L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-La Supella Longipalpa

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C’era una volta e due e tre una Supella Longipalpa, nota al solido e diffuso sentimento scientifico come blatta dei mobili. Il suo domicilio era in origine un cedro del Libano e il cedro vegetava nel giardino di una villa, ma che si trattasse di un cedro e di una villa a Supella era stato fin dalla sua nascita non solo indifferente ma ignoto. Un bel giorno – si dice così e non è chiaro perché o per quali caratteristiche il giorno in questione abbia da essere considerato un bel giorno – in un giorno come un altro dunque, un fortunale che ebbe  piuttosto del fortunoso squassò il giardino; infuriò, piegò e spazzò via Supella dal suo ramo. Supella spiegò al volo le ali e, lottando con la forza superiore del vento, riuscì però a infilarsi ovvero fu scaraventata nella bocca di lupo di un velux spalancato sul tetto di un condominio. Poco dopo, simile alla sbarra di confine allo scoppio di una guerra e con gran fracasso e furia, il velux si richiuse alle sue spalle – dovunque possano essere le spalle di una Supella – e una ciclopica figura in corsa forsennata su due sole zampe, priva di ali, antenne e simile invero a una vescica rosa e tutta gocciolante d’acqua sotto il telo bianco che le volò via a scoprire il gran frullìo delle due curiose borse ciondoloni sulla corazza pettorale, si dimenò di qua e di là urlando, stronfiando; e strillando poi si allontanò. Confusa da tanto strepito, Supella la vide e non la vide ma, per quanto di pelle ne avesse pochina addosso, a pelle subito sentì di trovarsi nella condizione di una profuga braccata; si appiattò alla meglio, poi, tornato il silenzio, svolazzando con un tantino di ansia non scevra da curiosità si posò svelta nello iato polveroso di uno scaffale, di preciso tra Cecità di Saramago e La tentazione di esistere di Cioran.

Poco tempo appresso, tutta coperta da una bizzarra corazza mimetica (una maglietta blu e pantaloni color mattone) la Ciclòpa tornò dondolando una aspirapolvere in mano – sia chiaro che nessuna Supella intende per mano una qualsiasi parte di sé, né con aspirapolvere l’aspirapolvere, anzi per la verità non li chiama affatto – poi lo accese e scatenò un altro fortunale; la macchina prese a inghiottire di tutto senza escludere particole che per Supella avrebbero potuto essere cibo, e risparmiò solo il vuoto tra i due libri dove lei si era infilata. Poi la Ciclòpa sparì di nuovo. Dopo un’attesa prudente, Supella mise il naso o quello che è fuori e cominciò a esplorare il territorio come qualunque prigioniero appena arrivato in un campo di concentramento vorrebbe fare per intendersi con questo o con quello circa una possibile via di fuga. Supella però era sola. C’erano altre numerose possibilità di alloggio nel paesaggio inconsueto intorno; sia detto tuttavia con occhio umano, Supella non aveva sfrattato nessuno che potesse abitare con lei in mezzo ai libri affollati in quella stanza sottotetto, detta d’abitudine mansarda; libri di autori e con titoli di cui Supella ignorava tutto del tutto ma insomma, la sua sistemazione di fortuna fu tra quei due giganti che, beninteso, ignoravano Supella nella stessa misura con cui lei di loro sapeva un bel niente. Esteso appena da poter essere esplorato tanto da eventuali bambini lettori quanto da uno o più aspirapolvere, la location, almeno quella mansarda, era un cubo con una faccia sghemba di facile decifrazione, una porta e, appunto un velux campato in aria. Questo nel pensiero umano che, pochi tra voi piccoli lettori lo ignorate, ambisce a traguardi geometricamente eccelsi. Per Supella invece non fu un affare di nulla e anzi la impegnò per un tempo non breve o breve invece a dar retta ai vari strumenti di misurazione del tempo stesso e ai calendari d’uso comune, non comuni però per una Supella che il tempo non calcolava, subiva. Il suo modo così poco capace e curioso di alloggiare il mondo dentro un vocabolario dipende dal fatto acclarato che nessuna Supella ha mai concepito e tramandato, che si sappia naturalmente, una teogonia, una concezione dell’universo come creatura o creazione di una Supella infinitamente buona, trina, una, omniscente e onnivora. Ogni Supella senza bisogno di nominarli conosce i pericoli insiti nello stare in vita, non crede e ingoia il dolce e l’amaro. La Supella insomma vive nell’universo senza logìa alcuna di nessuno, senza una platònica nemmeno agostiniana che spieghi come ogni conoscenza derivi dai sensi; comunque non sente la mancanza di coordinate che aiutino a volarci dentro.

Pur sprovvista di un motore Rolls-Royce-Merlin Mk.45, grazie alle sue rudimentali ali Supella si lanciò per giorni in escursioni ardite e in caccia di una via d’uscita; e di un pilota da caccia provava l’ebrezza di volare alta nella calma della mansarda. L’unica cosa di cui si occupava, era di evitare i guai che stare in un universo, per quanto limitato da sei lati, comporta e nel buco nero delle scalette fuori dalla porta non se la sentiva di avventurarsi. Modesti dal punto di vista di un astrofisico, altrimenti giganteschi sono i sentimenti di precarietà; ma non affliggono che per istinto le Supelle; sanno di essere a termine, ma non sanno dire perché né sono in grado di rifletterci sopra o sotto; inizio e fine sono circostanze precarie anch’esse, si direbbe una Supella se sapesse a chi rivolgersi. Cercano di salvarsi le Supelle ma non temono affatto la scopa o l’insetticida. Sniffano il pericolo, non sanno in che maniera, lo evitano, e provano a evitarlo e basta, con la stessa logica del salmone che risale il fiume benché per logica discenderlo sarebbe più sensato. Le cose vanno così. Ognuno segue il proprio programma alla radio all’oscuro delle ragioni che lo portano a buttarsi sul divano, chiudere gli occhi ad ascoltare la musica, quale sia sia; per fortuna prima o poi arriva il Sonno e per un po’ si muore e di questo sonno, chissà perché, nessuno ha la stessa paura che suscita quello cui non segua un qualche risveglio; questo benché nessuno, addormentandosi, sia in grado di dire se quello sarà il primo o l’ultimo degli innumerevoli atti della sua vita; insomma di nuovo le cose vanno così.

Supella continuava i suoi voli di ricognizione ma ogni tanto si posava a risposare, talvolta a schiacciare un pisolino benché a rischio di essere schiacciata dalla scopa, dalla ciabatta di marocchino rosso della Ciclopa bianca in ciclico agguato, anche e di nuovo con l’aspirapolvere, anche da ultimo col gas della Bayer bellamente autorizzato dalla convenzione di Ginevra a condizione di arieggiare abbondantemente il locale, dicono le istruzioni. Così la Ciclopa arieggiò. Dell’aria più fresca e di odore più familiare arrivò al naso di Supella, quale ne fosse la forma e la posizione nel suo corpo, bon, bastava seguirne la scia e swish. A notte per prudenza ma impaziente Supella volò fuori, fiutò e fiutò e fiutò e com’è come non è  atterrò sul suo cedro. Mangiò un boccone e si addormentò serena. Già prima dell’alba però avvertì i segnali più che di un pericolo di qualcosa che non andava; afferrata da un rimescolìo tra testa e pancia, ah l’angoscia, si sentiva pesante, si svegliò del tutto e si trovò ridotta com’era a quattro zampe ciondoloni da un tronco, robusto sì però, e senza più il suo corpicino agile; il carapace smarrito e scambiato con una vescia rosa come la della Ciclopa. E niente ali né antenne.

Supella pensò, attività per lei rara, poi si ingegnò a scendere a piedi dall’albero, attività non nuova ma molto molto più faticosa. Diecimila volte aveva guardato di sotto senza provare vertigini o paura e ora  invece… sentì un grido e un’altra Ciclopa, enorme, una colonna di ciccia con una scopa in mano urlò dalla villa sulla porta – miracoli del vocabolario Supella si accorse che la porta si chiama così –,  Che fai puttana senza dio va via di lì, polizia polizia. Supella realizzò di essere nuda e che due grosse e inspiegabili borse le ciondolavano in alto di quella che fino alla notte prima era la sua corazza pettorale. Lasciò correre su una possibile spiegazione e via decisa, via dal giardino… certo senz’ali… trovò una porticina aperta e via. Fuori andavano e venivano auto a migliaia, dest sinist, come soltanto loro e le formiche sanno fare; Supella già le aveva notate o, per più precisione, gliene arrivava la voce lassù sul cedro a disturbarla un pochino. Ora però poteva vederci dentro strani ciclopi, dentro le auto, e ora rallentavano al vederla, i ciclopi non le auto o entrambi – Supella non sapeva – ora sbandavano e le parole e le risate, ah le parole, Aha bbella ah bbona, macché costume c’hai, da fiiiigaaa, fu una domanda. Supella con grande stupore si accorse della sottigliezza espressiva dell’interrogazione retorica  ma se ne infischiò, qualcosa le diceva che la retorica non nasconde la minaccia anzi talvolta la rivela. Vagando a vista, vide una casa bassa, la riconobbe per via del velux aperto sul tetto. Senza difficoltà né esitazioni pensò un’altra volta, immaginò che potesse di nuovo essere un rifugio, ma senza ali… in mancanza  di una netta cognizione di porte e scale, si attaccò a una grondaia e salì, immaginarsi con che fatica e tormento e che bruciore alle mani ma alla fine riuscì a saltare dentro e con non poca paura nella mansarda. Vide la libreria e per caso individuò i due volumi tra i quali aveva abitato. Ne estrasse il più abbandonato, La ten taz ionedi es istere, – sapeva leggere e di questo non riuscì darsi ragione – lo scrollò dalla polvere, poi l’altro, Ce ci tà. Prese a leggere, Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso… In quella però ecco la Ciclopa. Supella misurò che doveva essere alta come lei, e di nuovo con l’aspirapolvere in mano. Supella nuda, lei questa volta, e sorpresa le si fece incontro col libro aperto tra le mani, ma la donna gettò alto un grido, i capelli le si fecero ispidi aculei di riccio, arretrò, mollò l’aspirapolvere che ruzzolò con tutto il tubo giù per le scalette della mansarda; la Ciclopa arretrò arretrò di un altro passo ancora, mancò il gradino dietro di lei e si scaraventò giù dalla scale. Col tubo che le usciva da sotto la Ciclopa, o supposta tale, Supella osservò che sembrava una sé stessa senza carapace e con una sola lunga antenna.  Ferma per un pisolino senza fine.

 

 

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La pubblicazione delle Favolette brechtiane è sospesa per ferie. Riprenderà il 14 settembre prossimo. Buone ferie ai 500 e più lettori. Grandi e piccini. L’ElzeMìro

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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