Paese perduto

Titolo: Paese perduto
Autore: Pierre Jourde
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: Prehistorica Editore
Genere: Narrativa
Traduttore: Claudio Galderisi
Pagine: 197
Prezzo: Euro 16,00

“Si è presi per mano per poter essere più facilmente disorientati, alla mercé di quel che la narrazione ci riserva”
(dalla prefazione di Claudio Galderisi).

E’ arrivato il momento di scrivere di questo libro, “Paese perduto”, prima opera ad essere pubblicata in Italia di Pierre Jourde, scrittore francese pluripremiato, pubblicazione per la quale ringraziamo i bravissimi componenti di Prehistorica Editore.
Il momento è adatto, piove, dolcemente. Il cielo è grigio, ma non è scuro. C’è già aria d’inverno mi ha detto mio figlio l’altro ieri, ma è appena iniziato l’autunno. E perciò eccomi qua, con un lago magnifico davanti agli occhi, a raccontarvi la mia lettura di un’altra magnificenza, la storia di un paese dell’Alvernia, remota regione della Francia dove l’autore passava le vacanze da bambino.

“Nella facoltà che ha di fecondare leggende, dalle vacanze della nostra più tenera infanzia fino ai giorni d’oggi, la strada conta e non poco”.

L’autore ci racconta un viaggio alle origini della propria storia personale, e familiare, ci svela un mondo che non c’è quasi più, un mondo che perciò necessita del nostro fare memoria, del nostro impegno a far sì che quante più persone possibili non se ne dimentichino. Per tanti motivi.
In quei tempi “Ricolme di una inspiegabile necessità, le cose non avevano bisogno di ragioni”. E oggi? Oggi “… io cerco di conservarlo. Vorrei che fosse se stesso, immobile nella sua perfezione, e che a ogni istante ce ne si possa riempire”.
La prima decina di pagine di questo meraviglioso romanzo attiva un trampolino di lancio, un contenitore di parole potenti, che ti lancia con una carica di stupore anticipato, svela il senso del viaggio, apre le porte a tesori umani di valore inestimabile, e una curva dopo l’altra, tra le colline dell’Alvernia “… il piacere della strada si nutre anche dell’idea che siamo attesi”.
I due fratelli sono attesi dai pochissimi rimasti, uno ad uno nominati e incontrati, e nel percorso cadenzato dai micro-racconti di queste relazioni umane, c’è anche l’annuncio di una nuova dipartita: “Lucia è morta questa mattina”. E non si tratta di una morte naturale, sempre e comunque drammatica, del traguardo di una lunga strada percorsa, ma di una morte giovane, della morte di quello che era un pezzetto di futuro per l’Alvernia.
Così il viaggio muta radicalmente dallo scopo iniziale, e i nostri si fermano innanzitutto proprio a casa di Lucia, incontrano i suoi familiari, incontrano uno ad uno gli abitanti che a loro volta in un pellegrinaggio anticipatore del funerale, portano il proprio conforto. Entrano tutti, “Paese perduto” lo definisce l’autore, ma i veri perduti siamo noi con cervelli e anime abrasi dalla tecnologia che ci avviluppa e non sappiamo nemmeno porgerci condoglianze o auguri a voce, tanto meno di persona, ma ci mandiamo vuoti e tristi messaggi fatti di bip e stupide faccette. Entra Besson, mercante di bestiame, telefona un prozia, entrano i Manane, il vecchio Vidalene, tutti e ciascuno sono occasione per ripercorrere e continuare a narrare le storie di “Paese perduto”, e “pensiamo anche a tutti quelli che non potranno venire, li nominiamo, immaginiamo quel che avrebbero detto”. Pujol, Ritou, i Soubeyran, Berthe.

“Così, fin dall’inizio, per lunghe giornate, con migliaia di chilometri percorsi, conquistiamo il paese solo per vedere a qual punto lo perdiamo, e per tentare di trattenerlo ancora un po’, di conservare in questo mondo qualcosa che non sappiamo neanche cosa sia”.

Pagina dopo pagina si arriva al funerale di Lucia, evento che ci trasmette un’immagine di forza inaudita, un’immagine che ciascuno creerà nella sua mente leggendo, e che a me ha fatto pensare a due o tre altri romanzi che ho amato, romanzi che sanno trasformare un momento di naturale tristezza, di pianti anche disperati, di visioni annebbiate del prossimo futuro, in momenti di pace vera, di forza spirituale, di grande coraggio umano: una processione lunghissima con i piedi nel fango, i volti bassi, ma il cuore che pulsa, ritmico, deciso, rivolto a chi ho davanti a me e a chi mi segue.

“Restano appena due ore di sole per frugare nella casa di Joseph…ci andremo con gli stessi abiti che abbiamo sfoderato per i funerali”. Erano partiti per questo i due fratelli, ma un paese perduto li ha abbracciati appena entrati, e per sempre.

Le mie parole, non so cosa restituiranno di questo romanzo, a chi avrà la pazienza di leggerle. La mia paura era e rimane quella di aver descritto un libro in modo non sufficientemente accattivante. Questo lavoro è realizzato dall’autore con una scrittura elegantissima, chiara, che abbraccia davvero i lettori e li fa sentire a casa, ed è questo che secondo me conta più di qualsiasi altra cosa. Paese perduto può essere la casa di ciascuno di noi, nelle casette disegnate in copertina, c’è spazio per aggiungere il nostro nome, io lo scriverò e poi rimetterò contento il libro nella mia libreria, tra quelli più in vista.

Buona lettura. Claudio Della Pietà.

“Abbiamo bisogno di credere che i genitori non hanno storie. Servono a fondare la nostra. Farli entrare nella storia, è trarli dall’assoluto in cui abbiamo bisogno che restino.”

Pierre Jourde
PAESE PERDUTO
Prehistorica Editore
Collana OMBRE LUNGHE
Pag. 197
Euro 16,00

ISBN 978-88-31234-06-1

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