatore di alci, anfibi sangue di bue a quattordici buchi ai piedi, bello di una bellezza acerba e magnetica, con la sua chitarra Les Paul sempre a tracolla. Jimmy James è il leader del quartiere, un ragazzo carismatico, dal fascino tenebroso, che ama Johnny Cash e Lou Reed. Vera ha una sorella, Mima, che si salva dal baratro affidandosi al campo di calcio, ai libri e alla chiesa locale, e un fratello, Colin, abile nel mettersi nei guai. La famiglia si disgrega: il padre è senza lavoro e non ha certezze da offrire, la madre, alcolizzata, se ne va di casa. Attorno agli O’Neel ruotano molti personaggi, ognuno carico di storie personali, intense, abrasive, estreme, storie che reclamano ascolto. Aspettare un figlio a quattordici o quindici anni è una consuetudine per le ragazze di David. Accade a Monique, la fidanzata di Colin, accade ad Annie, sulla cui gravidanza si addensano orribili sospetti. Anche Lupita, immigrata da El Salvador, ha un bambino. Ed è il sangue del piccolo Timothy, la sua mera esistenza e presenza nella comunità di Cota Street, quel colore della pelle che segnala un’estraneità, un’anomalia, un’eccezione, ad accendere la fiamma del caos nella testa di Duane e Kat, coppia di spiantati, cervelli annichiliti dalle droghe, anime idrofobe risucchiate dal demone dell’appartenenza.

L’andamento del romanzo è antilineare e centrifugo. Melissa Anne Peterson non ci concede una lettura facile. Solo alla fine del racconto comprendiamo il senso di una scritta lasciata dalla banda di aggressori nella casa degli O’Neel, TRADITORE DELLA RAZZA. Colin con la testa sfasciata a terra, colpito da una mazza da baseball. E pennelli di Monique sparpagliati ovunque. Alla narrazione dei fatti di Cota Street si alterna il racconto della fuga di Vera con il suo pick-up verso est, nel Montana dove vivono i nonni, per proseguire poi fino a St.Louis, nel Missouri, una città stesa lungo il fiume Mississippi, con un’alta concentrazione di popolazione nera. Qui, Vera trova lavoro come insegnante presso una scuola “difficile”. Il lavoro le consentirà di lasciarsi alle spalle le lacrime e il rimorso? Nel romanzo, l’amore per l’arte sembra essere l’unica ipotesi di salvezza in un mondo avvolto dall’oscurità. Jimmy James, scopriamo dalle sue parole, è in carcere. Colin ha passato un periodo in ospedale. La meravigliosa Cougar dal motore 289, vanto di Annie, è ridotta a un rottame. La vicende si snocciolano una dopo l’altra, in retrospettiva. I tasselli del disastro sociale si accumulano. Roulotte arrugginite, fabbriche abbandonate, fiumi invasi dal fango. Underneath the bridge / Tarp has sprung a leak. Prostituzione minorile, padri incestuosi, braccia bucate. And I’m living off of grass / And the drippings from my ceiling*. Quel ricordo: una colt 1911 con l’impugnatura madreperlata…

Il richiamo di David ha la meglio su tutto il resto. Perché, nonostante il declino, l’incuria, l’orrore, a Cota Street, in un tempo lontano, si poteva essere felici, saltare da una finestra aperta sull’infinito, sfidare l’inerzia, sconfiggere il vuoto, credere di poter vincere la sfida dell’esistenza. Laggiù, sotto i tramonti incandescenti dell’Ovest.  

“Pensai alle occasioni perdute. La mia vita si allungava davanti a me, vuota. Jimmy James bruciato nel fuoco della sua stessa rabbia. Un bersaglio facile. Una pistola carica che sparava al contrario. Forte e debole. Pericolosamente brillante e fatalmente vivo. Guardai Brady. Non avevamo salvato i nostri amati da noi stessi. Avremmo dovuto tenere duro per salvarci la pelle. Rinunciare a tutto. Morire per provarci”.

*Nirvana, Something in the way, 1991 [“Perché per noi”, dice Vera, “il grunge era il rumore della lama di una sega, un salmone pieno di uova che guizza sulla ghiaia. Era come un pezzo di terra disboscato. E se aprivi il grunge, dentro ci trovavi un rimorchio ammuffito”.]

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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