L’amore fa rima con la morte – Amos Oz

Titolo: L'amore fa rima con la morte
Traduttore: Elena Loewenthal
Pagine: 106
Prezzo: 10 euro

Lo scrittore e giornalista israeliano Amos Oz, nato Amos Klautzner nel 1939, ci ha lasciati il 28 dicembre del 2018. Una vita, la sua, a tratti pubblica e intensa, a tratti ritirata, isolata, quasi segreta, segnata in modo atroce dal suicidio della madre Fania quando Amos aveva dodici anni e che lo scrittore tenterà di metabolizzare per tutta la sua esistenza. Oz è stato un combattente reale – ha servito nell’esercito israeliano durante la guerra dei sei giorni e nel conflitto  con la Siria – e metaforico per il suo acceso radicalismo di sinistra. L’ironia è la nota saliente dei suoi romanzi. Un’ironia sofisticata e sottile che si mescola alla sofferenza, alla straordinaria capacità di osservazione della realtà e a un profondo studio psicologico dei suoi personaggi.“La vita fa rima con la morte” del 2007 non fa eccezione a queste regole. Uno scrittore – potrebbe a buon diritto essere lo stesso Oz – viene invitato a Tel Aviv in una calda sera d’estate a presentare il suo ultimo romanzo presso la Casa della Cultura intitolata a Shumia Schor e ai sette martiri della cava. Mentre si reca, un po’ annoiato per il caldo afoso e il dover lasciare la sua comoda casa per l’incontro che sarà né più né meno simile a tanti altri già vissuti, immagina le domande che gli verranno rivolte. Sempre le stesse: perché scrivi? Vuoi influenzare i tuoi lettori? Che effetto ti fa essere famoso? Cosa pensi degli altri scrittori? E benché quel rituale consunto sia anche un gesto doveroso nei confronti dei suoi lettori, eccolo perdersi in un seguito ininterrotto di fantasticherie scatenate da coloro che incontra prima di arrivare alla Casa della Cultura e in quel luogo durante la presentazione. La cameriera che gli serve un caffè nel piccolo bar della città vecchia e intorno alla quale l’autore costruisce una storia contorta di amore e abbandono; due strani figuri seduti un po’ appartati a un tavolino dello stesso bar gli paiono due mafiosi che discutono di qualche losco affare; qualcuno che l’autore non riesce a individuare e che durante la presentazione si lascia sfuggire risolini sardonici. In lui lo scrittore vede un povero Cristo che ha da poco perso il lavoro e che vive con l’anziana madre disabile in una cantina. Un giovane poeta il quale, dal pubblico, fissa l’autore quasi volesse chiedergli consiglio e conforto sul proprio libro di poesie o strappargli la ricetta per diventare famoso. Più di tutti, però, lo colpisce la giovane donna incaricata di leggere alcune pagine del suo romanzo nel corso della presentazione. Si chiama Ruchale Reznik, è timida, piena di ritrosie e piuttosto insignificante, eppure su di lei si sviluppa tutta la parte centrale del libro come una lunga, dolente sinfonia fatta di ciò che sarebbe potuto accadere fra loro se solo si fossero lasciati andare.E sparpagliati qua e là, come pensieri laterali che guidano e punteggiano le fantasie dell’autore, leggiamo versi e annotazioni del poeta autore della raccolta che dà il titolo al romanzo, Zofonia Beit Halachmi: “…fra i ranghi in rima…traspariva un’ombra non politica e nemmeno ideologica, un’ombra di mistero e malinconia, un’ombra che non aveva alcun nesso con la sua coscienza sociale e il suo ardore nazionalistico.” (pag. 50). Le rime di Halachmi fanno da controcanto alle domande che lo scrittore si pone di fronte alla sua sfrenata fantasia, alla sua inarrestabile capacità di esaminare, immaginare e fotografare chiunque gli si pari davanti senza però riuscire davvero a entrare in contatto con lui o lei. Lo stesso mancato rapporto con Ruchale ne è prova sofferta. “Perché mai disegnare con le parole quel che non è parole? … Di conseguenza che ruolo assolvono, se pure ne hanno uno, le tue storie? A chi servono?…Lo riempiono di vergogna e mortificazione, perché guarda tutti da lontano, di sottecchi, come se tutti esistessero solo per essere usati nelle sue storie.” (pagg. 83/84) L’amore fa rima con la morte” costituisce, a conti fatti, una lunga e complessa meditazione sul ruolo di chi scrive e sulla parola scritta, sul potere della fantasia e la sua implicita maledizione: il rischio che essa diventi più concreta e potente della realtà, perdendo lo scrittore in un mondo di solitudine e atti mancati. Come ogni grande autore Oz non offre risposte, ma scatena domande e spinge chi legge a trovare, se possibile, la soluzione a un enigma eterno.

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