L’ultimo uomo – Francesco Lorusso

Titolo: L'ultimo uomo
Data di pubbl.: 2026
Pagine: 54
Prezzo: € 15,00

L’uomo secerne disastro perché è il cancro della terra. Così Cioran senza avere timore di essere schietto e spietato si pronuncia sulla condizione umana.

E non ha tutti i torti oggi che l’uomo non è solo il cancro della terra ma è soprattutto metastasi.

Francesco Lorusso in L’ultimo uomo si chiede cosa resta dell’uomo ora che il tempo si è consumato?

Il poeta pugliese si interroga con disillusione e disincanto partendo dal Nietzsche di Così parlò Zarathustra e da una delle sue tante profezie: «La terra sarà allora diventata piccola e su essa saltellerà l’ultimo uomo, che farà tutto piccolo».

Per Lorusso la poesia diventa possibilità e interrogazione davanti allo sfacelo che apre le porte al disastro.

Oggi noi ultimi uomini abbiamo davanti un unico scenario, quello dell’estinzione.

Lorusso senza intenti consolatori affonda la sua penna affilata, disillusa e disincantata nella distopia atroce di questo presente. E «oggi che tutto è così troppo presente», il poeta rivolge lo sguardo a questa perdita di senso nella quale siamo finiti con una poesia vigile e tagliente che diventa presa di coscienza «mentre ogni giorno il luccichio dei vetri / sopravvive ai bocconi detti e dimenticati».

«In poesia non si aspetta che sia libero prima di telefonare» scrive Paul Celan e anche Francesco Lorusso nel suo libro non rinuncia all’ urgenza ed è soprattutto la sua coscienza di uomo a suggerire al poeta di essere tragicamente schietto e mai accomodante di fronte alla sorte segnata, di noi che siamo gli ultimi uomini prema della disfatta finale: «la vita si incide nel disastro / consegnandosi alla salvezza / di file sottili e zampilli di dati / dissipati fra mille segni di fedeli».

Lorusso con la sua poesia arma le parole e nella sua riflessione amara sul suo tempo decide già dai primi versi di innescare il detonatore.

Sulla pagina de L’ultimo uomo si contano numerose deflagrazioni: «se adesso si beve fra i morenti / con la parola già piegata sulle gambe»; «dove parte una direzione errata / verso quello che si è imparato / mentre l’amore si lamenta / e ciascuno nell’immagine stagiona»; «ma si parcheggia sempre a spina, / in una fila ancora troppo stretta / a una carne che dà segni di ferita».

Davanti all’agonia dell’ultimo uomo il poeta non può tacere, Francesco Lorusso, che poeta lo è veramente, con il suo libro sceglie la strada scomoda del disincanto per farci vedere il colore della disperazione.

Le sue parole hanno una scansione spietata e ci fanno sentire addosso un brivido che ci spaventa «mentre succhiamo con forza nella notte / una attesa sfatta fra due momenti».

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