L’ElzeMìro – Fablìole-Fabìola

NIEces per Fabliole

Ogni paura, ogni angoscia che sia dell’ineluttabile distacco, della fine o dell’abbandono, della corruzione, in fondo al corridoio è una sola: senza travestimenti, all’osso potremmo dire, quella della morte. Che si sappia altre paure non esistono, salvo fingerne per gusto di classificazione.

Fabìola, ha 12 anni e il sonno beato dei fanciulli l’ha abbandonata. Ore 21, eccola lì nel bianco e rosa della sua cameretta, le babbucce di peluche a forma di gatto, vibrisse di nylon incluse e mezze bilie di vetro per occhi, allineate a ore tre accanto al suo lettino di legno bianco e rosa, la luce del comodino accesa, il coltrone patchwork, presumibilmente dell’Ikea, che forma tra le sue due gambe una comoda culla per il libro che sta leggendo al momento: Il diario di Anna Frank, edizione illustrata nella collana i grandi classici per l’infanzia delle Edizioni Lepontine. Troppo da fare di notte Fabìola ormai per solo dormire. Leggere senza pensieri fino a tardi, compilare un lungo elenco di sciocchezze quotidiane nel suo diario. La grafia, guardarla, è compitina e maestrina allo stesso tempo e nel merito occorre fidarsi della parola detta che qui per ovvi motivi non si può osservare in altro modo che nella sua trascrizione a macchina. Dunque Fabìola legge e qualcuno dirà che è un bene di per sé ma valla a indovinare se, invece delle belle narrazioni delle Brontë e Anna Frank a parte che è cronaca, sono un bene certe novelle concepite dall’industria dei libri per quell’epoca di indeterminazione che va dall’infanzia a una non meno indeterminata epoca nella storia di ognuno e che sono molti a pretendere maturità, intesa anche come esame di, in sostituzione della letteratura: oggetto del desiderio inadatto a qualunque età per il semplice motivo che va per tutte le età; a farfugliarne almeno un po’ il vocabolario. Per il resto si sa che cosa passa per le camerette bianche e rosa: ragazzine coraggiose o fulminate che cantano per le strade a piedi scalzi, buoni propositi in filigrana, insegnamenti detti morali, un po’ di realtà e cereali, anche integrali, al miele. Questo non preclude la strada alle anarchiche che leggono Lolita o magari Teresa d’Ávila. Ma Fabìola non appartiene a questo novero di gatte solitarie e blasé.

Lettura a parte e beninteso compiuto il lodevole rito dei compiti di scuola, un’altra parte del tempo prima del sonno Fabìola lo dedica, s’è detto, alla compilazione del suo diario; vi deposita il succo delle sue educate esperienze e altro cui non vale la pena dedicare attenzione maggiore di quella necessaria a leggere queste ultime quattro righe. Tuttavia c’è dell’altro, una specie di buio oltre la siepe oltre l’aurora circolare del lumino da comodino: un buio relativo nella piccola Sanmarino della sua cameretta, ma assoluto oltre i suoi muri, oltre la finestra dall’avvolgibile serrato come i cavalieri ferrati serravano le loro celate in battaglia. Fuori dalla casetta al centro di una lottizzazione ai margini della cittadina costiera in cui abita Fabìola, una casetta in stile, non sappiamo dire quale ma in stile, fuori c’è un buio intenso, favorito da certi teppisti che con metodo si divertono a fulminare le lampade  dell’illuminazione comunale appena, con ogni volta nuove delibere, il Comune  provvede a sostituirle. Fantasmini pallidi nel buio ci sono solo i faretti o i globi opalini o quel che è a rischiarare ogni giardinetto di ogni altra casetta. Ah, e non va dimenticato il buio oltre la porta stessa della cameretta, corridoio buio, cucina buia, salotto, buio anche se in ambito familiare è chiamato living, bagno buio. La camera dei genitori è spesso in un buio con moto ondoso.

Per quanto fossero intenti e concentrati a leggere o scrivere, gli occhi di Fabìola spesso scivolavano verso la porta chiusa con una sensazione – la certezza di quel che succede nella testa dei personaggi è il dubbio privilegio dei narratori – con una sensazione di attesa in tutto il resto del corpo: si spalancherà o no di colpo la porta – sbattendo con terribile fracasso – e allora sulla soglia che cosa potrebbe mai rivelarsi, è la domanda che Fabìola non si poneva  se non in un oscuro retrobottega del pensare che, tutti lo sanno, è automatico; il resto che chiamiamo pensare è un congetturare logico, un esercizio e non di rado un assillarsi, spesso obbligato dalle più diverse circostanze del vivere; il pensiero avviene con un voilà e punto. Ciò non esclude che possa essere forzato o irretito. In Fabìola i racconti di giudizi universali che ha subito al catechismo hanno inciso sì e no una traccia in un cassettino della sua memoria. Morti non ne aveva ancora visti e nemmeno adesso che ha dodici anni le è capitata l’occasione di osservare il volto poco espressivo di un defunto. Sì, ha visto forse di sfuggita passare funerali per quanto essi avvengano ormai quasi di nascosto anche nei mezzi paesi come la cittadina di Fabìola: tanti saluti e grazie dopo la cerimonia funebre e poi via in carro fino al cimitero; qualche volta è passata davanti alla brutta chiesa al centro della lottizzazione, decorata con tende grigionere a pendagli d’argento, un furgone di vetro e nero fuori dal portone, neri uomini che fumano mentre da dentro la chiesa arrivano voci collettive elevate al cielo. Ma l’evenienza della morte individuale non era ancora entrata nel campo gravitazionale di Fabìola. Circa il corpo mortale e l’anima immortale che poi ridiventerebbe corpo tanto meglio, ma è confusione di secoli seculorum, un’idea dalla fiamma pallida; sì, di transizione più che di separazione dal di qua per l’al di là  dell’al di qua; ma che in sostanza, come si racconta, poi sarebbe il paese dei balocchi, un’eterna merendina di morbida crema tra due cialde di pan di spagna al cioccolato. E con il vantaggio che non si ingrassa.

Come tutte le sere dunque a una certa ora della notte a un certo punto di una certa altra notte a Fabìola capitò di nuovo di sbadigliare sull’annafrank, gli occhi presero a non leggere più le parole che vedevano sulla carta, presero ad appannarsi, le palpebre a ciondolare, poi come il piombo del muratore cade dall’alto e lì resta appeso a un filo, Fabìola cadde nel sonno e al capo del suo filo restò a dondolare. Si addormentò e prese a sognare. Da subito non le fu chiaro dove si trovava ma siccome nei sogni era capace di interrogarsi sul menù, per così dire, offerto dal sogno si prese del tempo per decidere che si trovava in uno stanzino la cui principale caratteristica era di essere grigio, di intonaco grezzo e ruvido alle pareti tanto che a passarci vicino, fuori dal sogno e senza attenzione, avrebbe potuto grattugiarsi le mani. Ma qui nel sogno grattugiarsi era impossibile. Sempre nel sogno, lo stanzino non si capiva da dove prendesse luce e, a dirla tutta, se luce fosse lo strano lucore pure grigio o forse di un verdolino acqua di fiori lasciati a marcire nel vaso. Sia come sia, nello stanzino si accorse che ci stava stretta e pian piano il sogno le consentì di darsi conto del perché: anche se alle spalle, sempre in sogno, non percepiva un muro o una porta chiusa la realtà era che nello stanzino era chiusa dentro. E non da sola. Due grandi bambolotti della sua stessa statura, non chiaro se nudi o malvestiti e se per quello nemmeno se erano solo due… anzi no le sembrava che lo stanzino per quanto piccino fosse intasato di bambolotti di tutte le dimensioni e che parlavano. Capire non si capiva che cosa dicessero, mormoravano per essere precisi e più mormoravano più le sembrava si muovessero verso di lei; come chissà, perché di sentirsi schiacciare via via da quei mostruosi bambolotti era più la sensazione del busto che quella degli occhi. Guardandosi per quanto possibile intorno Fabìola non li vedeva avvicinarsi. Anzi via via che il sogno si svolgeva, sembrava come quando si apre un pollo e si levano interiora fino ad arrivare al fondo del torace: che i bambolotti si facessero da parte. In mezzo ovvero in fondo a quell’accrocco di gambe e busti e teste di plastica le apparve un bambolotto particolare la cui testa subito a prima vista le sembrò un teschio, ma un teschio di bambolotto e lo stesso si può dire del resto: uno scheletro ma messo sopra il corpo e non dentro. Il teschio parlava e il discorso a Fabiola arrivava davvero minaccioso anche se capire non capiva nulla, anzi, per dirla di nuovo tutta, i suoni che uscivano da quella e da tutte le bocche non sembravano per niente discorso, ma una melma di parole uscita da chissà quale intestino. Fabìola, nel sonno e fuori dal sogno, si rigirava nel letto cercando, come spesso si fa quando il sogno diviene insopportabile, di svegliarsi. Ma il sogno invece… fu presa da vero orrore alla vista di innumerevoli vermi, piccoli e bianchi come quelli dei moschini del riso, che di colpo presero a brulicare sul teschio e su tutto lo scheletro esterno del bambolotto capo. In un attimo  ebbe pure chiaro che le orbite non erano prive di occhi benché difficile le sarebbe stato descrivere quelli che vide per occhi. C’erano e non c’erano dei globi, davano e non davano luce e la bocca rigida adesso era chiaro che ghignava. Nello stesso tempo le braccia della figura si slanciavano contro Fabìola sgrondandole vermi addosso e i vermi, oh santo cielo, la inghiottivano: Fabìola si divincolava da quella specie di abbraccio, cercava di scuotersi i vermi di dosso ma niente da fare. Con un grido che non seppe mai se avere o no emesso nel sonno o nel sogno, spalancò gli occhi, si sgrovigliò dal coltrone, vide che un chiarore filtrava tra le stecche dell’avvolgibile, si buttò fuori dal letto come se fosse invaso da vermi ma ebbe tutto il tempo di rendersi conto che non stava più sognando. Tutto era tranquillo. Nella penombra  infilò le babbucce a forma di gatto, andò alla porta e l’aprì: dalla cucina arrivava profumo di caffè e struscinìo di pantofole.

Fabìola ebbe il sospetto di aver per la prima volta  varcato la barriera tra un di qua e un di là. Perché non fu in grado di spiegarselo mai, ma il dubbio e l’immaginazione fecero sì che da quella notte, per ogni altra notte, al momento di prendere anche il sonno dei giusti, una voce da dentro le mormorava, Hai paura.

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35In apertura Nieces di Zoey Frank

2
Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?

Per continuare a navigare su questo sito, accetta l'informativa sui cookies maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi