Sulla soglia – Giovanni Peli e Stefano Tevini

Titolo: Sulla soglia
Data di pubbl.: 2021
Traduttore: Giovanni Peli e Stefano Tevini
Pagine: 184
Prezzo: euro 13.30

Hanno vinto i buoni, e – malgrado ciò – la vita è diventata un inferno.

Sebbene siano le forze del Bene, del politicamente corretto, dello stile di vita sostenibile ad aver prevalso, impossessandosi di un governo globale, il possibile mondo futuro narrato in Sulla soglia di Giovanni Peli e Stefano Tevini (Calibano editore) si presenta come mosso da un panorama umano feroce.

In un’ipotetica Italia di un tempo non troppo lontano dal nostro, la vita viene regolata dal Governo della Presa di Coscienza che garantisce di provvedere ai bisogni di ognuno, sessuali compresi, per legge.

Fornisce in giusta misura a tutti cibo sano, vegan bio. Impone una riduzione ragionata di produzione economica e consumi, nell’ottica di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura. Punta su un sostenibile risparmio. Su tutto, quest’ultimo, anche sulla vita umana: perché la vita ideale ha una clausola a cui non è dato sfuggire. All’età di 64 anni – quasi una reminiscenza beatlesiana – si raggiunge la Soglia che segna la fine dei giochi: il Governo della Presa di Coscienza impone la sparizione, somministra una forzata eutanasia a chi è diventato improduttivo e rischia di essere un peso per la società che deve, invece, proseguire la sua corsa senza scossoni.

Una vita sana e retta dedita al lavoro, alla cultura e allo sport ti fa arrivare sano e salvo, per non dire saggio, alla Soglia. E poi si muore. Si muore sani e saggi, senza inutili sofferenze del corpo, senza rimbambire, tremare, pisciarsi addosso, litigare inutilmente coi parenti e via dicendo. E sai perché? Si muore saggi e sani perché è il momento giusto. Semplicemente. Banalmente. Dici addio ai cieli bianchi, alla terra nera. Addio. E soprattutto: lasci il posto a qualcun altro, che per decenni si renderà utile, risparmierà e arriverà anche lui alla sua amata Soglia.

Sembrano giustificate, le atrocità di chi comanda il mondo nuovo, quasi legittimate dalla necessità di raggiungere obiettivi nobili: ridurre malattie e sofferenze, limitare inutili cure, evitare l’esaurirsi delle risorse. Solo che il padre del protagonista di anni ne ha già 63, ed è quindi prossimo alla fine imposta da una legge contro cui aveva combattuto, a suo tempo, lui che era uno che viene dalla generazione che andava a testa alta, con teste piene di capelli e di valori da inculcare ai figli, ma che ora vede tempo e forze venirgli sempre meno.

Sa di avere un rapporto non risolto e pieno di vuoti da colmare in poco tempo col figlio, Stefano, con cui vorrebbe aprire un dialogo.

Ma Stefano è perfetto figlio del suo tempo, totalmente assuefatto alla nuova società. Un figlio che paradossalmente con il padre ha un tratto in comune, una passione totalizzante: per la libertà e per il libero arbitrio il padre, per la bontà del regime della Nuova Società il figlio.

Narrano una distopia attingendo ai grandi classici, 1984, Il mondo nuovo e Fahrenheit 451, Giovanni Peli, romanziere, poeta e musicista e Stefano Tevini, scrittore e copyright (entrambi di Brescia come l’editor Heiko H. Caimi), mantenendo la narrazione distinta a doppio binario, alternando i capitoli con le voci del padre e del figlio che significativamente faticano a imbastire un dialogo anche quando questo si è fatto urgente.

Peli e Tevini ipotizzano un futuro perturbante, dove i personaggi si muovono in una felicità sintetica tra ciò che rimane di una civiltà, la nostra, autoimplosa.

Scelgono di farlo quasi alleggerendo la tragicità del genere scelto – per Frank Kermode le narrazioni distopiche hanno un compito grave, sono creazioni per sopportare il peso della nostra ansietà e delle nostre speranze – attraverso il linguaggio, veloce, da graphic novel, un po’ sbruffone, a dialoghi serrati.

Provocano scientemente Peli e Tevini, mettendo in guardia tra le righe contro i pericoli nascosti nell’abbracciare acriticamente cause anche alte e nobili che potrebbero, in un giro di vento aberrante e inatteso, ritorcersi contro l’umano.

Non si può qui rivelare se i loro Giovanni e Stefano – padre e figlio che portano gli stessi nomi degli autori – arriveranno a pareggiare i loro conti, se riprenderanno il controllo, se quella desolatissima landa verrà illuminata da un barlume di coscienza che li porterà finalmente in salvo.

Di certo ciò che resta è il valore dei rapporti e la necessità del dialogo tra generazioni, del raccontarsi, del trovare modo e momento di non rimandare ciò che andrebbe concluso entro la fine di un tempo: un tempo che soltanto nel romanzo, per nera, sottile ironia, è concesso e determinato.

 

Anna Vallerugo

 

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Anna Vallerugo

Anna Vallerugo è giornalista e traduttrice, vive in Friuli. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, corrispondente per vent’anni de «Il Gazzettino», si occupa di editing in lingua inglese e di formazione post-lauream. Collaboratrice di testate giornalistiche di critica letteraria, presentatrice in eventi culturali (tra cui Pordenonelegge dall’edizione 2012), membro della giuria del Premio Brancati nelle ultime due edizioni, ha al suo attivo la curatela di volumi di narrativa e poesia italiana. Un suo racconto è uscito nella Piccola antologia della peste (Ronzani Editore, 2020), curata da Francesco Permunian.

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