L’ElzeMìro – Il gusto del fisioterapista 9

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                                                                                         Charles Sheeler (1883–1965) Classic Landscape, 1931

Incerto sempre se darsi del tu, del lui, del voi, del conciosiacosaché/Trenta botti già gustò/E bevuto ha già per tre/E finor non barcollò, l’ElzeMìro davanti allo specchio o dietro, si interroga come fa da due secoli il poeta con la luna; Gravito, scemo, fu ed è senz’altro la risposta. Pur tuttavia éramo/ero/siamo lì Elzie in attesa di conferma del doppio appuntamento, sia quello con l’Alabama fisioterapista dopo tanto attendere che si riaprissero le frontiere dell’epidemia per riprendere le cure della carcassa instabile; sia l’altro con l’Alabama contastorie,  nel significato doppio di contaballe e narratore, significati quasi sempre coincidenti, quand’ecco invece niente, ovvero non del tutto niente. Abituati a ricevere il seguito del conto all’ultimo momento, ecco qui a seguire la lettera giunta per whazapp aieri notte; un originale di pugno e penna, fotografato pagina pagina, a spiegare le cose come stanno – male si direbbe – e che qui è stato trascritto alla lettera. Uffa l’Alabama per fortuna si scopre di buona e tonda scrittura  e continua quando non usa lo stampatello persino. A questo punto basta così; ecco il wapp.

oh elzemir elezemiro, al giungerti di questi fogli non saprei dirti di immaginarti dove sono. quindi questa volta non è per causa dei divieti di spostamenti che rimando. sia l’appuntamento concordato per la fisio dopo tanti intoppi. sia il mio impegno a mandarti il sequel del sequel del sequel della mia vicenda col notaro scomparso con la moglie sciuressa ebetica.  ecco che cosa portarono li lunghi alabardati . il titolo a sonagli di sciuressa. l’è che le cose per natura complicate si sono complicate. è possibile che tu e i tuoi sempre più risicati lettori per causa mia non vi siate accorti. del resto io lo so di scrivere male indifferente diciamo alle esigenze di punteggiatura del massimo comune denominalettore.  ma a mmia che me n’importa. ora non ricordo di averlo detto né se per caso l’ho fatto intuire ma questo racconto che segue qualcuno nonostante sé stesso non è declinato al passato in giudicato ma al presente intermittente. se le origini della vicenda affondano in qualche più o meno prossimo tuttavia non cambia l’effetto. in parole povere non bisogna pensare che ho vissuto ma che vivo la situazione in cui mi ha cacciato la fortuna desiderosa di farmi guadagnare una bella cifretta a cavallo tra questi due anni disgraziati. io prendo anticipi non l’ho detto e devo continuare nel mio ruolo indagatore. per lo stesso motivo adesso non posso scrivere altro che non posso scrivere. in sintesi ho dovuto eclissarmi per mettere me e per conseguenza deniz. . . in relativa sicurezza. vabbè spiego.  le carogne bisogna capire che agiscono seguendo schemi assai noti e collaudati e tuttavia sempre efficaci. sul fronte opposto c’è un gusto delle vittime nel disegnare anch’esse sempre la stessa geometria e non difensiva ma di panico. voglio dire che la carogna prima ti avverte te.  e lo ha fatto. la visita a casa mia e le botte le avrei prese io non pancho. questo quando non ti manda a dire di stare attento. allora subito devi mettere al sicuro non te stesso ma chi ti sta intorno. chiunque. felìs il gatto ha già rischiato ed è fuori discussione. zeca è difficile che sia intesa come legame affettivo. pancho le ha già prese e la ciccia lo ha ben difeso. parenti non ne ho in quanto ultimo e definitivo liquidatore della mia origine. dunque chi meglio di deniz può costituire un bersaglio per colpirmi lo capisce chiunque non reciti da vittima. non me ne importasse le avrei fatto fare da esca o da bersaglio.  capita.  ma non è così. questo mi racconta del punto di non ritorno cui è arrivata la mia attività di investigatore. se mai deniz vorrà accettare la mia proposta metterò fine a questa mia vita di scrutatore di assorbenti e pannoloni. di annusapatte.  diceva carvalho di sé stesso. e poi il fisioterapista posso farlo dovunque. quando d’altra parte e in aggiunta ti arriva la notizia che qualcuno mister x o zics  ti vorrebbe vedere dopo aver rotto le gole altrui per spiegarti fin dove è inteso arrivare e oltre allora devi fare un valigia stretta e sparire. poi se già non li hai di riserva comprare dieci telefoni nuovi. schede nuove. intercambiare tutto. renderti il più possibile simile a un fantasma. una traccia radar che sembra avvicinarsi e poi scompare. devi pensarle tutte perché non sai il nemico non come e se arzigogoli ma che strumenti abbia a disposizione. che sia tecnologica o analogica la sua logica è eliminarti alle corte. o te o chi ti sta a cuore o tutti e due non fa differenza. le carogne non sono sottili calcolatori ma grossisti di macelleria. poi non si sa mai come gli ordini vengono intesi e da chi.  se da killer con una educazione cortese o se appunto da angeli  sterminatori. suonati cioè. sai mai. questi fogli che leggi ti arrivano saprai mai da dove. il trucco è di scrivere a penna e fotografare, poi mandi da un telefono, poi getti la scheda e tutto il telefono.  in acqua ideale si vede nei film ma è così. può tornare utile a chiunque. si ricordi che un telefono finché non è rotto è come un faro. so io come fare a non far sapere. dunque vedi potrei essere alle ebridi o a rügen a parigi o berlino.  mai fare quest’errore. a portland o sul canale welland. indovina indovinello. non ci sono posti in cui davvero stare sicuri e peraltro la paura ti si siede accanto in qualsiasi autobus o tram o taxi o trenino a scartamento ridotto. quando non la senti più è ora di sfilarti. sempre perché non sai finché non lo sai chi mai è la piovra che ti vuole cavare gli occhi a beccate. non sai nemmeno se è piovra o dispettosa tracina. capiscisti dicono i calabresi che qui non c’entrano o almeno non credo. se sì sarebbero cazzi amarissimi perché oltre che assassini sono crudeli. inutile pensare di cavarsela. tra te e una carogna la differenza è che tu sei capace. anche bravo. ma non  godi a far fuori nessuno. quella sì. e dunque. vabbè chiacchiere. considera questa lettera un intermezzo umoristico nel nostro racconto. ti farò sapere se e quando riprenderemo appuntamento per la fisio. la decima puntata dei miei racconti potrebbe non essere l’ultima né la prossima. mi spiace. già sento folle di persone urlacchiare ancora e ancora. ah aha ma va là signori miei avere pazienza è una virtù da forti. dicono. ah per non lasciarti elzie orbo di tanto spiro ti mando in chiusura questi sedici pseudo alessandrini. buon pro ti/vi/le fàccino. 

La gabbia dei corvi

Se colma di corvi, una gabbia è inusuale

la stride, e gracchia la gabbia ma è naturale, 

il corvo in gabbia – dirla tutta chicchessia –

urla ; curioso che della gabbia né vi sia

uscita né che compaia – e può far paura –

nella rete traccia alcuna di saldatura.

La gabbia stride,  la pretesa è stabilire

se degli uccelli sia canto a ingraziosire

le supposizioni delle anime cortesi

o grido che affetta l’aria di malintesi ; 

non che tentennino le dure, malinconiche

certezze delle  Tine signore laconiche

operaie di loro plusvalenze avare.

Il cielo è un coperchio di caldera infido 

per sorte, senza motivi non dà luce al grido.

Se dunque è così, continuino i corvi a urlare.

                                                                                         CHEERS

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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