Data di pubbl.: 2026
Traduttore: Sophia Simo
Pagine: 128
Prezzo: € 14,00
Seicentocinquanta racconti, tanti ne scrisse Anton Čechov (1860-1904) nel corso della sua breve e intensa vita, senza considerare le opere teatrali fra cui spiccano Il gabbiano, Zio Vania, Le tre sorelle, Il giardino dei ciliegi solo per citare quelle più note al grande pubblico. Di famiglia poverissima, una famiglia governata da un padre/padrone dal quale non esitò ad allontanarsi appena possibile, medico, la sua straordinaria abilità nello scrivere racconti gli permise di procurarsi un reddito negli anni difficili – e non furono pochi – della sua esistenza. Fu la tisi a ucciderlo a soli 44 anni.
Oggi, la casa editrice Neri Pozza raccoglie in questo piccolo e perfetto volume il primo e l’ultimo racconto di Čechov. Nel mezzo, la cosiddetta ‘piccola trilogia’ del 1898, tre racconti dove incontriamo le stesse voci narranti. È Paolo Nori, čechoviano redento dopo un giovanile rifiuto dell’autore, a presentarci, nella sua bella introduzione, il primo tragicomico racconto di Anton Čechov, Morte di un impiegato, la storia del bellissimo responsabile dell’economato Červjakov il quale, dopo aver casualmente starnutito nel collo del generale Brizzalov, si affanna a scusarsi con costui in modo ossessivo fino a morirne.
La piccola trilogia, che occupa la parte centrale del volume, comprende L’uomo nell’astuccio, L’uva spina, Dell’amore. Tre, come si diceva prima, sono le voci narranti che si alternano: il professore di ginnasio Burkin, il veterinario Ivan Ivanyč e il possidente/contadino Alëchin. S’inizia con Burkin che narra del professore di greco Belikov, vita personale e oggetti che la compongono chiusi in appositi astucci, un uomo sospettoso, solitario e sempre pronto a vedere negli altri la trasgressione a una o molte regole. Eccolo però, d’improvviso, innamorarsi della bella, insolita e allegra ucraina Varen’ka, un sogno o una possibilità che svaniranno nella delusione e nel soffio della morte. Tocca poi a Ivan Ivanyč narrare del fratello Nikolaj, impiegato convinto che la felicità, il senso della propria vita risiedano nell’avere un podere in campagna dove coltivare, fra l’altro, l’uva spina. Ancora un sogno, una convinzione che andranno a infrangersi contro il cambiamento in negativo del protagonista, imbolsito, malmostoso e solo. E per finire una storia sull’indicibile mistero dell’amore, quello, dalla triste fine, di Alëchin per la bella moglie del magistrato Luganovič, Anna Alekseevna:
“Capii che, quando si è innamorati, nei ragionamenti sull’amore bisogna partire o da ciò che è più alto e più importante della felicità e dell’infelicità, del peccato e della virtù nel loro significato diffuso, oppure non bisogna ragionare affatto.” (p. 90)
Il volume si conclude con lo splendido ultimo racconto scritto da Čechov poco prima di morire, La fidanzata. Qui, la giovanissima Nadja Šumin, in parte istigata dal parente povero in visita alla tenuta della nonna, Saša, in parte spinta dai suoi veri e inconfessati desideri, manda all’aria le proprie nozze e si getta negli studi abbracciando una vita nuova e diversa.
Non c’è personaggio nei racconti di Čechov che non si presenti a noi lettori visivamente perfetto in ogni sua parte fisica e nelle lievi o profonde sfumature del carattere. E tutto in poche, essenziali ed efficaci parole. Solo quelle e sempre giuste. Il giudizio sul suo agire riposa invece con chi legge perché per Anton Čechov l’obiettività è una regola impossibile da infrangere, mentre si concede la facoltà di lasciare che i suoi personaggi esprimano frasi di denuncia sociale, moniti severi sulle terribili condizioni di vita di poveri e servi della gleba. Ma non c’è mai violenza o aggressività nelle loro parole, elementi che Čechov, per esperienza personale, aborriva.
Verrebbe da suggerire a chiunque sogni o intenda intraprendere la carriera di scrittore di leggere Čechov e poi rileggerlo ancora e ancora, soprattutto nelle ottime traduzioni di oggi, come la presente. Perché lungi dall’essere cosa semplice e veloce, scrivere un racconto può risultare compito arduo: tutto va raccolto, espresso e completato in poche pagine; tutto va detto senza nulla tralasciare con efficacia e sapienza. Da lui c’è solo da imparare la misura, il ritmo, la capacità di catturare caratteri, emozioni, di descrivere con pochi tratti magistrali paesaggi della sconfinata Russia, sovente in netto contrasto o in perfetta armonia con gli stati d’animo dei suoi personaggi. Leggere Anton Čechov è un’esperienza unica e travolgente perché la vita è proprio come lui la racconta: orribile e meravigliosa.


