L’Iraniano – David McCloskey
Da qualche parte in Iran, in un carcere di sicurezza, un uomo langue prigioniero da almeno tre anni. Lo incontriamo in una stanza degli interrogatori, in compagnia del Generale – senza volto e senza nome, ma di sicuro uno psicopatico -, pronto a scrivere con pastelli blu, per l’ennesima volta, la sua ‘confessione’ su risme di carta appositamente fornite dai carcerieri. Ha subito ogni genere di torture. È terrorizzato dall’apparizione saltuaria del colonnello Salar Askari. Non ha alcuna speranza di sopravvivere quando l’ennesima stesura del suo tradimento sarà completata, ma, come fosse Sherazade, si accinge a prolungarsi di un poco la vita con la sua tortuosa narrazione.
L’uomo è Kamran Esfahani, ebreo iraniano ormai nazionalizzato svedese, un tempo dentista a Stoccolma, ora prigioniero del regime teocratico degli ayatollah in qualità di spia del Mossad israeliano. Ma com’è cominciato tutto e com’è finito Kam in questa tragica situazione?
Attraverso i diversi capitoli della sua confessione finale dall’ironico titolo L’onestà ti salverà, che per volere del Generale viene centellinata e divisa in vari capitoli, apprendiamo del reclutamento di Kam, quasi sei anni prima, a Stoccolma da parte di Arik Glitzman capo della Divisione Caesarea del Mossad, i cui compiti sono organizzare omicidi mirati, attacchi informatici e sabotaggi in Iran in una guerra asimmetrica che dura ormai da anni; dell’addestramento di Kam e dei fratelli curdi Aryas e Kovan in Albania; della loro prima missione, il rapimento del capitano Ismail Qaani, membro della Forza Quds iraniana, il cui lavoro è uccidere ebrei ovunque essi si trovino. Qaani fa parte dell’Unità 840 a capo della quale c’è il colonnello Ghorbani. Il rapimento avviene, ma non va come dovrebbe, visto che un membro del gruppo, Amir-Ali grande amico di Kam, viene ucciso e tutto quello che Qaani dice prima di morire a sua volta è un nome, Hossein Moghaddam e un avvertimento: il male ha messo radici in Israele. Ed è la verità, perché di lì a poco un drone teleguidato uccide nella loro casa due membri della Divisione Caesarea, Meir e sua moglie Yael. Scatta dunque l’operazione per scoprire e distruggere l’Unità 840, operazione che può essere condotta solo grazie all’infiltrazione di Kamran in Iran – il suo persiano è ancora perfetto e conosce la città – e al suo farsi passare come ufficiale della polizia segreta Etela’at-e Dolat. Il suo cavallo di Troia sarà la giovane vedova dello scienziato Abbas Shabani, Roya, che lavora come segretaria per l’Unità 840, il cui marito è stato ucciso a Teheran dagli israeliani e che sta accompagnando Moghaddam a un misterioso incontro a Istambul.
Da questo momento in poi gli eventi si accavallano e seguiamo con il fiato sospeso la recita quasi impeccabile di Kamran che riesce, dopo un rocambolesco rapimento che fa seguito alla strana morte di Moghaddam, a convincere Roya a fornirgli aiuto per smantellare l’Unità 840 facendole credere che Ghorbani e i suoi scherani siano in realtà agenti al soldo di Israele e responsabili della morte di suo marito. Cosa succederà in seguito sta ai lettori scoprirlo incluso un finale spiazzante.
Di certo, un ruolo non secondario in una vicenda i cui artefici dovrebbero conservare freddezza e distacco è l’inserirsi del fattore umano: le passioni e la compassione, il desiderio di vendetta, i ricordi delle ingiustizie subite, le proprie radici familiari e culturali. E poi c’è la storia di un conflitto, quello fra lo Stato di Israele e i suoi vicini arabi sciiti, inesauribile perché alimentato da un odio atavico e dai rifornimenti di armi delle potenze straniere e lontane che preferiscono un guerra lì piuttosto che a casa loro. Una storia vecchia ormai quasi come il mondo.
McCloskey guida con mano salda e spietata i suoi lettori in un universo lontano da reportage e articoli di quotidiani, un universo fatto di inganni, mistificazioni e dolore, quando a pagare sono bambini innocenti, dal quale una volta entrati e difficile fuggire. Ma non impossibile.


