L’ElzeMìro – Fablìole-Arturíto e l’orco dell’Humvee rosso

NIEces per Fabliole

Vi potrà sembrare strano o dubbio che in un mondo dominato dai diversamente alti, sopravvivano e si annidino ancora come càmole nel riso gli orchi. E invece cari miei vivono e prosperano e come. E nonostante la loro ottusità si camuffano, cioè camuffano le loro malefatte tra le righe dei giornali, tra le voci  dei notiziari, in mezzo a tutto ciò che è sudicio. Come i topi ma diversamente da questi ultimi, gli orchi hanno misure e stazze molto ma molto differenti e una forza che il topo nella norma non può eguagliare. Per solito gli orchi vivono alimentandosi come ognun sa di bambine e bambini e poi rane, serpenti, leprotti, carogne; ruttano e sudano e fanno puzze ed emettono afrori che tutti credono venire dalla fogne e invece sono i loro intestini di pietra a produrre fetenzìe che liberano magari dopo una settimana di fermentazione nei loro grassi budelli: gli orchi fanno la cacca più dura del pianeta; se ne incontri nei boschi o nascoste tra le rocce, le loro fatte ti parranno un blocco di cemento grigioverdenero e fetido anche da secco. Sono diffusi e albergano gli orchi un po’ dovunque vi sia una tenebra malvagia, una trappola o un inciampo, notte e nebbia, una radura opaca, un’ombra impraticabile a occhi sereni: sotto ponti così neri dove per nulla al mondo uno passerebbe e lambiti dalle acque di canali infetti; oppure in scantinati, in magazzini abbandonati, capannoni dismessi, periferie disastrate, sotterranei dimenticati delle ferrovie, bunker diroccati o, e dipende, anche nelle cantine dei palazzi più dorati del potere; infine, in tutta semplicità in certi appartamenti condominiali da cui provengono per solito però orrendi tramestii o silenzi inquietanti: in quell’appartamento vedreste uno schifezzaio di avanzi: pizza, bottiglie di ogni cosa, ossa spolpate, resti immondi. Non praticano nessuna arte occulta tranne la malvagità fine a sé stessa gli orchi. Non hanno abilità, interessi, scopi, motivazioni; solo forza bruta che, quando monta e raggiunge  il troppo pieno si tramuta in tsunami, devastazione pubblica e privata.

La gente per bene o come la si vuole chiamare, teme ma tace. Gli orchi ci mettono uno zic a sfoderare gli artigli. La polizia direste, ma quale: come si fa a denunciare il fatto che al quindicesimo piano siamo sicuri che abiti un orco con un’orchessa e che ne fanno di ogni, imbrattano i muri delle scale, escono di notte o fanno rumori, strepiti e furie fino a tarda notte – si aggiunga che l’orco ha per solito uno pene smisurato e l’orchessa una vulva inospitale, oltre che lurida, la gestazione eventuale dura due settimane e dà luogo a un orco nuovo, già tutto formato e repellente; nessuno dei due si lava mai, spesso si riempiono di vermi all’ano che li irritano oltre misura, stuzzicandone le rabbie: se li levano con le dita e non è raro che se li rimangino –; cose di un altro mondo, alzi di un altro immondo agghiacciante per chi giace sveglio in attesa di quiete nel suo lettino. Nessuna polizia crederebbe che qualcuno vive giù nel buio tra il garage condominiale e i locali caldaia e non si sa dove e come si nasconde: sortireste una ricerca senza risultati. L’orco è la stupidità  incarnata ma furba. La polizia razionale. Le rispettive linee di pensiero non si toccano mai. L’orco sfugge finché non compare. Spesso non come  tale.

A parte di bambini e lo stesso di bambine, il cui consumo, già dai tempi delle loro avversarie streghe si è molto ridotto, non parliamo tanto di cosa, tutto, ma come mangiano gli orchi. Non sanno cucinare infatti e a volte hanno paura della fiamma del gas, quindi niente fuoco,  –gli orchi non dimenticate risalgono all’epoca della caverna fredda e senza luce – tritano e stritolano tutto con le mani o con le zanne; non conoscono l’uso di frullini e pentolini, piattini, il microonde sì talvolta. Ma gli orchi sono nature avverse alle macchine; per dire, un orco non avvierebbe mai un’auto girando la chiave ma tirando pugni sul cruscotto finché tra qualcosa e qualcosa non scatti la scintilla e allora vruum. Tuttavia…
Ci fu il caso dell’orco dell’humvee rosso. L’humvee, sapete di che di tratta, è un veicolo, una addizione di suv, camion, jeep e blindato creato per uso militare, non per gli orchi. Ma è una camionetta in sintesi, lunga e alta su ruote che si nutrono di asfalto, schiacciata di forma, blindata, larga abbastanza da contenere più di un uomo robusto o appunto un orco di grandi dimensioni; ha un motore in cui galoppano migliaia di cavalli l’humvee e corre, schianta, trita al suo passaggio.

Ebbene: in una bella giornata di primavera, ormai in vista delle vacanze d’estate, con tutti i compiti ormai fatti, i buoni voti meritati, Arturíto, bambino di giudizio e sempre desideroso di esprimere al mondo la propria approvazione, accadde che stesse a trafficare nel laboratorio di sartoria dello zio Pasquale – di cui nulla sapevamo e sappiamo se non che… un momento e vediamo –. Con gioia aveva accettato l’incarico, ormai da vacanze, di ordinare le stoffe per colore, oh che belli i colori, per tipo, le lane, le sete, i cotoni, e tenerle sempre a portata di mano delle sarte, così non dovessero impazzire ogni volta che spostata una pezza non la si trovasse che dimenticata sotto un cumulo di altri scampoli e matasse. Quel suo lavoro semi estivo piacque più di una cifra ad Arturíto, grande ammiratore dello zio Pasquale di cui, in quel periodo, silenziosamente vagheggiò di seguire le tracce, tanto era una delizia per lui veder tagliare e cucire con arte le stoffe, accoppiarle per tipo e colore, studiarne la foggia, tutto. Arturíto sarto si sentiva e, come lo zio, sarto di costumi  fantasia per il teatro e per il cinema., oltre che per qualche eccentrico riccone che chiedeva abiti oltre la moda, nel sogno. Percepiva anche un premio settimanale per questo lavoretto il bambino, cui piaceva anche ordinare i rocchetti da cucito, tenere in ordine i banchi, montare i fili da imbastire sugli aghi delle macchine e persino spazzare per terra quando gli scarti e gli avanzi di taglio diventassero una matassa lanosa su cui scivolare era facile come sulla cera. In quei giorni Arturíto era diventato un po’ il cocco delle sarte, specie della première, che ogni volta, al caso, gli faceva provare l’ebrezza del taglio della stoffa; impresa tra le più difficili, delicate e di precisione del mondo. Pasquale era prospero, appartato, ma noto per il lusso dei suoi panciotti. Ma torniamo al pomeriggio di primavera. Arturíto si diceva era lì nel magazzino a spostare e disfare quando con l’orecchio accompagnato più che distratto dall’ascolto di un’opera lirica, – Il Barbiere di Siviglia  che amava seguire canticchiando – sentì una gran tonfo arrivare dal cortile su cui si affacciavano i locali della grande sartoria. Vedere fuori non poteva vedere niente perché il magazzino era illuminato poco, per via delle stoffe che stingono con la luce, e poi le finestre erano alte alte su su per i muri come quelle di una fabbrica. Arturíto sentì solo un forte ruggito, certo di motore, pensò a un camion, sobbalzò ma non più di tanto; poi uno schianto di freni schiacciati, così gli sembrò, con tutta la forza di un enorme piede e di una mente alterata. Arturíto non si sa come si acquattò dietro una pila di stoffe da ordinare. Poco dopo, un inferno crescente di urla e strepiti agghiaccianti.

Arturíto trottò a spiare tra gli scaffali che cosa mai… E vide oh cielo, un orco spaventoso, almeno lui poi disse che si trattava di un orco; un orco spaventoso imbottito in una corazza di pelle, orrendo a vedersi va sans dire, sporco appunto, alto come una campana, bavoso; roteava una specie di asta pesante e affilata e con totale violenza, ma nessuna perizia, sfondava, tagliava anche tavoli e mobili, frantumava, distruggeva: schegge di legno e vetri sprizzavano, volavano per ogni parte. Arturíto come spesso accade in circostanze di paura simili, stava scappando con la mente ma restava lì con le gambe; intanto però con metodo l’orco avanzava tra i ranghi delle macchine da cucire e tra i tavoli dei lavoranti che straziava uno dopo l’altro con uno solo o più colpi; nemmeno dire che uno riuscisse a tentare la fuga, l’orco lo aveva già tagliato in due o in tre; stroncava, decapitava, uccideva insomma senza esitare. Arturíto non sapeva se stava vedendo o se immaginava, fatto sta che fece in tempo a incrociare, prima che gli si spegnesse, l’occhiata atterrita dello zio Pasquale, in maniche di camicia sotto un bel gilet dorato, infilzato su da quell’arma e agitato per aria come un vessillo o un trofeo. Non pensò di nascondersi, errore che gli sarebbe costato di certo la vita, ne fu da subito sicuro, ma si acculò sotto i banchi del magazzino Arturíto e, per non essere visto, come uno scoiattolino saettò fino allo sgabuzzino delle tinture in fondo in fondo all’atelier, pieno di vasche di colore dove decantavano le tele grezze da colorare o le tele bianche da scurire con l’infuso di tè – in scena o sul set il bianco acceca –. Arturíto con l’istinto dei piccoli per le disgrazie pensò quanto sangue, – oh ohi – sarebbe servito a riempirla una di quelle vasche; gli corse un brivido per la schiena ma se lo tenne stretto: ché paura fa novanta si dice, qualunque cosa voglia dire. La stanza delle tinture aveva una porta diciamo di sicurezza, un’uscita molto secondaria. Tra le urla delle persone straziate salivano anche quelle di trionfo dell’orco che di tutto quello scempio godeva dal profondo della sua pancia, così pareva proprio. E una puzza, puzza di intestino cominciava ad arrivare fino ad Arturíto che si domandava ormai quanto tempo sarebbe servito all’orco per individuarlo se non avesse trovato presto la chiave che apriva quella porta di servizio. Intanto con prudenza si chiuse alle spalle l’altra porta, quella che chiudeva la stanza, diede un giro di chiave dubitando che sarebbe servito e cercò dove fosse la chiave dell’uscita: ed eccola lì che penzolava da un chiodo sopra la vasca più grande. Arturíto ne balzò con le sue gambette sul bordo, afferrò la chiave e saltò giù badando a fare la piuma anche con le scarpette ginniche e gommate. Diede di serratura, aprì di volata, uscì e chiuse da fuori la porta. L’humvee rosso era lì nel cortile a pochi metri da lui. Se l’orco, smesso il suo macello, fosse in quel momento tornato all’aperto lo avrebbe certo pescato. E allora via che corse, corse verso l’uscita carraia del cortile il bambino, pensò di evitare la strada, adocchiò lo sgabuzzino delle spazzature, aprì e nonostante l’odore caldo che vi stagnava vi entrò e aspettò. Contava che quel puzzo moderato avrebbe camuffato il suo uccio uccio odor di cristianuccio. Di lì a qualche trenta secondi, sentì il rombo feroce dell’humvee che guadagnava il cortile; le urla residue di chi non fosse stato ucciso e che ancora respirasse – in un lago di sangue pensava Arturíto – arrivavano fin lì nonostante la vastità del cortile. L’humvee arrivò e si fermò con schianto eguale a quel di prima all’imbocco della porta carraia del cortile; Arturíto tremò ma un secondo dopo con un rombo, uno schiamazzo, una follia di bielle e bronzine e cilindri forzati, l’enorme carro rosso schizzò sul marciapiede, travolse un passante non identificato, lo scagliò di preciso per aria ad impigliarsi tra i rami di un grosso tiglio, si catafotté sulla strada e sulla prima auto di passo in quel mentre, la catapultò su un aiuola lontana, sbandò e si raddrizzò e scodinzolando forse come solo un T-rex avrebbe potuto fare si allontanò.

Arturíto lasciò passare il grosso della paura e dello smarrimento poi uscì dal suo nascondiglio, e gli venne in mente che le sue cose, lo zainetto con il pranzo, la sua giacchetta, erano rimasti in laboratorio. Ci andò titubante, un passo alla volta, esitando ogni volta. Poi si decise. All’entrare lo spettacolo fu insopportabile ma Arturíto sopportò; nell’ufficio dello zio la ragioniera giaceva per metà sul pavimento e per metà sulla sua scrivania, ne pesticciò il sangue e forse qualche budello, un cuore chissà ma sfilò dall’attaccapanni le sue cose con indomito coraggio e via via via.
In strada Arturíto prese a veder humvees rossi dappertutto. Cercava coraggio nei volti ignari dei passanti, delle mamme con carrozzine, dei commercianti: qualcuno sembrava commentare il passaggio di quello strano feroce humvee rosso. Non si sa come pensò che non sarebbe riuscito a tornare a casa da mammina e babbino-cari. Non si sa come pensò che l’humvee rosso lo avrebbe potuto intercettare; aveva appena preso la sua paghetta settimanale, fermò un tassì e chiese di andare alla polizia.

Alla polizia raccontò la storia dell’orco, disse proprio orco con sicurezza, e il poliziotto si perplèsse; allora Arturíto tentò, Arrestatemi almeno per un po’ qui mi sento al sicuro e intanto voi correte al civico 21 di via…e diede l’indirizzo dell’atelier dello zio. Ma il poliziotto non sorrise, per mancanza di spirito di patate e a quelle richiesta si mise la giacca, controllò la pistola nella fondina sul petto e accompagnò Arturíto a casa dai babbini-cari. Bel viaggio su un’auto piena di luci blu. La strage della sartoria era stata già segnalata, non l’orco cui nessun cervello ragionevole avrebbe potuto credere, si sa che l’orrore non rientra nel novero delle cose cui è facile dare credito e forma. Il poliziotto raccomandò ai genitori-cari, vai a sapere perché, di uscire per un po’ di città e così decisero per il sì.

Ma per strada mentre babbino-caro guidava, come sempre con estrema prudenza ecco che l’humvee rosso, di vernice e di sangue, sbucò di colpo da una laterale, girò su sé stesso e si piantò in faccia all’automobilina di babbino-caro. Il terrore prese mammina che urlò senza emettere un suono, e  babbino cui le mani presero a sudare al volante non sapendo se girarlo di qua o di là o per dove. Arturíto invece si slacciò la cintura e urlò a tempo, Presto andiamo via di qua; proprio come in quell’opera che ascoltava lavorando alle sue stoffe. Tutta la famiglia-cara balzò fuori in fretta dall’utilitaria. L’orco anche saltò da bordo della camionetta,  per la precisione dal tetto aperto e scese in strada agitando quella lancia o spada o quello che era; rideva tonitruante e li derideva, così parve ad Arturíto. Tutti e tre correvano come potevano allo stesso passo e mentre correvano chissà verso quale riparo, o rifugio o àncora di salvezza che non si riuscivano a immaginare, Arturíto da solo si fermò di colpo: i corpi scannati di alcuni poliziotti stavano lì per terra, in un raccapriccio di sangue e cervelli ma per terra stavano anche le loro armi. Senza pensare Arturíto ne raccattò una, la più grande che gli sembrò di poter impugnare. Lo aveva visto fare da Bruce Willis in molti dei suo film e così, per imitazione tirò la maniglia di armamento che, curiosamente gli sembrò molto leggera e docile; si voltò e, augurandosi che nel caricatore ci fossero abbastanza proiettili toccò il grilletto che, sentirlo, ubbidiente sparò a tutta randa all’orco ormai a pochi metri da lui…

Erano quasi le sette e una bella luce argentina già illuminava la sua cameretta dalle persiane sempre aperte: Arturíto non amava dormire nel buio fitto né svegliarsi nella penombra. E si svegliò con un urlo levandosi a squadra nel letto. Accorse mammina-cara in una sua vestaglia di flanella scozzese, Un incubo, le gridò Arturíto guardandosi intorno incerto se la mammina-cara fosse sogno o son desto o una coda dell’orrore e dell’angoscia vissuti e raccontò e raccontò. Ah il mio bambinocaro che fa i brutti sogni… ma è solo un sogno è passato è passato, pensò di dir bene mammina-cara. Così consolato e dopo qualche altro momento straniato, Arturíto percepì di essere tornato e come da un altro mondo. Poco dopo in cucina però, mangiò per colazione ogni tipo di biscotto, di panino, di formaggino e di miele e marmellata. Bevuto un tazzone di caffelatte, infilò le scarpe la giacca e la cartella con tutto l’orgoglio dei suoi compiti fatti a meraviglia, e partì per la scuola.

A metà mattina tuttavia, seduto a considerare gli avvenimenti del sogno, lo sguardo gli andò per caso di là della finestra accanto al suo banco; fuori oltre il vetro, nel viale di tigli dove stava la scuola, ormai il traffico dell’ora di punta era scemato e tutto trasmetteva la sensazione di un’oasi di tranquillità. Allora di colpo e com’è come non è, si sentì scoppiare un frastuono, un ruggito assatanato di motore e si vide in chiaro spuntare tra i tettucci di questa o quell’auto un enorme humvee rosso infuriato. Come mai quell’orco fosse sfuggito dal sogno nessuno mai lo ha capito.

 

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

In apertura Nieces di Zoey Frank

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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