Elzemìro – Svevo Calabretto_III

cent titres – récit par svevo calabretto [III partie]

millennials bikers

Il café Augustus. C’è un caffè dove la giudice De Cèspedes sa che occorre andare ma non ci va. Perché la giudice ritiene che non scoprirà nulla. Ci andrà l’ispettrice capo la bellissima Florinda. Il locale è vicino all’astillero militar della municipalità di San Balbo, e fa da puntello di regola ai bikers, il locale, ma anche a qualche operaio che schifa la mensa della marina. Il locale è a pochi metri dall’acqua che lambisce un lungo cordone di scogli messi lì a delimitare la terra emersa. L’acqua ha il colore dell’acqua dei porti e lo stesso odore di alghe, sale e nafta. All’interno del caffè zapateado di stivaloni da motocicletta, tinnito di chiavi e catene, teste rasate o, al contrario chiome legate con nastri sulla nuca, e barbe e baffi e basette, mezzi guanti e tatuaggi su pelli e muscoli e pance. L’età media, giudica l’ispettrice capo Florinda, è quella che annuncia la senilità con il suo sparring partner, il giovanilismo di persone lugubri e scardinate dal reale. Forse dai tempi dei Miserabili, è ampiamente sfruttato dalla letteratura di genere e dal cinema, il luogo comune dello sbirro che arriva nella tana della malagente. Arriva Javert lo sbirro, e una bolla di sapone agglutina i presenti, li solleva per aria, tremolanti in quel miracolo di sapone e legge di Laplace; a parte sta l’uomo del bancone, personaggio che di solito ha il bisogno di strofinarne la superficie di zinco, rame, legno o altro materiale. In alternativa una ragazza dai lunghi lunghi capelli scossi o, al contrario, dalla bella testa virile rasata a pelle, lancia occhiate lontano, per esempio a un uomo che con altri sieda a un tavolino, chissà se gioca a carte oppure no, con l’aria da boss. Un’atmosfera di avvertimento e presentimento si addensa col calore della macchina per il caffè, col vapore dalla lavapiatti magari appena aperta su un nuovo cestello di bicchieri, e il calor nero della piastra a induzione su cui ribolle una pentola di una densa minestra di carne. Una specie di goulasch di pesce.

– Oh oh che onore, la polizia è donna, che cosa ti offro ispettrice.. bada che qui non si vendono informazioni bada.. e siamo in regola. Battuta che potrebbe essere vera, credibile, forse ben scritta, non fosse ovvia, imitata anche da un sentito dire. Rappresenta la legge e l’ordine sottratte a una prerogativa dell’uomo bianco, Florinda. Nel caffè dei bikers è motivo di disprezzo prima ancora che di odio. Pericolo tuttavia.

La  gita al faro. Così come dovunque stabilirono colonie, qui, ninnati dal gorgogliare dei tini, gli inglesi manserunt optime. Il bel complesso del faro, con la torre discreta e i bassi edifici che la racchiudono, fu realizzato da un architetto locale, l’Andreia (1698-1768) e, in onore di Lord Burlington e Palladio, in stile georgiano. Alla base della falesia dove sorge il complesso c’era un tempo una spiaggia, bella di sassi e ghiaia. Un sentiero scendeva dal faro alla spiaggia. Ardito e stretto, adatto a piedi e scarpe robuste, esposto al vuoto e amato da giovani avventurosi che, anni 70, sulla spiaggia si fermavano a fare campeggio, falò, amore libero e saluti al sole. Non mancavano le chitarre. Anno dopo anno le piogge frequenti e tipiche della regione e le burrasche hanno provocato smottamenti e crolli lungo gran parte dei quella costa di roccia e terra molle; così il sentiero per poco meno dell’intero suo tracciato è scivolato in acqua; un abisso. Il mare del resto si è alzato, la spiaggia è ormai una stretta corolla di sassi e scogli come denti di pescecane, le onde fanno la coda una dopo l’altra per frantumarsi contro la base della falesia. In previsione c’è che il mare salga, e che salirà ancora. Il tempo lavora a favore di chi brucia il pianeta con carbone e kerosene. Persone d’incorrotta fede dicono che la natura violata si vendica. Si direbbe invece che ricostruisca via via con abilità un suo equilibrio. Per conseguenza, quanto fu imprevista la sua comparsa millenni addietro, il sapiens è sacrificabile oggi al mantenersi di quell’equilibrio. La giudice non ha difficoltà con il tu. Un tempo sì, per esempio all’accademia d’arte lo usava con parsimonia e fatica, lo evitava con ostinazione anche coi compagni, anche se questo pronome è segno di disinvoltura tra i teatranti. Era poi un vezzo, anche tra i maestri, parlare di Peter, Isabelle, citarli, i grandi del teatro e del cinema come se fossero loro fratelli o compari d’osteria e, santo cielo diamoci del tu, dicevano tutti a Diana, sembra tu viva a distanza di sicurezza, easy poil-de-carotte. Al tempo, la giudice teneva i capelli tinti di rosso carota come quelli veri del personaggio. Adesso, se una ragazza dietro un bancone le chiede, che cosa ti preparo, lei d’acchito risponde senza riflettere, le fa piacere rispondere, mi fai un caffè, americano per favore. Invece con i colleghi, specie con i suoi ispettori, son petit poulailler, tuttora, non le punge nemmeno la lingua il tu, never and never and never, senza deroghe. Dopo avere meditato a lungo sul da farsi di repente l’Atlantico usa decidersi per la burrasca. Soprattutto in questa estate di metallurgie, la meteorologia si ribalta con minimo preavviso. De Céspedes ama però proprio le burrasche, le nubi e le nebbie che salgono dal mare non più di quelle che in novembre rendono ai colli la malinconia che loro compete, non l’equivoco vitalistico di cicale e ginestre, ma l’ombra e la certezza di ogni fine;  e se piove, ma che piova e piova a rovescio, tanto meglio. La gita al faro nella burrasca è una tradizione per lei. Familiare, ancora prima di sapere di Woolf. Ancora prima di scoprire la sua attitudine da sesta sorella Brontë, da storm sister al timone del suo esistere che le concilia la meditazione. Ha chiesto a Florinda di andare a rilevarla laggiù, faro col faro a guardare la burrasca. La giudice non teme lo stigma di matta che circola tra i suoi in chiave di affetto e di spregio tra gli altri. Per la burrasca, è calata una penombra fuori orario. La lanterna si è già accesa e gira e gira e gira. Per la giudice è un divertimento osservare là lontano dove la luce pare raggiunga un fondale di nuvole barocche. Dicono che arrivi a cinquanta kilometri. La domanda è che cosa ne è dell’effetto fotoelettrico, che cosa fanno i fotoni una volta toccato il traguardo dei cinquanta chilometri, e le elettromagnetiche, si domanda da sempre. Si stanca o muore la complessità della luce o Febo ne raccoglie gli ultimi bagliori e li tiene in serbo per ravvivarli un domani, così come un tempo per la loro arma i moschettieri tenevano arrotolato sul braccio l’innesco sempre acceso. Conoscesse un fisico a Diana piacerebbe ottenere un risposta al quesito che, ne è sicura, è solo dovuto alle certezze della propria ignoranza. Il mondo che la circonda o non è; o è un teatro. Quanto è incline allo scavo che il suo lavoro le chiede, tanto trascura quello che schiere di saggi e filosofi indicano da millenni essere il dovere, e un vantaggio umano, l’hipernoto conosci-te-stesso. A prescindere dal metodo per arrivarci. Il suo mantello di cerata ripara De Céspedes dagli spruzzi che la lambiscono e dal vento. Respira l’aerosol di iodio e sale e riflette sul tentativo evidente che la natura dell’atlantico compie ogni volta, per distruggere la torre del faro, quell’opera votiva dell’ingegno umano a sé medesimo. Poseidone stesso è il probabile agitatore delle onde. De Cèspedes questo pensava da piccola, ma di nascosto da tutti, maestre e genitori, per i quali la natura era ed è tuttora funzione del triplice inteso dio lassù nell’alto oltre i cieli noti. Anche seduta sul banco della messa domenicale Diana pensava in cuor suo agli olimpi. Dèi senza misericordia che, privi dell’amore pulcioso dei tre catari celesti, spruzzassero la vita umana dell’odio che si merita, quando lo merita. Florinda è appena arrivata dal parcheggio vicino al faro, impossibile sentirla arrivare nel frastuono della burrasca. Ecco la vede e, per lunga esperienza, capisce che De Cèspedes sta vivendo una delle sue estasi. Tuttavia, a due metri da lei, la giudice si volta.

– Allora? Sei stata all’augustus?

– Sì giudice. 

– Molto bene.. e..

– Poco. Ho dovuto far capire a tutti che se fosse andato lì un uomo e bianco forse o per sicuro avrebbero avuto qualcosa per cui lamentarsi.. ma che lo stesso valeva con me.

– La strada si allunga ogni giorno mi pare, vero?

– La prima cosa che quasi tutti notano di una persona è la pelle, anche le persone migliori non creda, io lo sento, a pelle, in loro c’è sempre un trasalimento, un onoff di mezzo nano-secondo in cui la coscienza va a spasso.. nei.. negli altri un piccolo attacco ischemico transitorio.. nero, è il colore dominante del disappunto e della familiarità patriarcale.. mi è capitato di sentire anche donne, donne nell’età di mezzo e di una classe intermedia, dare del tu in ospedale a mediche nere.. basterebbe lasciare  le persone abituarsi alle differenze e a disfarsene. 

– Io ho miei.. sa sono vecchi.. sono da sempre due parrocchetti cui sta larga la gabbia.. da sempre temono di avvicinarsi alle sbarre.. non fanno che discorsi sui neri che ci comandano.. quando ancora studiavo ci fu un momento in cui sembrò che la democrazia avesse instillato una piccolissima tonda goccia di benevolenza nei loro cuori infranti.. mia madre aveva persino appreso a dare del lei a una domestica etiope, un ramo secco più che una donna, intelligentissima, io l’amavo molto e le dico, eravamo diventate amiche per natura e lo siamo, è sposata ora, il marito ha una buona posizione così lei può dedicarsi alla sua strada, era diplomata in arte al suo paese.. adesso.. sono stata a una sua mostra, vende benino.. niente più ciabattine di feltro che le imponeva mia madre col sissignora.. mi sono persa..

– Sua madre e il lei..

– Ah sì.. ora ha una ragazza.. ne ha bisogno.. ha l’artrosi deformante la mamma e fa fatica in tutto.. ma se esistesse un pronome più basso del tu.. un vu un zu be’ la tratterebbe così.. i miei.. sono brave persone.. e proprio per questo sono orribili.. ci crede se le dico che li detesto?

– Ma poi si ammalano.. e noi le figlie umili ancelle.. perché i figli maschi se ci sono non ci sono.. noi.. andiamo a pulire le loro padelle, vero, ritenendo il sacrificio parte dei nostri doveri femminili.. ma non umani..

– Sua madre è viva? 

– Come un topo ballerino, l’anno scorso si è risposata con un bell’uomo, appena più giovane di lei.. davanti al sindaco prima del sì fatale si è girata verso di me per strizzarmi l’occhio.. lui lavora con lei.. è.. non so come si dice di preciso di un uomo.. fosse una donna sarebbe la première..

– Ricordo, la sartoria. Va bene.. che cosa hai saputo?

– Quello che sapevamo già e il nome vero, felipe gli fu dato tra i suoi per sfotterlo, diceva di essere il re del biliardo e infatti lo è diventato ma i bikers lo conoscono con il suo vero nome, augusto, il caffè dove si ritrovano era.. è.. semplice.. era di sua proprietà.. un covo per i bikers offerto da un loro simile.. augusto marcel.. padre francese arrivato qui in moto anni sessanta.. lui un bravo.. adorato dai due ruote.. così mi ha detto il barman che era il suo braccio destro.. lui l’augusto, era molto spesso in tournée di gara.. poi tornava e nel caffè era tutta una festa.. birra a fiumi, cose così.. ma l’augusto era uno qualsiasi.. niente debiti.. niente precedenti.. il locale che va bene.. in pratica non è mai vuoto.. i tipi è strano sono stanziali come pecore tornano sempre all’ovile e spendono.. piccola cucina.. insomma niente di irregolare.. nemmeno i bikers.. fascisti.. sì forse..

– Come si chiama il barman?

– Bianco cioè white è un americano trapiantato..

– Bianco come nella coppia dei clown..

– Non conosco..

– L’augusto e il bianco.. mai visti? Al circo..

– Mai stata e non ricordo di aver mai visto un tendone da circo da queste parti.

– No infatti, nemmeno io ma quando studiavo recitazione ricordo un film che ci fecero vedere e una lunga lezione di storia del teatro sulla coppia augusto e bianco.. Okay, saltiamo in macchina e andiamo all’augusto

– Giudice?

Con la burrasca sta arrivando la pioggia.

– Mannò volevo dire.. torniamo a palazzo…

Palazzo è il nome che corre per designare gli ufficio della polizia giudiziaria. 

L’uomo che conta i pesci. A un chilometro e mezzo oltre il limite dell’antica cinta di mura, crollata o sinistrata per i terremoti che si susseguirono nel XVII secolo come peste sorella, lungo la riva e molto prima che sorgesse la città, il fiume ha scavato un’appendice di sé che si addentra nella terra ma senza intenzioni maligne. Lunga forse due forse trecento metri metri, quell’appendice d’acqua si incontra con quella di una fonte sotterranea. Le due acque hanno formato così una specie di laghetto, molto bello a vedersi ancora oggi. Non grande non piccolo e di forma così regolare da sembrare un artefatto architettonico. Vero infatti è che l’aspetto presente è quello di una darsena ampia così che le barche ci possono manovrare, e con spallette di ben posati grandi massi che risalgono all’epoca in cui, affacciato su quel piccolo gioiello naturale, il secondo duca de O* si fece costruire anche una palazzina in stile rococò, detta Golondrina per la sua grazia, leggerezza e l’alternanza accorta di pietre bianche e nere nei muri perimetrali. Affidato alla discrezione di un boschetto, come molti palazzetti dello stesso genere fu casino di varie cacce, non ultima, come è ovvio, quella alle femmine. Oggi il bosco è divenuto in parte giardino pubblico della città che avanza e in parte è di pertinenza del comando di polizia fluviale. Sotto il palazzetto fu ricavata la comodità di un approdo coperto, ricovero di due lance veloci della polizia. Da lì possono sortire a sorpresa sul fiume lungo la sua appendice. I duchi la dragarono e allargarono, è ovvio non con le loro mani, in modo da garantire transito e pescaggio di diversi tipi di imbarcazioni. Litografie decorative dell’epoca mostrano il transito di non piccole barche da trasporto a vela. L’idea si può dire rimandi al Canal grande. Un ponte ad arco di legno permetteva il valico delle due rive e il passaggio delle barche. Nel 1870, i duchi commissionarono ad Auguste Eiffel un ponte di ferro, leggero, elegante e robusto sul quale transitare da terra in carrozza. In auto da lì a poco. Il governo cittadino ringraziò, approvò e l’opera e i danari ducali. Un progresso che sostiene tutt’oggi nei due sensi la marcia di ogni genere di veicoli, dei pedoni e di una delle linee tramviarie urbane. Nella darsena vivono alcune specie di pesci. Tutti i giorni vi gironzola su e giù l’uomo che i pesci li conta: Mindaugas, così si chiama e non si sa da dove arrivi, dal Nord si dice, tanto assomiglia del Nord a un pescatore, ma dipinto da El Greco. È molto noto, tace sulla sua dimora ma vista la chioma, le mitènes alle mani, le unghie lunghe e annerite da tutto, non si fa fatica a indovinare che la sua è una residenza precaria; arriva presto la mattina, quelli della fluviale lo conoscono, Mindo, lo chiamano con complicità, lo prendono un po’ sul serio un po’ no, quanti ne hai contati oggi Mindo. Lui sorride, sta lì ore e conta. Nessuno è mai riuscito a sapere da lui il motivo di quel contare. Peraltro parla la nostra lingua in modo gutturale, quasi possedesse le consonanti che non ha, e c’è il sospetto che non capisca le domande. Solo quando ha finito, Mindaugas passa nell’ufficio di polizia affacciato sull’acqua e annuncia, per esempio, tresc ziento vventissei. È ovvio che non possono essere così tanti, i pesci o così pochi, ma Mindaugas, Mindo non sa o vuole ignorare che conta e riconta, la folla di pesci nella darsena della polizia fluviale è sempre la stessa. In definitiva non computabile. Eseguita tuttavia con giudizio quella somma delle somme, se vogliamo con una certa perizia nel darsi conto delle bollate che segnalano la presenza di un pesce, Mindaugas se ne va. Non si trattiene mai per un solo istante in più del necessario. Tranne se la bontà dei fluviali lo invita negli uffici a mangiare qualcosa o bere un caffè caldo. Mai alcolici, Mindo è astemio. 

Crime scene. Ispezione sul set. Racconto del  forense

 – È stato sparato un solo un colpo da 6,50, da lassù pare (indica il carro ponte del molo containers a circa 400 metri di distanza) il proiettile ha trapassato il cranio lo ha.. ha una forza di 1500 joules, tanta vero, ha perforato l’osso frontale, il foro di entrata vedete.. è piccolo ma il cervello è uscito dal grosso foro dell’occipite.. gran parte dell’osso.. una grande quantità di sangue e di materia cerebrale sono.. lo vedete da voi.. giudice, è inutile che glielo racconti.

Sotto la testa devastata del povero Mindaugas, l’uomo che contava i pesci, si è raggrumata con la terra e l’erba secca una pappa di un rosso difficile da descrivere. Il volto è deformato ma il corpo di Mindo, il contatore di pesci è steso come uno che prendesse il sole. È caduto all’indietro, nessun pensiero probabile dopo l’urto con il proiettile e un tonfo giù nel niente. La giudice non può mai fare a meno di osservare come i morti, i morti da poco, non ancora in putrefazione, hanno un’aria stupita.

– Come se al momento di morire avessero visto.. non so.. incontrato qualcosa di stupefacente, non è vero Florinda? 

– Mi è capitato di pensarla così.

– Copritelo per favore, dice la giudice a un agente. Che non muove un passo. La bindella colorata che delimita la scena del crimine si agita al vento, l’ispettrice capo Florinda vi si muove con la sicurezza di chi vi è abituato. Interroga uno della fluviale che si è appena fatto avanti per testimoniare. 

– Ero a fumare alla finestra lì al primo piano, ho buttato un occhiata.. ma così senza scopo a Mindo.. Mindaugas, era al lavoro il contatore di pesci. Poi.. faccio per buttare la cicca in acqua.. alzo gli occhi per caso.. vedete il carro ponte.. non avevo il binocolo con me però anche se è lontano, non so quanti metri, mi è sembrato.. voglio dire ho visto proprio qualcuno camminare sul tetto della cabina di manovra.. ho pensato a uno della manutenzione ma siccome non si sa mai sono andato a prendere il mio binocolo alla scrivania.. il tempo di girarmi.. tre passi.. sono tornato alla finestra.. il tipo vedevo solo e male la testa ma era chiaro che era steso in posizione di tiro.. nello stesso momento ho visto il lampo dello sparo.. nessun dubbio.. poi si è alzato rapido rapido.. uno alto.. una mimetica.. o piuttosto un  completo da lavoro.. da meccanico sa tutto grigio.. si è calato nella cabina con fucile e tutto e da lì.. un acrobata le dico giù per la scala di servizio.. ho lanciato l’allarme ma il tipo.. l’ho perso.. dietro quella pila di containers.. mi è sembrato di sentire il rombo di un’auto però non potrei giurarlo.

A guardare da qua si vedono gli uomini bianchi della scientifica appollaiati lassù sul carro ponte. Cercano. Questi i fatti. L’erba è secca, l’estate, il sangue manda odore.

– Ho chiesto di coprirlo per favore, deve ripetere la giudice allo stesso agente. 

Opinion of the World Meteo Org. Today: Storm Qoèlet continues to bring strong winds with showers and longer spells of rain, scattered showers develop in the west and north. Temperatures above average.

Tonight: Showers and strong winds in the north. Rain and strengthening winds reach the southwest later. 

Tomorrow: Rain sweeps northeast across the land, with strengthening winds bringing gales in the north later. Despite the wet weather, temperatures will be widely above average.

La giudice cede alla tentazione di un concerto. Alla giudice piacciono le canzoni pop, anche il rock, musica da ascoltare mentre si fa qualcosa d’altro, Musique d’ameublement, pour ameubler nos désagréments, nos pensées erratiques. Ou alors, en couchant avec quelqu’un, par exemple. A letto con qualcuno, per esempio. Sottofondo di canzoni che trasportano l’onda pelvica. Questa è la musica che trasporta, dice la giudice all’uomo che le piace, un chirurgo, un neurochirurgo, pare di grande abilità, ospedale centrale; per caso un discreto violoncellista, piccola orchestra di personale ospedaliero, una rinfusa di impiegate e impiegati, infermiere, portantini, tecnici dell’aria condizionata; fare musica insieme in cinquanta. Il neurochirurgo ha invitato la giudice a un piccolo concerto d’estate. Programma ardito: le quattro stagioni di Vivaldi. Dirige il primario di traumatologia. In macchina andando al concerto.

– Non sono mai riuscita a entrare nella.. nella musica colta ma per te ci posso provare.. a farmi prendere.. mi piace pensare che la suoni.. è che non ha parole, delle canzoni ascolto piuttosto le parole.. forse sono rimasta adolescente.. se non riesco a capire.. che cosa dice non so..

– La musica non dice niente oltre quello che c’è.. si tratta di ascoltare..

– Ma l’emozione.. una canzone me mi piglia.. per le parole..

– Parole sì.. trasformate in canto.. distillate in musica.. va migliaia di  volte oltre i sono triste, i ti amo o quello che c’è. 

Più tardi, la giudice De Céspedes si troverà tra le lenzuola non già fresche di bucato ma molto pulite del neurochirurgo. Sonno ben intonato.

Velina del notiziario nazionale delle 24. Chiudiamo questa edizione del nostro giornale con un annuncio flash. Selma Cacheres, la nota attrice della compagnia nazionale è stata uccisa circa un’ora fa all’uscita del teatro dove era impegnata nelle prove di Casa di Bambola di Ibsen. Raggiunta in apparenza da un colpo di fucile sparato forse da un palazzo antistante il teatro, nonostante l’immediato soccorso di alcuni passanti la signora Cacheres è deceduta prima dell’arrivo dell’ambulanza dei pompieri. In pochi giorni questo è il quarto omicidio per le strade cittadine. Maggiori dettagli nella nostra edizione delle otto. È tutto e buonanotte.

Fin de la III partie.

Pasquale D'Ascola

P. E. G. D’Ascola Ha insegnato per 35 anni recitazione al Conservatorio di Milano. Ha scritto e adattato moltissimi lavori per la scena e per la radio e opere con musica allestite al Conservatorio di Milano: Le rovine di Violetta, Idillio d’amore tra pastori, riscrittura quet’ultima della Beggar’s opera di John Gay, Auto sacramental e Il Circo delle fanciulle. Suoi due volumi di racconti, Bambino Arturo e I 25 racconti della signorina Conti, e i romanzi Cecchelin e Cyrano e Assedio ed Esilio, editato anche in spagnolo da Orizzonte atlantico. Sue anche due recenti sillogi liriche Funerali atipici e Ostensioni. Da molti anni scrive nella sezione L’ElzeMìro-Spazi di questa rivista  sezione nella quale da ultimo è apparsa la raccolta Dopomezzanotte ed è in corso di comparizione oggi, Mille+Infinito

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