Salone del libro – Cibo e memoria nei ricordi di Sveva Casati Modignani, Andrea Vitali, Enrico Brizzi

Sembrava quasi di sentirli nella sala azzurra del Salone del Libro quei profumi e quei sapori dell’infanzia di Sveva Casati Modignani, Andrea Vitali ed Enrico Brizzi. I tre scrittori, fra gli autori della collana dedicata da Mondadori Electa alle Food Novel, hanno dato vita ad uno straordinario incontro sul cibo e la memoria, raccontando con poesia, delicatezza, ma anche grande ironia storie di piatti ed alimenti legati al loro passato.

Per Sveva Casati Modignani  con Il diavolo e la rossumata  e Andrea Vitali con Le tre minestre parliamo dei tempi duri del periodo  della guerra, quando, come racconta la scrittrice “a Milano i gatti erano spariti perché chi trovava un gatto lo accoppava e se lo mangiava; si andavano a catturare i passeri nei nidi, non per sadismo ma perché si facevano con un po’ di polenta: la gente aveva fame”. Quanto ingegno delle mamme e delle nonne nel mettere insieme pranzo e cena con quel poco che si aveva,  una cucina povera, ma “cibi così buoni: i profumi, la pastosità, gli aromi di quei cibi non li ho mai più ritrovati”.

Nei cibi più semplici si scoprivano proprietà curative, quasi taumaturgiche come nel caso dei panini bianchi di Andrea Vitali presi per rinsaldare la salute del nonno, ma poi finiti per intreccio di destini a curare le galline del pollaio o, sempre nel libro dello scrittore, come il brodo che lavava viscere e cervello. Ma su tutto grande potere aveva l’alcol, “il vino fa sangue” ripetevano la mamma e la nonna alla giovane Sveva. Mezzo bicchiere di acqua e mezzo di vino ai pasti, il vin brulé quando era malata, una bella rossumata (uova, zucchero e mezzo bicchiere di barbera) o una fetta di pane spruzzata con grappa Nardini e spolverizzata con zucchero per merenda, un cucchiaino di Ferrochina Bisleri per vincere l’anemia, insomma un’infanzia trascorsa, come ricorda simpaticamente la scrittrice, nell’ebbrezza dell’alcol “ricordo queste prime sbornie piacevolissime. Dopo dormivo come una talpa”.

Il vino come iniziazione ed educazione, invece, per il giovane Enrico Brizzi ne L’arte di stare al mondo. “Mio nonno mi versava sempre un bicchierino di vino all’inizio dei pasti e appena tentavo di liberarmi da quel vino bevendone un po’, mi riempiva fino all’orlo il bicchiere. La misura cresceva con l’aumentare degli anni. Il risultato è che sono stato un dodicenne brillo ma da adulto sono diventato astemio”. Il vino in quei tempi era il moderatore sociale per la famiglia, bisognava essere abituati a bere perché altrimenti si rischiava di andare in osteria spifferare segreti della famiglia, parlare a vanvera, non rispettare le promesse.

Il nonno insegnava a mangiare come gli emiliani e a bere come i romagnoli, quindi  ad annaffiare un piatto di tortellini con uno schietto ed intenso San Giovese. Il tortellino, dalla segretissima ricetta del ripieno, era il cibo dell’infanzia di Brizzi; nell’arte della sua preparazione si sfidava la componente matriarcale della famiglia costringendo nei pranzi di Natale i bambini ad assaggiare e dare i voti.

Grande il potere evocativo del cibo per tutti e tre gli autori. A conclusione dell’incontro la giornalista Alessandra Tedesco,  proprio ricordando Proust e il riaffiorare dei suoi ricordi con il semplice morso di una madeleine, ha chiesto a ognuno di raccontare la sua madeleine.

“Mi scuso con il palato fino di Marcel Proust, ma a me fa impazzire il rognone trifolato”, così ha risposto Andrea Vitali con la sua coinvolgente ironia. Per Brizzi, più che un cibo, la madeleine è un’esperienza: mettersi in cucina con le proprie figlie e tirare la sfoglia per cucinare i tortellini e gli altri piatti della tradizione emiliana. Sveva Casati Modignani, fra i mille lontani sapori della sua infanzia, ha scelto le crocchette di patate: “un paradiso in terra”.

Noi tutti abbiamo lasciato la sala con un dolce sorriso e nella mente un nostalgico ricordo di un sapore perduto. 

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