La pantera e altri racconti – Sergio Pitol

Titolo: La pantera e altri racconti
Autore: Sergio Pitol
Casa Editrice: Gran VIa edizioni
Genere: Letteratura ispanoamericana, Racconti
Traduttore: Stefania Marinoni
Pagine: 230
Prezzo: € 16,00

Accade, a volte, di imbattersi in esperienze letterarie affascinanti e inusuali per complessità e ricercatezza. È il caso di Sergio Pitol, scrittore messicano, traduttore e diplomatico, morto pochi mesi fa (aprile 2018) a Xalapa, capitale dello Stato di Veracruz, all’età di 85 anni. La casa editrice Gran Vía, da sempre attenta alla letteratura ispanomericana di qualità, con il volume La pantera e altri racconti accompagna il lettore nell’intrigante percorso di conoscenza dell’opera breve di questo riconosciuto maestro, accostabile per importanza ai conterranei Carlos Fuentes e Octavio Paz. Il contributo di Pitol è stato fondamentale per la formazione delle successive generazioni di narratori in lingua spagnola, uno straordinario lascito di originalità visionaria declinata in uno stile inimitabile.

Enrique Vila-Matas, forse il maggiore tra questi eredi, apre l’antologia con una singolare presentazione in forma di diario, grondante gratitudine verso “il padre”. Lo scrittore di Barcellona ci dona alcune chiavi di comprensione: “Terminata la lettura di Notturno di Bukhara, sono rimasto per un bel po’ a chiedermi se fossi arrivato alla fine e questo mi ha spinto a rileggere il racconto più volte finché ho capito che quell’insieme di frammenti o dettagli di cui è composto aveva paradossalmente trasformato il racconto in una storia chiusa, completamente sigillata se non per un mistero che ho capito di non poter mai risolvere”. E ancora: “Per lui la Forma che uno scrittore riesce a creare è il risultato di tutta una vita: l’infanzia, ogni tipo di esperienza, i libri preferiti, l’intuizione costante”. Nessun decalogo può ingabbiare l’immaginazione di uno scrittore. Pitol non scrive semplicemente racconti, è egli stesso il racconto che si appresta a (ri)scrivere. Il mistero cui accenna Vila-Matas interpella l’enigma della vita, l’imperscrutabilità del destino e gli abissi della psiche.

Ed è vero che nessuno di questi quattordici racconti, tradotti in italiano da Stefania Marinoni e composti in un arco temporale che va dal 1957 all’inizio degli anni Ottanta, si esaurisce alla prima lettura. Nemmeno alla seconda o alla terza. Pitol individua con precisione un cerchio-limite attorno a personaggi e storie. Dentro questo campo, perfettamente centrato, il terreno narrativo si sfalda sotto i colpi del sogno, del ricordo, della follia, dei potenziali rimandi ad altre vicende, poco importa se reali o immaginarie. Prendiamo La pantera. Una fantasia infantile del protagonista istituisce questa figura tenebrosa e ferina, al posto del tradizionale, noioso gioco di guardie e ladri. La pantera, una notte, appare vicino al letto dell’incauto evocatore, innocua e benevola. È un sogno? È una parvenza ingannevole affacciatasi nel dormiveglia? Oppure è un animale reale? Esattamente vent’anni dopo, la pantera ritorna. Stavolta, parla al protagonista, che non ha dubbi nell’identificare quell’essere con una divinità. Dodici sostantivi dal sapore profetico, che l’uomo trascrive su un foglio, salvo capire, il giorno dopo, che quei termini fissati in fretta sulla carta non hanno alcuna relazione reciproca. Un elenco insensato. “Ho riletto con attenzione, cambiato l’ordine delle parole come se si trattasse di risolvere un indovinello. Le ho unite tutte in una sola, lunghissima, esaminando ogni sillaba. Ho trascorso ore in sterili e minuziose combinazioni filologiche. Non sono riuscito a scoprire nulla. Solo la certezza che i segni occulti sono stati corrotti dalla stessa stoltezza, dallo stesso caos, dalla stessa incoerenza di cui sono vittima gli avvenimenti quotidiani”.

Sergio Pitol si stabilisce per lavoro in grandi città europee, Parigi, Roma, Barcellona, Praga, Varsavia, Londra, la Mosca di Breznev e poi nella Cina comunista, La tensione cosmopolitica, la cura riposta nei confronti della letteratura europea (tra le molte attività, la traduzione in spagnolo di Giorgio Bassani e lo studio dell’Ottocento italiano, come si evince in Dell’incontro nuziale), l’apertura totale, disinteressata, all’arte e alla cultura, sono elementi che si saldano al richiamo di un arché, perno dell’intera sfera del vissuto. L’esigenza di lavorare sulla memoria si trasfigura in mitologema, qui evidente nel bellissimo racconto Cimitero di tordi, e riconduce lo scrittore con regolarità alle avventure d’infanzia trascorse nell’azienda zuccheriera di Potrero, dove cresce, orfano di padre, e coltiva il suo amore per il pensiero e per le umane lettere. Colpito da esperienze traumatiche, tra cui il contagio della malaria, Pitol si abbandona a letture matte e disperatissime. Emergono, quali numi tutelari della sua scrittura in divenire, Lev Tolstoi e William Faulkner. E sicuramente faulkneriane, imbevute di straziante epica del sud, di malìa e di incanto sudamericano, sono molte atmosfere e ambientazioni presenti in questa raccolta, a cominciare dal gotico Victorio Ferri racconta una storia. Pitol narra di vite in bilico tra mondi solo in apparenza inconciliabili. Il diaframma tra visione lucida e vagheggiamento onirico è sfumato, la separazione tra vivi e morti è frutto di una tentazione ragionevole, regolativa, votata però al fallimento, come nel pauroso Verso Varsavia.

In Icaro Sergio Pitol dialoga con la potenza creativa e perturbante del cinema. Un narratore interroga i suoi fantasmi, suscitati da un film giapponese e legati a doppio filo con una storia immaginaria, eppure, come in tutti i racconti, palpabile, non riducibile a fantasticheria. I piani ontologici si toccano, si intrecciano. Il poeta straccione esiste anche al di fuori dello schermo? Il protagonista del film può aspirare ad una propria autonomia, indipendentemente dal medium che lo ospita? Chi vorrebbe incontrare il regista Hayashi per uno scambio di idee sulla trama, Pitol, il suo alter ego letterario o l’antieroe del film? E se i tre fossero la stessa persona? Il gioco di specchi inquieta il lettore. In Valzer di Mefisto una donna scopre, su una rivista letteraria, un racconto scritto dal marito, dal quale si sta separando. Il narratore, Manuel Torres, ipotizza una storia attorno ad un geniale musicista, Gunther Prey. Chi è quell’anziano uomo che osserva il giovane talento da un palco riservato durante un concerto? Un parente alla ricerca di un’impossibile riappacificazione? Un maestro desideroso di ascoltare l’esecuzione dell’allievo prima di morire? La trama si conclude in maniera prosaica. Quel “senso di realtà”, la parte che la donna apprezza di più, perché le imprime nel cuore un’evidente certezza, è il disincanto tipico delle persone appassite, tutto il contrario di ciò che Pitol afferma nei suoi libri e i suoi protagonisti affermano con lui.

Pitol considera la letteratura un fine assoluto, una meta coincidente con un’origine e si impegna a sciogliersi in essa in un rapporto fusionale. La sua è una lezione impartita ai cinici, ai realisti radicali, ai dogmatici di ogni risma. Il gesto creativo dell’autore-demiurgo assegna concretezza (in accezione hegeliana) a ciò che, senza il supporto della scrittura, sarebbe solo ombra non degna di considerazione alcuna. I protagonisti dei racconti nascono e muoiono, evolvono in altri contesti, mettono in scena ossessioni private e pubbliche, infilano sul volto maschere gentili o mostruose, sublimazione dalle storie ascrivibili al vissuto psichico-esistenziale dello scrittore, di amici, parenti e conoscenti. “Non concepisco uno scrittore che non utilizzi elementi della propria esperienza personale, un’immagine, un ricordo proveniente dall’infanzia o dal passato vicino, un tono di voce catturato in un incontro, un gesto furtivo intravisto per caso da incorporare in uno o in più personaggi”. Non è un esercizio autobiografico né simulazione, è piuttosto, definizione geniale, “una protesi multipla all’interno della narrazione”. Sergio Pitol testimonia un amore incondizionato per il linguaggio letterario, unico codice in grado di costruire/decostruire lo spettro del reale.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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