Haim Baharier a Milano presenta “La valigia quasi vuota”

Teatro Franco Parenti di Milano, lunedì 10 Febbraio 2014, ore 20.30: sul palco tre sedie sono pronte ad ospitare Haim Baharier, qui per presentare il suo nuovo libro “La valigia quasi vuota” edito da Garzanti, Filippo Timi e Andrée Ruth Shammah, direttore artistico del teatro. A quest’ultima spetta fare gli onori di casa presentando l’ospite, ma ben presto è la parola di Baharier stesso a occupare la scena, attraverso la voce calda e avvolgente di Filippo Timi: tra il pubblico ad ascoltarlo siede anche Mini Ovadia.

Nato a Parigi da genitori ebrei di origine polacca, entrambi passati attraverso l’orrore di Auschwitz, Haim Baharier è stato allievo di Emmanuel Lévinas, uno dei maggiori filosofi del Novecento: matematico e psicoanalista, “La valigia quasi vuota” è la sua quinta opera letteraria. “Questo libro è molte cose insieme. Non è un romanzo ma lo sembra, non è un’autobiografia ma ci somiglia, non è un saggio ma molto di più“: con queste parole, riprese da Andrée Ruth Shammah, lo scrittore Maurizio Meschia descrive questo libro, definendone l’autore un “arredatore di precipizi“. Che questo signore con gli occhialini e il basco francese non sia un uomo qualunque lo indica la sua frase d’esordio: “Le buone domande non hanno risposta, le altre non la meritano“.

Del suo personaggio principale, Monsieur Chouchani, dice che finché non gli si presta attenzione è tutto chiaro, ma appena cerchi di capirlo diventa sfuggevole: “è inutile chiedersi se sia esistito veramente, bisogna piuttosto chiedersi che effetto ha avuto sugli altri la sua presenza“. Nel libro la realtà si mescola alla fantasia, e ricordi di vita scorrono tra le pagine insieme ad aneddoti inventati senza soluzione di continuità.

Dell’infanzia di Baharier c’è il ricordo di quando aveva 6 o 7 anni, era l’immediato dopoguerra, viveva a Parigi con il fratello e i genitori, polacchi scampati ad Auschwitz, in un appartamento tugurio dove il sabato sera gli adulti si riunivano e giocavavano a carte: “parlavano tante lingue diverse, e avevano la barba, gli occhi scavati, come fantasmi, e per me quella era la realtà. In tutto questo c’era già Chouchani, che veste una veste un paltò nero liso e parla con ognuno nella sua lingua, come fosse la sua lingua madre”. Secondo la Ruth Shammah il libro è intriso di una straordinaria leggerezza, come se scrivendolo Baharier fosse tornato bambino. Spiega l’autore: “grazie a Chouchani ho potuto raccontare il terrore più terribile della mia infanzia: a scuola ero un pessimo alunno, non capivo niente, non ero il classico ebreo geniale, le elementari sono state una tortura per me e pregavo ogni notte che la scuola si incendiasse, ovviamente senza vittime. La pagella era una specie di classifica, in classe eravamo 35 studenti e io viaggiavo sempre tra il 33mo e il 35mo posto e non osavo presentare la pagella a mio padre, così svegliavo mia madre prestissimo per fargliela firmare ma lei lo raccontava a papà che mi urlava contro <<sei la vergogna dell’umanità>>. Un giorno presi coraggio e gli dissi <<qualcuno dev’essere l’ultimo>> e lui mi rispose <<ma non sta scritto da nessuna parte che devi essere tu>>. Chouchani è me e mio padre insieme, è la legittimazione di chiedere perchè, e di non accontentarsi della risposta ma voler apapprofondire“. Mentre Timi legge un altro brano Baharier ascolta ad occhi chiusi, concentrato, lisciandosi la barba di tanto in tanto, e commentando alla fine “mi fa uno strano effetto sentir leggere il mio libro“.

Il brano tratta uno dei temi principali del romanzo, ovvero la grandezza: Chouchani sa uno di tutto, parla infinite lingue, conosce la Torah a memoria e tutti vogliono disquisire con lui, ma ha l’aspetto di un clochard, maleodorante e claudicante. Insegna a rimanere grandi pure ritraendosi e lasciando spazio agli altri: perchè è nello spazio concesso che gli altri vivono con dignità.

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