Data di pubbl.: 2026
Traduttore: Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella
Pagine: 173
Prezzo: 17,00 euro
“La notte è propizia per leggere poche pagine, non di più, affinché possano cristallizzarsi e sedimentarsi nella sua memoria.”
Sono passate poche settimane da quando ho letto due libri, pubblicati in occasione del cinquantesimo anniversario del terremoto del Friuli nel maggio1976, e oggi, raccontare la lettura de “La diga” da friulano mi rimanda subito alla tragedia del Vajont. Questo nuovo romanzo pubblicato da Prehistorica Editore, è il primo scritto a quattro mani da Maylis De Kerangal e Joy Sorman, entrambe autrici pluripremiate, e tra le fondatrici di una importante realtà di scrittura collettiva.
La protagonista è la diga di Seyvoz, a sette ore d’auto circa da Parigi, edificata negli anni ’50, dove un tecnico, Tomi Motz, si reca per una verifica periodica agli impianti. Dovrebbe raggiungerlo un collega, ma Tomi si ritroverà solo, e in solitudine affronterà il lavoro che gli è stato affidato, ma soprattutto l’esperienza complessiva di quei giorni passati tra la diga e l’hotel dove soggiornerà, attraversando strade strette e sconosciute, dormendo sonni interrotti, leggendo e scrivendo.
Così come si interrompe il sonno di Tomi, sistematicamente si interrompe per qualche tempo il suo racconto e si innesta una nuova scrittura, un nuovo colore, e ci porta in un altro tempo, quando tutto è accaduto, quando la Storia con la S maiuscola è detonata, spargendo segni, messaggi e dolore.
“Ignoro il momento in cui gli abitanti del paese hanno capito che era finita, il preciso istante in cui quella certezza si è imposta, bruciante, mentre per così tanto tempo aveva strisciato nel loro cervello, pavida, una serpe…”
A Erto e Longarone non hanno avuto il tempo di capire, forse qualche intuizione o qualche presagio ha agitato le menti di pochi, alcuni secondi prima e nulla più. Poi, il nulla. Chissà! Ma ogni vicenda ha il suo percorso, e ognuno ha la sua memoria da condividere. La madre di Joaquim ricorda benissimo quando il figlio partì, percorse i 1.500 km che lo separavano da Seyvoz, un po’ per scappare, da una misera vita in un misero paesino portoghese, un po’ per sperare in una svolta, in una possibilità di futuro.
Un palese e curioso paradosso abita questo testo, che mi ha fatto pensare a due spirali che si avvolgono su se stesse, strette in un abbraccio ideale attorno ad un unico perno, ma proseguendo ognuna per la loro strada. E allora sono andato a cercare se c’era un possibile significato in tutto questo. L’ho trovato, anche se si parla di ben tre spirali intrecciate e leggete un po’ cosa si dice:
“Le spirali intrecciate (in particolare con tre bracci) prendono il nome di triscele (o triskell). Questo antico simbolo celtico, caratterizzato da tre spirali che si diramano da un centro comune, rappresenta il movimento perpetuo e l’equilibrio tra elementi come passato, presente e futuro.”
“…l’equilibrio tra elementi come passato, presente e futuro.” Stupendo come questo concetto si adatta perfettamente al testo di Joy e Malis. Due ricerche, compiute da persone sconosciute tra loro, di provenienza, età ed esperienza di vita diverse, si trovano accomunate dal luogo della ricerca, dall’oggetto su cui fissano il loro sguardo, oggetto immenso, immobile, opprimente, che impedisce di andare oltre, che contiene. Nello stesso tempo, in comune, c’è pure qualcosa di esoterico, molto vicino al “luogo del delitto” sorge un piccolo cimitero, e i defunti è come partecipassero alle ricerche.
“…i morti vegliano su di noi, ci proteggono, non lasciate che li portino via.”
Cosa c’è al di là della diga? Al di qua c’era un paese, che si è programmato di seppellire in una lago blu, e al di là della diga c’è la memoria, il desiderio di eternità, l’impossibilità umana di dimenticare. C’è il grande tema del progresso a tutti i costi, della crescita economica che non guarda in faccia nulla e nessuno, in nome di un progresso tutto da valutare nella sua valenza. Detto questo, io penso però che questo bel lavoro delle due autrici sia innanzitutto e specialmente memoria viva e perpetua della vita, di chi non c’è più e anche di chi è rimasto, senza nulla o con poco.
Buona lettura.
Claudio Della Pietà.
“Il freddo trapassa la muta, si spande come una pellicola di ghiaccio – gli ci vorrà qualche minuto prima che il calore corporeo si ristabilisca, si diffonda attraverso il lattice, e lo scambio termico torni in equilibrio. Mentre in superficie l’acqua sembra quasi gelatinosa, di un blu turchese senza riflessi, in profondità tutto si rischiara, Tomi si muove agile e fluido, Marjorie gli nuota davanti con gambate lente e sicure, sulle quali lui tara il proprio ritmo, fluttuando in una gioia liquida.”



