Il sermone sulla caduta di Roma – Jerome Ferrari

Titolo: Il sermone sulla caduta di Roma

Autore: Jerome Ferrari

Editore: E/O

Traduzione:Alberto Bracci Testasecca

Genere: romanzo

Anno di pubblicazione: 2013

Pagine: 175

Prezzo: € 17 

Chi si approccia alla lettura de Il sermone sulla caduta di Roma senza averne letto la quarta di copertina, ma soltanto attratto dal titolo, degno di un testo storico, sappia che non c’è spazio per invasioni, combattimenti di gladiatori e quant’altro possa sembrare attinente. Il titolo è sicuramente fuorviante: Roma non compare mai. Questa è la storia di tre generazioni a confronto, ambientata in un paesino della Corsica dove presumibilmente l’autore, Jerome Ferrari, è nato. Il titolo sintetizza la riflessione pronunciata da Sant’Agostino ai suoi fedeli sconvolti, nel 410, quando seppe che Roma era caduta in mano ai Visigoti: ciò che creiamo durante la nostra vita si esaurisce nel tempo del nostro passaggio su questa terra o ci sopravvive ma trasformato dall’azione di coloro che restano, dunque la fine di un mondo non è la fine del Mondo, solo le cose eterne sono eterne e perché nasca un mondo nuovo è necessario che ne muoia uno vecchio. Il senso del titolo dovrà attendere fino al termine del romanzo per essere compreso. 

La lettura inizia con Marcel che osserva una foto che ritrae i suoi fratelli e le sue sorelle in posa con la madre. L’immagine è del 1918: lui non è tra i personaggi immortalati dall’obiettivo del fotografo, eppure, ora che tutti sono morti, lui è l’unico custode della loro memoria. Marcel fu concepito quando il padre tornò dalla Grande Guerra e nacque poco dopo la Prima; la sua fu un’infanzia contrassegnata da una salute cagionevole, poi l’emigrazione sul continente, la Seconda Guerra Mondiale, il matrimonio, un’esperienza nell’Africa coloniale francese e la vecchiaia. Quindi il romanzo ha una cornice: il tempo. 

L’intreccio si sviluppa in un villaggio della Corsica dove due giovani, Libero e Matthieu (nipote di Marcel) decidono di rilevare un bar dopo aver abbandonato gli studi universitari di filosofia a Parigi. Intendono mettere in pratica la massima di Leibniz creando in quel luogo “il migliore dei mondi possibili”. Attorno al bar gravitano i personaggi più caratteristici del piccolo villaggio corso:  un’allegra comunità composta da giovani avventori della zona, uomini rozzi, habitué, ma anche turisti, oltre a giovani cameriere stagionali reclutate nei campeggi e a un musicista che suonerà regolarmente sul palco del locale, tutti a creare relazioni di amicizie, sesso e bagordi. I due amici pensano di aver creato un mondo nuovo, più vivibile, lontano dalle insidie, ma impareranno a loro spese che ciò non è possibile. Anche Marcel, il nonno di Matthieu, aveva provato anni prima a creare  nuovi mondi, ma altrettanto dolorosamente li aveva visti tutti morire. I mondi finiscono continuamente e Ferrari, professore di filosofia, ce lo racconta con sorprendente potenza. 

Il sermone sulla caduta di Roma, vincitore del Premio Goncourt 2012, è un racconto corale in cui la vicenda di ogni personaggio diventa parte della storia collettiva. Il fil rouge che lega tutti gli avvenimenti è dato dalle vicissitudini di Marcel che si concludono nello stesso luogo dove sono iniziate, il piccolo villaggio corso. Nei suoi ultimi anni vive nei rimorsi di una vita che crede sprecata: “trovava il nonno in salotto con la fronte appoggiata contro il vetro gelido e una foto in mano che non guardava neanche, oppure in piedi in cucina con gli occhi aperti su qualcosa di invisibile che sembrava avvincerlo e riempirlo di orrore[…] continuava a guardare dritto davanti a sé con il peso di mille anni di vecchiaia sulle fragili spalle” (pag.89). Il destino lo accomuna al nipote Matthieu: anche lui vede fallire l’avventura della gestione del bar e, nonostante pensi di affrancarsi, sarà vittima della presunzione e dell’arroganza di credere di poter cambiare ciò che in realtà non può essere cambiato. 

La voce femminile della narrazione è Au­ré­lie, sorella di Matthieu, archeologa, donna determinata e in carriera, ben lungi dal dipendere da un uomo. Al seguito di una spedizione si trasferisce in Algeria, lascia il proprio compagno per gettarsi nelle braccia di un arabo, che poi lascerà prima di tornare in Francia, prendendosi sempre la responsabilità di ogni azione. Il lettore, attraverso la sua connotazione, si chiede se alla fine sarà lei a riuscire dove il nonno e il nipote hanno fallito. In realtà i tre personaggi, molto diversi tra loro, sono uniti da questo comune denominatore: nessuno di loro realizzerà lo scopo prefissato. Dunque, dobbiamo leggere i fallimenti dei singoli come sconfitte dell’umanità, riappropriandosi del significato del titolo “la caduta di Roma”, città imperiale simbolo di tutto ciò che era considerato immutabile e che invece dall’oggi al domani crollò. 

La narrazione è caratterizzata da periodi molto lunghi, intere pagine con solo virgole, una dopo l’altra, senza respiro, pochi dialoghi. Tuttavia il lessico semplice e questa architettura evocano la decadenza, velando di una luce malinconica anche i momenti più spensierati e permettono al lettore di cogliere facilmente il messaggio che Ferrari intende trasmettere. E proprio Marcel, l’unico che ricordava, morendo fa scomparire quel mondo. Il sermone sulla caduta di Roma è uno di quei libri che nasconde un significato simbolico nella trama e che si chiude soltanto con l’ultima pagina. 

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